BAR 5734
Emergenze umanitarie

Come le donne sopravvissute a Boko Haram diventano la forza delle loro famiglie

11 Dicembre Dic 2017 1053 11 dicembre 2017
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Intervista a Vincenzo Altomare, coordinatore dei progetti di Coopi nell’Estremo Nord del Camerun, dove sono moltissime le famiglie che hanno perso i propri uomini in seguito agli attacchi del gruppo terrorista. «Le donne si sono ritrovate improvvisamente ad avere un ruolo che, per motivi sociali e culturali, non avevano mai avuto prima»

Decine e decine di famiglie rimaste senza uomini, in un contesto sociale in cui è ancora il marito e padre a garantire la protezione della donna e dei figli. È anche questo uno degli effetti delle violenze di Boko Haram. Nell’Estremo Nord del Camerun, dove gli sfollati interni sono oltre 200mila, i returnees (gli sfollati di ritorno) circa 30mila e i rifugiati superano i 100mila, le famiglie che hanno perso i propri uomini in seguito agli attacchi del gruppo terrorista di ispirazione qadeista sono migliaia, costringendo così le donne e i bambini più grandi a ricoprire ruoli che non avevano mai ricoperto prima. Ne abbiamo parlato con Vincenzo Altomare, coordinatore dei progetti di Coopi nel Paese.

Qual è stato l’impatto sulle comunità locali di così tante perdite tra gli uomini delle famiglie?

Enorme. Le donne si sono ritrovate improvvisamente ad avere un ruolo che, per motivi sociali e culturali, non avevano mai avuto prima, arrivando a gestire l’economia di casa. Per dare un’idea, in molte famiglie è ancora l’uomo che ha il controllo delle riserve di cibo e che dà alla donna il quantitativo necessario per preparare da mangiare. Inizialmente quando Boko Haram si è manifestato, il target degli attacchi sono stati soprattutto gli uomini, una strategia messa in atto per prendere il controllo del territorio.
Molte donne sono rimaste senza uomini, ritrovandosi così a dover mantenere quattro, cinque o sei figli. Spesso accade che siano i bambini ad assumersi il ruolo di capofamiglia, nelle famiglie rimaste senza genitori o quando, dopo la scomparsa del padre, la madre affida al figlio maggiore, che magari ha appena 12 anni, il compito di provvedere alla famiglia. In un secondo momento sono state le donne e le bambine a diventare l’obiettivo principale, il rapimento delle oltre 200 studentesse di Chibok del 2014 è stato un tristissimo esempio di questo cambio di passo.

Come sono cambiati gli aiuti umanitari per incontrare i bisogni emersi da questa nuova organizzazione sociale?

Sicuramente il focus si è stretto proprio sulle donne e i ragazzi, identificati come estremamente vulnerabili. Sono loro i nuovi beneficiari. Come Coopi abbiamo due progetti in Camerun, uno relativo all’ambito educativo, l’altro relativo alla sicurezza alimentare. Per le famiglie che hanno perso il capofamiglia paghiamo le rette scolastiche e distribuiamo dei kit scolastici con libri e penne per permettere ai bambini di andare a scuola. Inoltre lavoriamo per aiutare le persone ad ottenere i documenti d’identità, senza cui non possono fare niente. Anche per sostenere l’esame di fine anno c’è bisogno del certificato di nascita, per questo è così importante averlo.

Che tipo di progetto avete messo in atto per aiutare le donne nella gestione dell’economia familiare?

Abbiamo dedicato il progetto di sicurezza alimentare proprio alle fasce più vulnerabili della popolazione, chi davvero non aveva nulla e tra questi molte sono famiglie che hanno una donna sola come capofamiglia o i bambini rimasti orfani.
Oltre ad aver distribuito sementi e attrezzi per coltivare la terra, abbiamo anche organizzato dei corsi di formazione. La cosa positiva è che, tradizionalmente le donne sono quelle che si occupano dei “complement”, ovvero degli orticelli di famiglia, per questo sono già abituate ad affrontare questo tipo di lavoro.
Abbiamo dato vita a 20 gruppi, composti circa da 250 persone ciascuno. Riuscire a organizzare corsi di formazione migliaia di persone sarebbe stato impossibile, così abbiamo identificato dei leader per ogni gruppo, ogni leader ha poi avuto il compito di trasmettere la conoscenza acquisita ai membri del suo team, decidendo poi come intervenire per aiutare le donne in difficoltà e i bambini. A gennaio dovremmo iniziare a vedere i risultati di questo lavoro.

Quali sono le difficoltà principali che avete incontrato?

La difficoltà maggiore è quella logistica. Fare arrivare dei quintali di sementi nell’Estremo Nord del Camerun è un’operazione estremamente complicata, si tratta di un territorio molto difficili da raggiungere. Per lavorare lì bisogna impostare una struttura logistica complessa e un sistema di relazioni che ti permetta di operare in quella zona. E poi c’è la difficoltà nella scelta del beneficiario. Con così tante persone che necessitano un aiuto, bisogna che anche le comunità locali capiscano i criteri che fanno decidere di aiutare un soggetto invece di un altro. Noi prendiamo queste decisioni sulla base di inchieste e dopo esserci confrontati con le autorità locali e quelle tradizionali.

Le donne e le bambine sono tra quelle che stanno pagando il prezzo più caro. Sempre più spesso sono loro ad essere utilizzate negli attacchi kamikaze e questo solleva una differenza sempre maggiore nei loro confronti tra la comunità locale, rischiando così di renderle sempre più isolate. In qualche modo questo ha avuto un impatto sul vostro lavoro?

È un fenomeno reale, ormai ad essere utilizzate negli attentati sono le ragazze, rapite nei villaggi e poi indottrinate, fino ad essere convinte a sacrificare la propria vita e quella di altri. In realtà noi continuiamo a lavorare tantissimo con le donne, le ragazze e le bambine, loro sono tra i nostri beneficiari più importanti. Nel progetto relativo all’educazione un’attenzione particolare è dedicata proprio alle bambine che sono le più vulnerabili tra i vulnerabili. Le famiglie le danno in spose già da piccolissime, a nove o dieci anni. Si tratta di una tradizione fortissima, in un luogo in cui l’estremismo religioso ha sopraffatto anche la la cultura.
Tenerle a scuola il più a lungo possibile, offrire loro un’educazione, significa aprire anche l’accesso a degli strumenti per cambiare la propria vita e contribuire ad un cambiamento sociale. Nonostante la tragedia e il disastro provocato dalle violenze di Boko Haram, sul lungo periodo il fatto che così tante donne siano state costrette a prendere in mano la gestione della famiglia può contribuire ad un cambiamento, consentendo alle persone di raggiungere la consapevolezza che anche le donne possono essere indipendenti e autonome.

Foto: Abdoulaye Barry

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