Fondazione Arché

Monta la paura dell’altro. Che cosa possiamo fare?

1 Febbraio Feb 2018 1218 01 febbraio 2018

Un ciclo di incontri per trasformare il proprio impegno sociale in cultura dell’accoglienza. Sabato 3 febbraio alle 18 appuntamento a CasArché

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Un ciclo di incontri per trasformare il proprio impegno sociale in cultura dell’accoglienza. Sabato 3 febbraio alle 18 appuntamento a CasArché

La cultura può diventare uno strumento di crescita? La cultura può cambiare le cose? Fondazione Arché pensa di sì. E allora, che cosa fare se nel nostro Paese, come nel resto d’Europa, ci si accorge che va montando la paura, l’opposizione, la chiusura nei confronti dell’altro, nei confronti dei più deboli?

Arché se lo è chiesto e ha deciso di avviare un ciclo di incontri per far sì che il suo impegno sociale possa declinarsi anche in termini culturali, così da diventare pervasivo.

Il primo appuntamento è per sabato 3 febbraio alle ore 18 in CasArchè. Che cosa si farà? L’idea è di leggere insieme alcuni testi, ma in futuro anche di guardare insieme dei video, di condividere le idee, di immaginarsi iniziative da intraprendere come Arché.

“Viviamo in una società dove l’altro è spesso considerato un pericolo, il diverso è una minaccia da cui dobbiamo difenderci – dice padre Giuseppe Bettoni, fondatore e presidente di Arché Onlus –Dal punto di vista delle dinamiche sociali risulta indubbiamente più facile e semplificatorio perseguire il vecchio modello del capro espiatorio sul quale scaricare le frustrazioni e le paure, sul quale far convergere tutte le magagne del nostro vivere piuttosto che guardare in faccia i veri problemi che sono endemici se pensiamo alla corruzione, al sistema malato e alle infiltrazioni mafiose nei diversi livelli delle istituzioni. E – continua padre Bettoni - se questo scaricare sul capro espiatorio che è sempre l’anello più debole della società è fatto da chi dovrebbe esercitare l’arte della politica per governare il bene comune allora la responsabilità è ancora più grande, oltretutto perché è da vigliacchi e da codardi opprimere il debole, lo straniero, il povero. Eppure noi siamo testardamente ostinati a credere che sia possibile trasformare la nostra convivenza che di civile ha sempre meno, perché governata dalla paura, dall’indifferenza, dall’odio e dalla violenza. Come si può fare questa trasformazione?”.

Cercheremo di rispondere proprio nell’incontro di sabato 3 febbraio. La riflessione prenderà spunto da due brani (in fondo al comunicato stampa). Il primo è dell’antropologo Bronislaw Malinowski, il secondo di Stefano Allovio, professore di antropologia all’Università Statale di Milano.

“Troppo spesso i migranti sono rappresentati come persone bisognose, da assistere, aiutare, proteggere – conclude padre Bettoni - Sono schiacciati spesso in una rappresentazione vittimizzante e paternalista. Questi due brani ci aiuteranno a fare ragionamenti diversi. E personalmente dico: vederli camminare attraverso le Alpi, sui sentieri di alta montagna non con i doposci o le giacche di piumino, ma vestiti di coraggio, di forza, rivestiti della determinazione di chi parte, perché l’unico vero pericolo è tornare indietro, mi fa pensare che queste persone possono essere per noi un irresistibile imperativo a cambiare”.