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Libri

Il collasso dell'Occidente

5 Febbraio Feb 2018 1814 05 febbraio 2018
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Di che natura è la crisi che stiamo attraversando? Una follia passeggera o il frutto della nostra storia? Perché mentre i numeri parlano di ripresa, crescono disperazione, solitudine e consumo di oppiacei? Una lucida riflessione nell'ultimo libro di Mattia Ferraresi

I numeri parlano di ripresa. Le vite raccontano altre storie. I numeri dicono: più lavoro, più auto, più investimenti. Più economia. Ma le vite minute, tremendamente concrete di milioni di persone, vanno per un’altra strada. E raccontano altre storie. Sono, queste, storie di sofferenza muta, di paure invisibili. Di improvvise, rancorose esplosioni.

Crisi di fiducia, crisi di speranza, crisi di futuro. Per questo l’altra crisi, che di tanto in tanto anche i numeri fotografano, la crisi del lavoro, ha qualcosa di esistenziale. Assomiglia a una catastrofe silenziosa. Silenziosa, ma inesorabile. Come un rumore sempre presente, ma collocato sullo sfondo. E sullo sfondo, racconta Mattia Ferraresi tra le pagine del suo ultimo libro Il secolo greve. Alle origini del nuovo disordine mondiale (Marsilio, 2017, 176 pagine, 16 euro), c’è la crisi di donne e uomini smarriti forse per sempre. Non c’è empowermet di genere o battaglia politically correct che scalfisca la scorza delle loro esistenze. Figuriamoci ciò che si agita sul fondo delle vite dei disoccupati a lungo termine, che negli Usa finiscono fuori dai radar delle statistiche ufficiali e dei loro numeri. Ma c’è una frattura più grande tra la società descritta dai numeri e quella che si scontra con le modeste, ma implacabili verità di fatto.

Dal suo osservatorio negli Stati Uniti, Ferraresi racconta di questa grande frattura fra grandi narrazioni di una medesima realtà. Nessuna delle due – chi vede una ripresa nei numeri, chi non la percepisce nella propria vita – è completamente vera. Nessuna delle, completamente falsa. Ma ad andare in crisi è soprattutto la narrazione degli ottimisti della ragione, quando i loro numeri vengono collocati nel perimetro concreto della realtà.

Dall’ottobre del 2009 al 2016, negli Usa sono stati creati 15,8 milioni di posti di lavoro, il tasso medio di disoccupazione è sceso dal 10 al 4,7%, il potere d’acquisto dei lavoratori è salito del 4,2% e quello delle imprese private del 144%. Wall Street ha continuato a correre. I profeti della Silicon Valley, con le loro infradito, hanno continuato a macinare innovazione. Eppure, negli stessi anni ha preso a avanzare una nuova a epidemia. Nel secolo ossessionato dai selfie e dal self, questa epidemia ha un nome: solitudine.

La solitudine - scrive Ferraresi, in una riflessione che converrebbe non lasciare sottotraccia - è oggi la principale causa di morte negli Stati Uniti. Basta guardare altri numeri, per capirlo: la depressione dei forgotten men è al tempo stesso causa e conseguenza di un’altra epidemia, quella di farmaci contro il dolore.

C’è chi l’ha definita opidemic, una nuova guerra dell’oppio. Ma è una guerra tutta interna alle società occidentali e, in particolare, al suo Stato guida: negli Usa, ogni giorno, circa 90 americani muoiono per overdose di farmaci. Il 40% circa di questi farmaci sono stati prescritti regolarmente. Tra questi, anche ili famoso fentanyl. Nel 2015, i morti per overdose da oppiacei sono stati 52mila: il doppio di quelli per incidente stradale. Le vittime sono prevalentemente bianchi della classe media: cominciano con antidolorici dopo un’operazione o un incidente e si ritrovano masticando pasticche di ossicodone. Non è un caso se negli Usa, che hanno il 5% della popolazione globale, si consuma il 90% di tutti gli oppiacei del globo. Ma anche questo è un sintomo di qualcosa di più radicale che sta mutando l’intera scena umana: la disperazione radicale.

Molte delle vittime di questa disperazione senza voce sono ovviamente disoccupati di lungo termine. Il perdurare della disoccupazione conduce in una spirale senza via d’uscita.

Il sociologo Thomas Cottle ha collocato la long-term joblessness nell categoria del trauma. L’esclusione prolungata dal lavoro, osserva Ferraresi, influenza l’intera visione del mondo, è una sorta di crollo delle aspettative elementari. Un collasso delle strutture di senso. Cottle, nel suo Hardest Times (University of Massachussets Press, 2003, p. 277), ricorda che «un periodo di disoccupazione senza fine induce a una concezione del mondo privo di senso, senza razionalità, e di un Dio che è percepito come tutt’altro che benevolo».

La crisi che stiamo vivendo, conclude Ferraresi, non è congiunturale, ma antropologica. Il nostro secolo greve non l'ha risolta, ma ha cambiato lo scenario di cui la crisi si auto-alimenta. Gettare i corpi, l'industria, memoria, futuro e identità tra le fauci dei tecno-entusiasti della Silicon Valley ha solo aggravato le cose: la rete, con le sue ambigue promesse di liberazione, ha sì «radicalmente cambiato una civiltà, ma non ha risposto alle profonde esigenze degli uomini».

Ciò che consuma alle fondamenta il nostro vivere comune è, nella lettura di Ferraresi, una malattia dello spirito che non ammette semplificazioni: di qua i buoni, di là i cattivi. Nel gioco delle parti, perderem(m)o tutti. Uscire da questo teatro di falsi infiniti è ben altro che un'opzione: è una necessità.

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