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Mattarella non firma la legge che blocca i finanziamenti ai produttori di armi

30 Ottobre Ott 2017 1033 30 ottobre 2017
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Una svista, in un articolo scritto nel 2010 e non rivisto alla luce delle più recenti normative. Per non perdere il lavoro di sette anni ora la Campagna Italiana Contro le Mine e Rete Disarmo si appellano al Parlamento: urgente recepire le indicazioni per sanare il vulnus indicato dalla Presidenza della Repubblica e votare la legge in questa legislatura

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha firmato la legge che introduce misure stringenti per evitare il finanziamento delle imprese che producono mine antiuomo e submunizioni a grappolo, approvata definitivamente a inizio ottobre dopo un percorso durato sette anni. Il Presidente ha chiesto alle Camere di rivedere la legge, in quanto il provvedimento presenta «profili di evidente illegittimità costituzionale».
La nota del Presidente Mattarella spiega che «la normativa in esame, in contrasto con la finalità dichiarata, determinerebbe l'esclusione della sanzione penale per determinati soggetti che rivestono ruoli apicali e di controllo (per esempio i vertici degli istituti bancari, delle società di intermediazione finanziaria e degli altri intermediari abilitati); per altri soggetti, privi di questa qualificazione, sarebbe invece mantenuta la sanzione penale, che prevede la reclusione da 3 a 12 anni, oltre alla multa da euro 258.228 a 516.456.Questo contrasta con l'art.3 della Costituzione che vieta ogni irragionevole disparità di trattamento fra soggetti rispetto alla medesima condotta». La norma inoltre «si pone in contrasto con le convenzioni di Oslo e di Ottawa a suo tempo ratificate con le leggi n. 106 del 1999 e n. 95 del 2011 che richiedono sanzioni penali per tutti i finanziatori degli ordigni vietati. La normativa in esame determinerebbe invece la depenalizzazione di alcune condotte oggi sanzionate penalmente».

Il passaggio contestato, spiega Giuseppe Schiavello, direttore della Campagna Italiana contro le mine «non ha mai subito variazioni dal 2010, semplicemente è sfuggita, agli uffici studi, la sua connessione con le sanzioni penali già determinate dalla legge di ratifica intervenuta nel 2011 e quindi con i profili di incostituzionalità dell’art 3 della Costituzione». In sostanza la nota del Quirinale è pienamente fondata: non si è notato che il ddl nella sua formulazione risaliva al 2010 e per questo -quindi- non aveva recepito le sanzioni penali dell'art 7 della legge 95/2011. E tuttavia non è che si “salvino” le banche. «Il comunicato della Presidenza della Repubblica indica nella legge 95/2011 l’impianto normativo per il quale non si generi, al momento, un vuoto in merito al divieto di supporto finanziario ad attività proibite in base alla ratifica della Convenzione internazionale; ciò implica che gli intermediari finanziari abilitati dall’art. 7 legge onnicomprensivo 95/2011 debbano già osservare i divieti meglio definiti dalla legge rinviata alle Camere, che risponde alla chiara necessità di definirne metodi e tempi di adeguamento anche per le autorità di vigilanza e controllo. Ora gli intermediari finanziari rischiano, se in possesso di titoli od avendo erogato prestiti mutui, detenendo azioni di produttori di sub-munizioni cluster, di essere già in violazione dell’art. 7 della legge 95/2011 così come gli istituti di vigilanza inadempienti rispetto l’obbligo di controllo».

Per Santina Bianchini, presidente della Campagna Italiana Contro le Mine, «è necessario approvare la legge entro questa legislatura, perché chiarisce le modalità ed i meccanismi di controllo. La Camera ed il Senato possono variare l’art. 6 comma 2 e ad anche comma 3 rinviando alle pene stabilite dall’art 7. (sanzioni della legge 95/2011) irrogando le medesime pene e stabilendo l’influenza di ciò sui requisiti di onorabilità per i rappresentanti legali dei soggetti abilitati, delle società di gestione del mercato, nonché per i revisori e i promotori finanziari e, per i rappresentanti legali di società quotate. Attendiamo un segnale di volontà politica del Parlamento». Per Schiavello basta «apportare una semplice modifica ad un solo articolo: il 6. Crediamo sia solo una questione di volontà politica. Auspichiamo che ciò accadrà in onore del pressoché unanime consenso generato da questo ddl attraverso tutte le forze politiche».

Foto © LIVIO SENIGALLIESI/AG.SINTESI

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