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Innovazione

Dal cachemire alle moto: mappa delle corporate university d'Italia

13 Novembre Nov 2017 1055 13 novembre 2017
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Negli Usa sono più di 4mila, in Italia quaranta. Sono i campus aziendali, nati per dare una formazione tailor made ai propri dipendenti e diventati un asse strategico di innovazione

La prima fu General Electrics, che nel 1956 aprì il John Werch Leadership Development Centre. Poi vennero Walt Disney e Motorola: era il 1981 quando aprirono le prime vere Corporate University della storia. Da allora i campus dentro le aziende sono cresciuti, al punto che negli Sati Uniti nel 2015 se ne contavano più di 4mila. In Europa sono 218, fra cui la storica McDonald’s Hamburger University, fondata nel 1961 in Illinois e poi diffusasi anche a Londra e a Monaco di Baviera. E in Italia? Anche da noi le Academy aziendali hanno preso piede, cambiando pelle negli anni: il loro obiettivo oggi non è tanto quello di insegnare il lavoro ai giovani o ai neo-assunti, quanto quello di creare le condizioni per la diffusione delle conoscenze proprie dell’azienda e di affrontare la sfida quotidiana dell’innovazione.

Petrolio e rammendo

Il Rapporto sul mercato delle Corporate University in Italia, realizzato nel 2015 da Assoknowledge e Università La Sapienza, contava 40 Corporate University in Italia, dalla A di Angelini alla V di Vodafone, con una prevalenza nel settore assicurativo e bancario: il 67% di esse è stato fondato dopo il 2005, in sostanza in anni di crisi, come a dire che la formazione tailor made è la risposta per soddisfare le nuove esigenze del mercato.

La più nota delle Corporate University italiane è la Eni Corporate University (ECU), costituita nell’ottobre del 2001 accorpando le varie strutture aziendali dedicate alla formazione: i contenuti spaziano dalla perforazione alla negoziazione internazionale, dalle energie rinnovabili alla leadership. Il suo embrione è la storica Scuola Enrico Mattei, nata nel 1957 come Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi, una business school assolutamente originale per l'epoca, che negli anni si è trasformata in un Master in Management ed Economia dell’Energia e dell’Ambiente: in 60 anni ha formato circa 2.900 studenti provenienti da 110 Paesi di tutti e cinque i continenti. Negli ultimi anni, in considerazione del fatto che le persone dell'azienda sono distribuite worldwide, si è molto puntato sul distance-learning, tanto che il MIP - la business school del Politecnico di Milano - nel 2016 ha assegnato a ECU l'HR Innovation Award nell'ambito della formazione. In più c'è una Corporate Coaching Academy che eroga fino a un centinaio di interventi di coaching l'anno.

Ma abbiamo anche l’Università del Caffè di Illy, fondata nel 1999, il Wellness Institute di Technogym, la Mediolanum Corporate University, il Ferrero Learning Lab, il Barilla Laboratory for Knowledge & Innovation, la HerAcademy del Gruppo Hera, nonché l’affascinante Scuola dei Mestieri di Solomeo ideata da Brunello Cucinelli: in questo piccolo borgo di 500 abitanti, in provincia di Perugia, i giovani imparano dai maestri artigiani l’arte della sartoria, del rimaglio e del rammendo. L’ultima nata è quella di Poste Italiane, nel 2014.

Le Corporate University erogano una media di 160 ore di formazione superiore pro capite, con un budget che nel 43% dei casi sta fra 1 e 5 milioni di euro. Tutti dati che dicono della volontà delle aziende italiane di investire nella formazione come scelta strategica, strutturandosi per garantire una soluzione che duri nel tempo.

Knowledge sharing

Enrico Cerni è Head of Faculty and Mandatory Training presso Generali Italia e nel 2015 ha curato il volume “Le Academy Aziendali” (Franco Angeli), un viaggio nelle imprese formativa delle aziende che racconta di esperienze iniziate «come una sorta di first aid volto a colmare gap di conoscenza, ma in cui la formazione non era considerata un elemento strategico» e diventate poi «opportunità di confronto e crescita, secondo una logica partecipata». In sostanza il campus in azienda oggi non serve più tanto a colmare i nostri noti problemi di mismatching, ma per «innovare e irrobustire il patrimonio di conoscenza dell’impresa».

La funzione delle Academy Aziendali? Garantire l’innovazione e la salvaguardia del patrimonio di conoscenze in essere

Enrico Cerni, Generali Italia

La definizione di “academy” è più larga di quella di “university”, ma forse meglio si adatta al nostro tessuto di PMI: «Una Corporate University è legata alla grande azienda, l’Academy è accessibile anche alle medie imprese, si tratta di identificare chi può farsi carico della diffusione delle conoscenze, se si possiede il modello, l’investimento è minimo», afferma Cerni, citando le best practice di Schüco, Fisher e Baxi, tre aziende del Veneto. Per lui la funzione delle Academy Aziendali oggi è «garantire l’innovazione costantemente, il posizionarsi sui bordi più avanzati di ciò che è innovazione e garantire la salvaguardia del patrimonio di conoscenze in essere. Le corporate academy garantiscono due elementi: da un lato la condivisione delle competenze già presenti nell’azienda, la loro diffusione e radicamento, e dall’altro l’essere aperti rispetto al grande mercato delle conoscenze, l’essere innovativi. Tutto questo si fa valorizzando le competenze interne dei dipendenti e valorizzando gli apporti esterni che derivano dai rapporti con istituti di ricerca e università»...


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