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Calcio, anno zero

14 Novembre Nov 2017 1302 14 novembre 2017
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L’Italia non parteciperà al Mondiale, non accadeva dal ’58. Ed è la sola seconda volta che succede nella storia. «Adesso bisogna ricostruire il sistema, anche moralmente, e investire sui giovani». L'intervista con il presidente del Centro Sportivo Italiano, Vittorio Bosio

L'Italia è fuori dal Mondiale. Non andrà in Russia eliminata da uno spareggio che ha premiato la Svezia. Il c.t. Gianpiero Ventura si è preso del tempo «per parlare con la Federazione» del suo futuro. Difficilmente potrà finire diversamente da dimissioni quasi obbligate. Il presidente della Figc Carlo Tavecchio si è preso «48 ore di riflessione» perché si tratta «di un insuccesso sportivo che necessita di una soluzione condivisa e per questo ho convocato una riunione con le componenti federali per fare un'analisi approfondita e decidere le scelte future». Ma anche in questo caso viene difficile immaginare una way out diversa dalle dimissioni. Insomma il calcio italiano è stato azzerato sul campo e di conseguenza anche nei suoi uffici più illustri. In molti parlano di “rifondazione”, “investimento sui giovani” e limite sugli stranieri. Per avere un punto di vista interno abbiamo chiesto al presidente del Centro Sportivo Italiano, Vittorio Bosio.


Vittorio Bosio

Ha visto la partita della Nazionale? Che ne pensa?
Ho visto le due partite da tifoso. Ed ero abbastanza sconfortato. Perché ti viene da pensare che sia proprio una tragedia, anche visto la mediocrità di chi avevamo di fronte. Ma, uscendo dal ruolo di tifoso, dico che questa sconfitta può aiutare a ripensare il sistema e l'organizzazione di quella che è la base.

Al netto delle responsabilità tecniche e tattiche di Ventura e giocatori, tutti parlano di sconfitta del calcio. Lei che ne pensa?
Si è una sconfitta del sistema. Se nelle squadre italiane giocano dieci stranieri su undici è chiaro che abbiamo delle difficoltà a reperire dei titolari per la Nazionale. Se nella Svezia giocava una riserva del Crotone qualcosa vuol dire. Ho la sensazione che questo sistema impedisca ai giocatori italiani di buon livello di emergere. Non ho ricette e non so se si deve tornare agli obblighi di far giocare italiani o meno. Ma vedo che gli altri si sanno difendere da questo punto di vista. Abbiamo da riflettere e copiare chi, come ad esempio la Germania, ha dimostrato di aver trovato una strada vincente.

Parlando delle alte cariche del calcio italiano, in particolare di Carlo Tavecchio presidente Figc, le sembra plausibile che si riparta senza dimissioni?
Io direi di sì. In questo momento mi sembra che tutto sia praticabile a patto che ci si metta intorno ad un tavolo e si costruisca un sistema nuovo. Io non sono forcaiolo e voglio ammonire chi oggi parla di far saltare teste: attenzione perché potrebbe sempre arrivare qualcuno peggio di Tavecchio. Il cambiamento senza progetti non significa nulla.

Dipendesse da lei quali sarebbero le priorità in questa ricostruzione?
In primo luogo bisogna ricostruire un ambiente particolarmente demoralizzato. Poi investire sui giovani. Io vivo in provincia di Bergamo dove c'è una squadra come l'Atalanta che esclusivamente investendo sui ragazzi l'anno scorso ha fatto quello che ha fatto. All'inizio, vedendo la formazione base, si pensava che l'allenatore fosse impazzito. Erano tutti ragazzi della primavera. Mi sembra evidente che invece sia quella la strada giusta.

Ritiene che quella di ieri è stata una delusione veramente dura da metabolizzare anche per il sistema?
Ho visto delle scene, come quella di Buffon in lacrime, drammatiche. Si vedeva che al di là dell'essere professioni i nostri atleti ci avevano messo anche tanto cuore. Ci tenevano. Quindi certamente il sistema è sotto shock. Ma non solo: forse, come dice Buffon, questa vicenda ha qualcosa di sociale. Non comporta infatti solo una perdita economica per il calcio. Molte persone non potranno vivere momenti di serenità e gioia e magari distrarsi rispetto ai propri problemi quotidiani.


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