Innovazione Sociale 2
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Il welfare “increspato” di oggi, un diamante che vale più del 5% del Pil

22 Novembre Nov 2017 1516 22 novembre 2017
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«Immaginiamo una gemma a quattro punte, al centro c’è il benessere delle persone, le quattro punte sono le sfere che lo sostengono: lo Stato, il mercato, il sistema delle famiglie e le associazioni intermedie», sottolinea Maurizio Ferrera presentando i risultati del Terzo rapporto sul secondo welfare in Italia di cui è curatore

Sono passati dieci anni dall'inizio della crisi economica. Sei dall'avvio del progetto Percorsi di secondo welfare. Un tempo certamente non lunghissimo, ma sufficiente per provare a fare il punto sulla situazione del welfare del nostro Paese.

Il welfare “increspato” come appare oggi rappresenta un diamante da conoscere, valorizzare e tutelare. Lo dimostrano i risultati del Terzo rapporto sul secondo welfare in Italia, presentati martedì 21 novembre a Torino all’interno dell’auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo.

Un volume che affronta alcuni temi centrali per comprendere l'evoluzione del secondo welfare nel nostro Paese – come l’innovazione sociale, l’empowerment dei destinatari degli interventi, l’interazione con il Pubblico e l’attivismo “dal basso” – e approfondisce modi operandi, progetti e strategie delle tante realtà che sono parte integrante del secondo welfare. I capitoli del documento spaziano dalle imprese che implementano piani di welfare aziendale allo sviluppo della bilateralità, dalle forme di contrasto alla povertà messe in campo dalle Fondazioni di origine bancaria al ruolo delle Fondazioni di partecipazione per il “dopo di noi”, dalle Youth Bank alle Fondazioni comunitarie nate nel Mezzogiorno, passando per il ruolo sempre più importante del mondo assicurativo, il contributo delle Fondazioni d’impresa all’evoluzione della filantropia istituzionale, fino alle nuove misure di contrasto all’indigenza.

«Lo stato del benessere, il welfare state, può rispondere alle esigenze del mondo che cambia», spiega Salvatore Carrubba, presidente del Centro Einaudi che ha promosso il rapporto. «Le increspature ci sono e sono legate al cambiamento dello stile di vita che oggi appare come una pianura increspata ma il rapporto dice che bisogna passare da questa logica a quella delle colline che si caratterizzano per salite e discese più dolci e costanti».

Il riferimento di Carrubba è ai cambiamenti continui ai quali siamo esposti, per esempio nel mondo del lavoro in continua evoluzione. Questo grazie a tecnologie e robotizzazione che pongono allo stato del benessere impatti nuovi sia in senso positivo (trasformazioni tecnologiche e sviluppo) sia in negativo (stress). La buona notizia è che lo stato del benessere è in grado di rispondere a queste esigenze e in questo contesto anche la riforma del Terzo settore dovrebbe andare proprio in questa direzione.

«Un welfare proteico e resiliente, dunque, capace non solo di riacquisire la elasticità minacciata ma, soprattutto, di onorare gli obiettivi di solidarietà sociale che ne costituiscono l’essenza pur al manifestarsi di situazioni nuove e di forme inedite di debolezze e di crisi», scrive Carrubba nella prefazione al Terzo rapporto sul secondo welfare. Ne è convinto anche Maurizio Ferrera curatore del documento insieme a Franca Maino: «Immaginiamo un diamante a quattro punte, al centro c’è il benessere delle persone, le quattro punte sono le sfere che lo sostengono: lo Stato, il mercato, il sistema delle famiglie e le associazioni intermedie, dalla filantropia al non profit, ovvero gli attori che tutelano e sostengono il benessere - illustra Ferrera -. Nel Novecento contava molto lo Stato insieme alle famiglie e alle società intermedie come quelle di mutuo soccorso, oggi c’è un risveglio di alcune di queste punte», anche con nuove forme. Su questo terreno in evoluzione, primo e secondo welfare giocano un continuo “derby” come sostengono i detrattori della compresenza tra i due modelli? Secondo Ferrera non si può escludere del tutto che ciò possa accadere ma bisogna avere lo stesso spirito critico anche sotto l’aspetto della virtuosità. «Il secondo welfare infatti offre risorse aggiuntive di tipo complementare o integrativo che non solo non mettono a repentaglio la tenuta del primo ma possono colmarne le lacune creando dei circoli virtuosi», aggiunge Ferrera. Un impatto sociale garantito dallo scambio di beni e servizi anche al di fuori del nucleo familiare e quindi con ricadute anche sul gettito fiscale. Mantenere un clima di benessere inoltre, aumenta anche la produttività.

Qualche numero
Secondo il Rapporto, dal punto di vista delle risorse (risorse non pubbliche mobilitate verso prestazioni e servizi di secondo welfare) l’ordine di grandezza è di diversi punti di PIL, sicuramente più di 5%. E le cifre sono molto cospicue anche per quanto concerne i potenziali (oltre che effettivi) beneficiari, ossia il numero di persone che in vario modo possono fruire di prestazioni, servizi, sostegni. Ad esempio, il settore della bilateralità e quello della mutualità integrativa riguardano milioni di persone. Con l’inclusione del welfare aziendale in seno all’ultimo Ccnl dei metalmeccanici, le imprese che potrebbero attivare programmi di questo genere sono più di 200 mila (molte hanno già iniziato), con un bacino di potenziali beneficiari superiore a un milione e mezzo di lavoratori. A sua volta, la filantropia (soprattutto grazie alla massa critica delle Fondazione di origine bancaria) è giunta a svolgere – per i beneficiari raggiunti e le risorse impiegate – un ruolo di sistema. Anche solo limitandoci a questi esempi, è chiaro che il secondo welfare non è più un insieme di iniziative sporadiche. Si tratta di veri e propri nuovi pilastri di un edificio destinato a pesare (che lo si voglia o no) nel panorama del welfare e più in generale del modello sociale italiano.

@efranzoso
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