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Migranti africani: dove rifare «casa»?

18 Gennaio Gen 2018 1321 18 gennaio 2018
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Un estratto dell’ultimo numero del quindicinale “La Civilità Cattolica” (numero 4022 - 20 gen/3 feb 2018) che a partire dal dramma dei profughi che ormai quotidianamente perdono la vita per raggiungere l’Europa riflette sul concetto ambivalente di «casa» per provare a capire se «Può forse essere questo il momento, per gli africani, di seminare, affinché l’Africa torni a essere «casa» per i propri figli?»

La storia dell’umanità è piena di migrazioni di popoli. Di fatto, gli spostamenti hanno caratterizzato le società umane fin da prima dell’avvento della civiltà. Le persone si trasferivano da una zona all’altra in cerca di cibo, acqua e sicurezza. Anche dopo l’introduzione dell’agricoltura, le comunità hanno continuato a muoversi alla ricerca di terreni fertili e di pace. In altre parole, le migrazioni sono sempre state attivate dalla carenza di una necessità primaria, da un lato, e, dall’altro, dalla prospettiva di una vita migliore altrove. Ma ci si può chiedere: migrazione è partire da casa oppure cercare una casa? Per rispondere a questa domanda è anzitutto importante analizzare il concetto di «casa», che si presta facilmente a usi banalizzanti e superficiali.

Che cosa è «casa»?
C’è una stretta connessione tra lo spazio fisico e il concetto di casa. La casa è lo spazio che ospita i ricordi. Si dice che sia la dimora – e in particolare la dimora in cui si nasce – a offrire l’esperienza primordiale di una casa. La vita umana inizia con il benessere offerto dal calore umano dato e ricevuto in una casa. Nel calore di una casa, essere è ben-essere. «La vita comincia bene», perché «incomincia racchiusa, protetta, al calduccio nel grembo della casa»1. Quando si viene gettati fuori dall’abitazione in cui si è nati, nel vasto mondo crudele, si rimpiange e si sogna quel calore di cui un tempo si go- deva nella dimora natale. Caratteristica essenziale della «casa» è un senso di protezione. Casa è la culla che ci protegge da ogni forma di pericolo. La perdita del calore e della protezione della «casa primordiale» può provocare disturbi della personalità.

La stretta associazione tra «casa-focolare domestico» e «casa-abitazione» è messa in evidenza dal fatto che in molte lingue africane – in particolare le lingue bantu dell’Africa sub-sahariana – i termini usati per «casa» e «abitazione» sono molto simili, quasi identici. In swahili, per esempio, «abitazione» è nyumba, mentre «casa» è nyumbani. In chewa (che si parla in Malawi, Zambia e Mozambico), «abitazione» si dice nyumba, e «casa» kunyumba. I Bemba dello Zambia chiama- no l’«abitazione» ng’anda, mentre la «casa» si dice kung’anda. Si capisce quindi come nelle società tradizionali africane la vita di strada fosse sco- nosciuta. Nella società tradizionale, il fenomeno dei bambini di strada, che attualmente affligge molte città africane, non avrebbe senso; infat- ti, essere a casa propria significa necessariamente avere un’abitazione.

Inoltre, per l’africano la casa è la terra ancestrale, il luogo dove sono sepolti gli antenati. Quando si muore, ci si deve ricongiungere con i propri antenati. Infatti, «è nella terra del riposo ancestrale il luogo in cui i genitori seppelliscono i cordoni ombelicali dei loro figli, per collegarli in modo inequivocabile alla loro ascendenza»2. Quando le cose vanno male, gli africani tendono a tornare alla terra ancestrale, dove svolgono riti tesi a ripristinare l’armonia e il benesse- re. Lasciare la propria terra d’origine comporta la recisione dei legami fondamentali con i propri antenati; tale separazione può determinare uno squilibrio psicologico3. Ecco perché molte società africane insi- stono sul rimpatrio dei corpi di amici e parenti, affinché il defunto possa riposare a casa piuttosto che vagare per sempre nell’aria.

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Le migrazioni nell’era delle politiche antimmigrazione
Anche se, in linea di principio, la casa non può essere ridotta alla dimensione spaziale, la realtà politica di oggi tende a legare la «casa» al territorio in cui si è nati. Per esempio, la questione dei birther che ha coinvolto anche Barack Obama mostra chiaramente che l’essere nati nel Paese è conditio sine qua non per l’eleggibilità alla carica più alta dello Stato.

Inoltre, mentre i muri del territorialismo vengono liquefatti dal calore della globalizzazione, le comunità stanno diventando sempre più protettive nei confronti dei propri spazi. Tale protezionismo sta dando vita a movimenti politici antimmigrazione di estrema destra in Europa, in Australia, in Sud Africa, negli Stati Uniti e altrove.

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Man mano che la voce del coro antimmigrazione si fa più alta, diventano più rigide le procedure legali per ottenere documenti di viaggio o permessi di soggiorno. E senza documenti validi, il compito di metter su casa in una nuova terra diventa una possibilità improponibile. Di conseguenza, molti dei migranti africani privi di documenti finiscono al freddo sulle strade d’Europa. Tante donne e ragazze restano intrappolate nel buco nero della prostituzione, mentre molti uomini vengono usati come esche per i cartelli della droga, come il film spagnolo Biutiful, del 2010, ha mostrato in modo eloquente.

Rifare casa in Africa
È importante che gli africani si formino alla partecipazione politica, che vuol dire studiare e lavorare, in dialogo costruttivo ed esigente con i propri governanti. Un dialogo che, quando occorre, può anche diventare dissenso e protesta, purché sia sempre informato dal rispetto delle persone e del diritto, e orientato al bene comune. Il continente ha un estremo bisogno di governi che mettano al primo posto non propri interessi, ma le necessità dei propri popoli: il cibo, il posto di lavoro, la sicurezza, l’istruzione e così via. Ci sono stati cambiamenti di regime, a volte a costo della vita di persone innocenti, ma l’avvicendarsi dei leader non sempre produce il risultato sperato. Con grande disappunto, molte comunità africane hanno viste deluse le proprie attese e hanno perso la speranza «politica», nell’accezione più alta di questo termine. Tuttavia il continente africano è depositario di grandi risorse, immensi tesori di valori umani sinora troppo poco messi a frutto.

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Conclusione
Non si può negare che la migrazione sia una delle leggi inscritte nel Dna di ogni creatura capace di movimento. Da tempo immemorabile i popoli, gli uccelli del cielo e gli animali della foresta migrano da una zona all’altra in cerca di cibo, acqua e sicurezza. Ovunque trovino queste risorse, quel luogo diventa una casa. Tuttavia il fenomeno moderno dello Stato nazionale ha trasformato il concetto di «casa» in una realtà territoriale. Pertanto non ha senso neppure negare che allo stato attuale l’Africa sia la sede territoriale degli africani (laddove «africano» non è necessariamente uguale a nero).

In quanto tali, le comunità africane faranno bene a iniziare l’arduo compito di rimettere in piedi la propria casa, invece di correre all’estero in cerca di aiuto. Il progetto del «fare» casa comincia con il piantare un seme oggi, in modo che le generazioni future possano raccogliere domani covoni dorati di pace, di prosperità e di orgoglio.


*Professore di Liturgia all’Hekima College dello Zimbabwe

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