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Zandonai: «la società civile non è una cosa, ma un processo»

7 Novembre Nov 2017 1641 07 novembre 2017
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«​C'è qualcosa nel mezzo, tra il nascere e il diventare associazione, cooperativa e istituzione. Qualcosa che attiene al design e accompagna, sostiene, agevola in maniera non invasiva il formarsi di esperienze vive di società civile»

Che cosa intendiamo, oggi, in tempi di disintermediazioni repentine e radicali, con l’espressione “società civile”? Dopo l'intervento di Mauro Magatti, prosegue il nostro dibattito. Abbiamo chiesto a Flaviano Zandonai, segretario di Iris Network, l’Associazione italiana degli Istituti di Ricerca sull’Impresa Sociale, e ricercatore presso Euricse, Istituto europeo di ricerca sull’impresa cooperativa e sociale.

La società civile: sempre più evocata, sempre più sfuggente...
Veniamo da una stagione, durata qualche decennio, in cui la società civile era sostanzialmente una cosa. Una cosa, ovvero una forma giuridica. Pensiamo a tutta l’apoteosi del non profit e del terzo settore – concetti che, non a caso, hanno 30-35 anni: concetti che hanno reificato la società civile. Quello che sta accadendo è che la società civile si sta ripresentando non come cosa, ma come processo. Come ciò che prende forma e che, in alcune sue espressioni, rifugge il fatto di diventare cosa e di volersi dare una struttura giuridica organizzativa.

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Questa società civile, intesa come processo, preferisce individuare un obiettivo o un’attività attorno alla quale coalizzarsi per diventare di interesse comune. Viviamo una fase in cui la società civile sta diventando processuale.

Flaviano Zandonai

Questa processualità, in maniera molto pragmatica, si ricompone a misura di obiettivo. Questa ricomposizione mantiene tratti di ambiguità, perché bisogna poi capire se l’obiettivo è effettivamente di interesse collettivo, in che senso lo è, se è inclusivo, etc. Si va modificando la dinamica secondo la quale a processi di natura civica corrispondono certe forme di organizzazione. Oggi queste forme sono più pragmatiche e, per così dire, meno ideologiche.

Questo processo, che si va formando a livello territoriale, come può diventare protagonista di processi decisionali attivi?
Riprenderei l’idea, dall’ultimo libro di Parag Khanna, La rinascita delle città-stato (Fazi, Roma 2017), di tecnocrazia diretta. Tutti i processi partecipativi, oggi, vivono nella misura in cui non tanto si danno una costituzione giuridico-formale, ma in quanto trovano spazi, luoghi, competenze che in maniera soft aiutano a disegnare processi senza diventare una forma.
C'è qualcosa nel mezzo, tra il nascere e il diventare associazione, cooperativa e istituzione. Qualcosa, intendo, che attiene al design e accompagna, sostiene, agevola in maniera non invasiva il formarsi di esperienze vive di società civile. Queste tecniche di "spinta gentile" diventano sempre più efficaci, grazie alle tecnologie e al digitale. È una grande novità rispetto al ciclo di società civile che abbiamo vissuto nei decenni scorsi.