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Povertà

Non basta il reddito di inclusione per sconfiggere la diseguaglianza

12 Febbraio Feb 2018 1129 12 febbraio 2018
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Per Stefano Zamagni l’unica via è quella trasformazionale, ma per imboccarla bisogna trasformare quattro parti della macchina «che sono: sistema fiscale, sistema scolastico, sistema del welfare e divario nord/sud. Ma la nostra politica, malata di “cortotermismo”, non sembra in grado di cambiare le regole del gioco e di impegnarsi per il bene comune»

Stefano Zamagni

Quella attuale è un’epoca di paradossi. Uno dei più inquietanti è quello per cui mentre la povertà assoluta a livello mondiale diminuisce, aumenta la diseguaglianza economica e sociale.

Perché un paradosso? Perché gli economisti erano abituati a considerare tutto seguendo la teoria della Curva di Kuznets, ma questa teoria - che descrive l’andamento della diseguaglianza in rapporto al tasso di sviluppo, mostrando l’evoluzione della distribuzione del reddito nel tempo ed è associata a un modello di sviluppo trickle-down (effetto di sgocciolamento) - ha funzionato fino agli anni ’70, quando l’importante era occuparsi dell’andamento del Pil. Oggi non funziona più, ma per troppo tempo gli economisti e i politici si sono cullati sugli allori e non si sono preoccupati di preparare terapie utili a contrastare la diseguaglianza.

Qual è stato l’errore? La globalizzazione e la terza e la quarta Rivoluzione industriale hanno falsificato la Curva di Kuznets. In Italia la povertà assoluta (quella di chi ha meno di due dollari al giorno) non esiste. Ma contemporaneamente è aumentata la diseguaglianza economica e per combatterla si procede “a pezzi”.

La Rei va bene, ma non basta. Gli 80 euro e il reddito di cittadinanza non bastano. Non bisogna farsi illusioni, altrimenti il male rimane sotto traccia. È un po’ come voler curare un malato di polmonite con una dose super di aspirina invece che con gli antibiotici. Il fatto è che tutte queste misure sono di corto respiro. Sicuramente alleviano la sofferenza, ma non curano il problema alla radice.

Per combattere la povertà bisogna essere più radicali e le strategie possibili sono soltanto tre: 1) quella rivoluzionaria, 2) il riformismo, 3) la via trasformazionale.

Se la prima strada è stata storicamente superata, in Italia si continua sulla via del riformismo con misure che hanno carattere di “tampone”. L’unico che oggi parla della terza via è Papa Francesco. Per imboccarla occorre però trasformare i “pezzi” della macchina. Prima di tutto il sistema fiscale, che è obsoleto. Poi anche quello scolastico/universitario che è stato pensato per una società di tipo fordista. Anche il sistema del welfare va cambiato, da quello distributivo a quello generativo. È inutile cercare di aggiustare il vecchio welfare state, bisogna invece avere il coraggio di fare il salto in direzione della welfare society.

E infine c’è il quarto blocco da cambiare (e questo è il più difficile): quello che riguarda il dualismo economico. Al tradizionale dualismo Nord/Sud si è aggiunto un dualismo sociale e civile. Basta considerare le differenze nei servizi o i dati sull’aumento della povertà relativa, dove dai dati notiamo che i 2/3 dei poveri sono collocati al centro/sud. D’altro canto il Mezzogiorno riceve il doppio rispetto al contributo dato in termini di gettito fiscale (ancora peggiore la situazione in Calabria, dove per ogni 100 euro ricevuti, il contributo fiscale è pari a 36 euro). Ecco spiegato anche il perché dei recenti referendum in Lombardia e Veneto, regioni che si rifiutano di sostenere quasi interamente il peso della fiscalità.

Le quattro parti della macchina che vanno trasformate, quindi, sono queste: sistema fiscale, sistema scolastico, sistema del welfare e divario nord/sud. Ma la nostra politica, malata di “cortotermismo”, non sembra in grado di cambiare le regole del gioco e di impegnarsi per il bene comune. Per essere efficaci occorrerebbe allungare gli orizzonti temporali, guardare al medio e al lungo periodo, come hanno saputo fare in passato uomini come De Gasperi. E oggi il nostro problema è che siamo pieni di “politicanti” ma del tutto privi di “statisti”.

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