Corruzione
Welfare

Sanità & assistenza, il peso della corruzione

22 Gennaio Gen 2018 1052 22 gennaio 2018
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Per la prima volta l’Istat ha misurato il tasso di malaffare nei vari settori della vita pubblica. I comparti legati al welfare si collocano al terzo e quarto posto

Non sempre basta pagare il dovuto. Non sempre basta saldare il ticket per l’esame specialistico o comprare la marca da bollo da incollare sulla domanda per l’alloggio sociale. A volte per accedere ai servizi sociali o alle prestazioni sanitarie bisogna sborsare qualcosa in più. Mance, regali o addirittura mazzette. Piccole “tangenti” che in alcuni casi servono per accelerare i tempi di una visita medica o per sbloccare una pratica dimenticata nel cassetto.

Leggende metropolitane, si dirà. Non proprio. A giudicare almeno dai risultati della ricerca Istat La corruzione in Italia: il punto di vista delle famiglie che per la prima volta ha introdotto nell’indagine sulla sicurezza dei cittadini una serie di quesiti per studiare il fenomeno della corruzione. L’istituto di statistica, in particolare, ha domandato a ben 43mila persone tra i 18 e gli 80 anni se sia stato chiesto o consigliato loro di pagare o di fare regali in cambio di facilitazioni nell’accesso a uno degli otto servizi presi in esame (sanità, assistenza, istruzione, lavoro, uffici pubblici, giustizia, forze dell’ordine, public utilities).

Ebbene, i risultati sono davvero sorprendenti, i settori dell’assistenza e della sanità si collocano al terzo e al quarto posto nella classifica. Per l’esattezza, è successo almeno una volta nella vita al 2,7% delle famiglie che ha fatto domanda di benefici assistenziali (contributi, sussidi, alloggi sociali o popolari, pensioni di invalidità o altri benefici) e al 2,4% delle famiglie che ha richiesto visite mediche specialistiche, accertamenti diagnostici, ricoveri o interventi. La situazione non migliora se si considerano gli ultimi tre anni e gli ultimi dodici mesi. L’assistenza e la sanità si contendono addirittura il primo e il secondo posto, sebbene con percentuali molto più basse. Il welfare “primeggia” nel triennio, la sanità nell’ultimo anno. Sempre sul fronte sanità, la ricerca rileva che il 9,7% delle famiglie (5,5% negli ultimi tre anni) ha ricevuto la richiesta di sottoporsi a una visita a pagamento nello studio privato del medico prima di accedere al servizio pubblico. Prima di un intervento chirurgico, ad esempio.

L’Istat, tuttavia, precisa che, sebbene questi casi non rappresentino nella definizione giuridica italiana circostanze di vera e propria corruzione, sono però «rappresentativi di situazioni in cui per avere un servizio pubblicamente disponibile in realtà si è indotti a “pagare”, senza contare che, a livello internazionale, sono parte della “corruption” in senso esteso». Ma dove è più diffuso il fenomeno? Al Sud, sia per l’assistenza (7,6%) che per la sanità (3,6%). Seguono le Isole (assistenza 3,3%; sanità 3,2%) e il Centro (assistenza 2,7%; sanità 2,6%). Infine per quanto riguarda il Settentrione, le famiglie interessate sono l’1,3% nel Nord-est e lo 0,5% nel Nord-ovest per l’ambito dei benefici assistenziali. Il Nord-ovest è al 2,1% contro l’1% del Nord-est invece nel settore sanità. «C’è una correlazione tra performance e comportamenti corruttivi.

Dai dati emerge che certi atteggiamenti attecchiscono di più, vedi al Sud, dove c’è un grado di efficienza e di trasparenza minore dei servizi pubblici. Il punto è che le Regioni con piani di rientro stanno peggiorando le performance di accesso ai servizi come emerge dall’ultimo rapporto del ministero della Salute sui livelli di assistenza», osserva Tonino Aceti, coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva. «Il sistema sanitario non riesce più a rispondere e ti porta a non godere dei diritti se non tramite il privato o, appunto, in maniera grigia», fa eco Giovanni Gutto della presidenza nazionale di Mcl. Prova invece a far luce sui dati del settore sociale, Franco Pesaresi, direttore dell’Azienda pubblica di servizi alla persona Ambito 9 delle Marche.

«Mi pare poco verosimile che sia chiesta una “percentuale” su un contributo di duecento euro alle persone disagiate. Più verosimile invece per le pensioni di invalidità, le indennità di accompagnamento e gli alloggi popolari, che sono più significativi dal punto di vista patrimoniale», fa notare l’esperto di welfare locale. L’Istat ha acceso un faro anche sugli attori della corruzione.

Non mancano le sorprese. In sanità la richiesta di denaro o altro è avvenuta da parte di un medico nel 69% dei casi. Idem nel settore assistenziale: i protagonisti sono stati i medici nel 23,5% dei casi. Seguono i dipendenti degli enti locali (22,1%), altri dipendenti pubblici (17,4%) o dei patronati (12,8%).

«Chi lucra sulla malattia e sui bisogni di salute non è degno di far parte della famiglia dei veri medici», tuona Roberta Chersevani, Presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici. Il punto debole sono le liste di attesa. «Il problema si riduce aumentando l’offerta, pur sapendo che ciò può esitare in un ulteriore aumento di richieste», taglia corto Chersevani. Secondo Aceti, bisogna intervenire anche sulle prestazioni erogate dai medici dell’ospedale al di fuori dell’orario di lavoro. «Se si riuscisse a governare meglio il sistema dell’intramoenia i tempi di attesa nel pubblico sarebbero migliori e i fenomeni corruttivi diminuirebbero. L’Emilia Romagna ha adottato una misura efficace: consente l’intramoenia se i tempi di attesa nel pubblico rispettano i tempi previsti dalla normativa».

Che fare, dunque? Gli ordini dei medici svolgono un ruolo di ruolo di sorveglianza deontologica e di disciplina. Peccato, fa notare la Presidente della Federazione, che spesso manchi «la segnalazione all’Ordine da parte di procure o tribunali, anche in fase avanzate di giudizio. Talora si viene a conoscenza di crimini solo attraverso le notizie di stampa». Ma anche il non profit deve tornare a fare sentire la voce. «Il coinvolgimento delle organizzazioni dei cittadini nelle attività di verifica e di decisione delle politiche sociali e sanitarie blocca il meccanismo dell’auto-referenzialità e introduce elementi di terzietà», chiosa Aceti di Cittadinanzattiva.