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Formazione, welfare e riforma fiscale: le parole scomparse della campagna elettorale

13 Febbraio Feb 2018 1425 13 febbraio 2018

Il documento "elettorale" delle Acli ha il merito di mettere in primo piano questioni che i grandi partiti sembrano aver dimenticato: 43 proposte sistemiche che hanno il merito di immaginare l'Italia del futuro

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Rossini Acli
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Il documento "elettorale" delle Acli ha il merito di mettere in primo piano questioni che i grandi partiti sembrano aver dimenticato: 43 proposte sistemiche che hanno il merito di immaginare l'Italia del futuro

È un documento che merita grande attenzione quello che le Acli hanno messo sul tavolo della campagna elettorale sotto il titolo “Al lavoro con le Acli” (vd in allegato). Grande attenzione per l’organicità e la concretezza delle 43 proposte. Che partono da un interrogativo tanto semplice quanto troppo spesso eluso: quale Italia vogliamo per noi e per i nostri figli? Come ci immaginiamo questo Paese tra qualche anno?

In questo senso la proposta delle Acli esprime davvero una visione di futuro, senza mai cedere all’autocommiserazione. «L’Italia ha tutte le risorse e le opportunità per essere migliore e più giusta, an-che quando affronta momenti difficili», scrive il presidente delle Acli Roberto Rossini (in primo piano in foto) nella sua introduzione. D’altro canto però, sostiene Rossini «sta mancando una pedagogia della proposta politica, perché sono troppi quelli che hanno una soluzione facile e semplice per ogni problema. Ma ogni problema si connette con un altro e poi con un altro ancora, con tempi più o meno diversi, in una relazione intima che - come ha scritto con straordinaria chiarezza papa Francesco nella Laudato Si’ – ci dimostra che nel mondo tutto è connesso, la povertà con l’ambiente, la cri- minalità con l’educazione, lo sport con l’economia, la finanza con il territorio... Connettere le questioni è politica: è riacquistare un “pensiero lungo” così necessario alle questioni intergenerazionali, che non sono risolvibili tra un’elezione e l’altra. E allora: riusciamo a trasformare il dibattito politi- co in un laboratorio di pensiero politico che sappia orientare il Parlamento su grandi questioni che oggi vanno ripensate? La casa, la scuola, il lavoro, l’assistenza, la sanità, la previdenza... c’è un modo per ripensarli in modo ordinato, nuovo e contemporaneo? Possiamo scegliere alcuni driver, alcuni fattori, che possono guidare lo sviluppo e su questi avviare una grande opera di ripensamento? Noi ne anticipiamo almeno tre».

Si tratta di driver per nulla scontati o di comodo, che però il dibattito politico di queste settimane ha del tutto scansato. Vediamoli

  • Il primo sono la formazione e l’istruzione: «per questo occorrerà avviare uno sforzo eccezionale per la formazione di tutti e la riqualificazione professionale di adulti e disoccupati, per esempio in alcuni settori strategici precisamente identificati. Investire e diversificare gli investimenti su almeno due forme di istruzione e formazione è un processo che può avviare un nuovo percorso per il nostro Paese. Un Paese sviluppato si fonda anzitutto sul capitale umano, sulla formazione dei suoi cittadini. L’istruzione e la formazione co- stano, ma l’ignoranza rischia di costare ancora di più».
  • Il secondo fattore di sviluppo è costituito dal welfare. Che lungi dall’essere mera speso, viene considerato un investimento sul futuro: «La lotta alla povertà è il primo ambito sul quale investire, generando risorse per poter permettere a tutti i cittadini di vi- vere dignitosamente. Partendo proprio dal Reddito di Inclusione, si potrebbe ricostruire tutta la filiera del welfare in un’ottica solidale e sussidiaria, immaginando che popolazione ci sarà nei prossimi anni, che “Italie” ci saranno, che famiglie costruiremo e che lavoro faremo, nel futuro.
  • Il terzo driver è la politica fiscale. «Un Paese per tutti, nessuno escluso, si fonda sulla promessa di una uguaglianza delle opportunità, indipendentemente dal censo, dalla fortuna, dalla famiglia di provenienza. Perché ci sia un merito più del lavoro e meno della rendita serve un nuovo patto fiscale, dove vi sia più semplificazione e più trasparenza degli obiettivi comuni e più capacità di intervento in settori “dimenticati” (come per esempio le transazioni finanziarie, i colossi del web, le successioni sui grandi patrimoni). Povertà e diseguaglianza non sono un destino ineludibile, se si manovrano le giuste leve».

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