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Il caso

Macerata, il fascismo non c'entra

5 Febbraio Feb 2018 1308 05 febbraio 2018
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«Sono tre anni che si inocula paura e diffidenza. Dal caso Buzzi fino all'attacco alle ong si è voluto cavalcare la rabbia senza preoccuparsi del fatto che potesse diventare ingestibile. Oggi potrebbe essere troppo tardi. L'unica risposta possibile è l'accoglienza». A parlare con Vita.it della sparatoria avvenuta nelle Marche è Giovanni Lattanzi, presidente del COCIS e coordinatore nazionale del Gus che aveva in carico due dei sei ragazzi feriti

«Mi sono svegliato alle 8.30, avevo preso l’auto per andare in palestra, ma poi lungo il tragitto ho sentito alla radio che parlavano di nuovo del male fatto a Pamela da quel nigeriano e in quel momento non ci ho visto più. Sono tornato a casa di mia nonna Ada a Tolentino, ho aperto la cassaforte, ho estratto la Glock che detengo per uso sportivo, una scatola da 50 colpi e i due caricatori con una decina di pallottole ciascuno. Volevo ucciderli tutti». È così che racconta agli inquirenti com’è nata la caccia all’uomo di colore che ha sconvolto Macerata sabato dalle parole di chi l’ha messa in atto: Luca Traini. Traini ha sparato una trentina di colpi dalla sua auto, in una decina di punti della città che sapeva essere frequentati da migranti. Ha colpito e ferito sei persone.

Festus Omagbon, nigeriano di 32 anni, è ricoverato ad Ancona per una lesione vascolare al braccio destro; Wilson Kofis Lui, ghanese di 21 anni, è ricoverato per fratture alle costole e una contusione polmonare; Jennifer Otioto, nigeriana di 29 anni, è in attesa di un intervento chirurgico a un braccio fratturato dallo sparo; Mahmadou Toure, del Mali, 28 anni, è il più grave dei sei e da sabato è in rianimazione per una lesione al fegato, ma non è in pericolo di vita; Omar Fadera è stato colpito di striscio a un fianco ed è stato dimesso; Gideon Azeke, 25 anni, nigeriano, è stato operato alla coscia. Sui giornali, dal momento dell’accaduto si è fatto un gran parlare di Traini, del fascismo, della runa Wolfsangel, cioè un “dente di lupo”, antico simbolo germanico associato al nazismo, che ha tatuata su una tempia, delle bandiere con la celtica trovate in casa sua assieme a copie del Mein Kampf di Adolf Hitler ai suoi legami con l’estrema destra e con la Lega. Nessuno però parla di questi ragazzi, del perché sono in Italia e cosa fanno per vivere. «La nostra piena solidarietà va ai ragazzi colpiti da tanta brutale violenza ed al GUS, il Gruppo Umana Solidarietà, che accoglie nei suoi progetti alcuni di loro», è stato il commento della portavoce del Forum del Terzo Settore, Claudia Fiaschi. Così abbiamo deciso di chiedere a Giovanni Lattanzi, presidente del COCIS (Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, una delle più importanti Federazioni italiane di organizzazioni non governative) e coordinatore nazionale proprio del Gus - Gruppo Umana Solidarietà di spiegarci cosa sia successo a Macerata.


Presidente come stanno i vostri ragazzi?
I ragazzi stanno meglio. Ovviamente sono sotto osservazione. Uno ha avuto una perforazione da parte a parte con lesione delle costole ma senza lesioni ad organi interni. L’altro ha il gomito sinistro malconcio e si sta decidendo se e come intervenire. Stanno entrambi fortunatamente bene. Sotto shock, impauriti ma salvi. La paura è tanta e si sta diffondendo negli altri progetti. I ragazzi di Formia, che tra le varie attività che facciamo c’è il calcio, hanno chiesto di non giocare perché non se la sentono.

Ci spieghi in breve chi siete e cosa fate…
Come Gus abbiamo diversi progetti Sprar e di prima accoglienza in Italia. Seguiamo un modello di accoglienza diffusa che seguiamo da sempre. Lo attuiamo anche nella prima accoglienza. Su Macerata abbiamo un totale di 160 persone.

Da sabato, quando è avvenuta la tragedia, non si parla d’altro che di ritorno del fascismo. Tutti sono concentrati su Luca Traina. Nessuno parla di chi è stato colpito. Ci racconta chi sono questi due ragazzi?
Wilson è poco più di un ragazzo. Nato in Ghana nel 1997 è da un anno in un progetto di accoglienza come richiedente asilo. Wilson si è integrato perfettamente in Italia ed è sempre presente a corsi di italiano e a tutte le nostre attività. Mentre Festus viene dalla Nigeria e ha qualche anno più di Wilson. Da sei mesi è in un progetto del GUS e gli operatori parlano dell’impegno che sta mettendo per imparare la lingua italiana. Ha anche chiesto di poter avere delle lezioni aggiuntive, e per premiare questo suo impegno l’equipe sta riflettendo sul concedergli la possibilità di frequentare un corso per operaio carrellista per carrelli elevatori, anche perché partecipa sempre a tutte le attività che gli vengono proposte. Entrambi sono due bravi ragazzi è un buon esempio di accoglienza che funziona.

Un altro punto che riempie le prime pagine di tutti i giornali è il ritorno del fascismo. Anche secondo lei tutto questo è il segno di un Paese xenofobo che ha avuto un ritorno di fiamma per il ventennio?
No. Il problema è un altro. Da molto tempo si è alzato il livello dello scontro nei confronti dell’accoglienza. Senza ragionare sui modelli o sul tipo di accoglienza. È un attacco furioso contro l’invasione e l’invasore che ci toglie il lavoro e la libertà. Questo è stato voluto per cercare di aumentare la paura nella popolazione sapendo per altro che i numeri del fenomeno sono molto lontani da un’invasione. Solo dopo sono intervenute alcune realtà politiche che, soffiando su odio e paura, hanno cercato di monetizzarla in voti e poltrone. Sono tre anni che c’è questo sistematico alzare l’asticella dello scontro. E la comunicazione, i media, non stanno aiutando. Perché soffiano anch’essi su questa paura per ragioni di business.

Può spiegare meglio in cosa consiste questo attacco di cui parla?
È iniziato tutto con il caso Buzzi e le cooperative che lucravano sui migranti. Da lì è stata una escalation. Che ha attecchito anche nella magistratura arrivando allo zenit con l’attacco alle ong, che sono state infangate, senza prove, di essere colluse con i trafficanti di uomini. È questo contesto che ha dato vita a Luca Traina

Ma se il cavalcare questi sentimenti per fini politici come si spiega che il tutto sia iniziato molto prima. A che pro?
Non lo so. Non ho una risposta. Certamente qualcuno ha voluto cercare di cavalcare la paura delle persone. Il problema è che paura e rabbia non è facile gestirle. Se inoculi un virus non sai che reazione il fisico potrà avere. Macerata è un territorio accogliente. Un territorio tutt’altro che xenofobo o chiuso. Ma con un contesto, una miccia come la tragica vicenda di Pamela Mastropietro fa detonare reazioni come quella di Traina.

Come si può reagire, rimettere le cose a posto e sopire queste paure?
Non so se siamo ancora in tempo. Potrebbe esser già troppo tardi. La risposta è comunque una accoglienza fatta nel modo giusto. Le faccio un esempio più chiaro di mille discorsi. Nel fare l’accoglienza diffusa abbiamo affittato un appartamento a Formia. I nostri centralini hanno ricevuto la chiamata di una signora anziana, una vicina di casa, che si lamentava fortemente per gli odori che provenivano da quell’appartamento. Secondo la signora i ragazzi cucinavano tutto il giorno producendo olezzo nauseabondo. C’era un problema: la casa era ancora vuota, noi non avevamo ancora mandato nessuno a viverci. Abbiamo mandato poi effettivamente alcuni ragazzi in quel appartamento. Quando poi i ragazzi hanno finito il loro percorso se ne sono andati. La stessa signora ci ha chiamto per protestare perché voleva che rimanessero. Il motivo era che i ragazzi la aiutavano con le faccende quotidiane, la spesa e altre piccole cose e la facevano sentire sicura. Questo deve essere il nostro modello. Per non assistere ad altre Macerata questo è il format che dobbiamo perseguire.

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