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Barbieri: «Così abbiamo reagito al caso Haiti»

15 Febbraio Feb 2018 1832 15 febbraio 2018
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Intervista al direttore generale di Oxfam Italia, Roberto Barbieri: «È come se fossimo diventati il Weinstein delle Ong, senza nessuna distinzione. Da Haiti però sono cambiate molte cose». E secondo Barbieri questa può essere un’occasione per aprire un dialogo all’interno delle organizzazioni su ciò che ancora non funziona nel mondo dell'umanitario

Rischia di perdere moltissimo Oxfam Italia, dopo la bufera sollevata dal quotidiano britannico Times sul caso degli operatori impegnati in una missione umanitaria post-terremoto ad Haiti nel 2011 che avevano pagato prostitute. «Da allora abbiamo introdotto procedure di selezione rigorose», spiega Roberto Barbieri, direttore generale dell’organizzazione, secondo cui questa è anche un’occasione per aprire un dialogo su ciò che ancora non funziona nell’umanitario. «Si tratta di questioni estremamente complesse che devono essere affrontate».

Voi siete entrati nel circuito internazionale di Oxfam nel 2012, dopo i fatti di Haiti. Che impatto sta avendo l’inchiesta del Times sul vostro lavoro?

Un impatto enorme. Devastante. Stiamo attraversando una crisi reputazionale durissima, al di là del nostro coinvolgimento diretto. Il Times ha trattato il caso Haiti come se Oxfam avesse cercato di occultare ciò che era successo, in realtà nel giro di un mese dalle segnalazioni di quei fatti gravissimi era stata avviata un’indagine interna, il cui esito finale era stato reso noto in un comunicato. Sette persone erano state licenziate, inoltre Oxfam UK aveva dato tutte le informazioni alla Charity Commission. Il motivo per cui non venne specificato esplicitamente che si trattava di abusi sessuali perché in tal caso avremmo dovuto denunciare i fatti alla polizia locale di Haiti e il rischio concreto era che venissero poi perseguite le donne coinvolte. La priorità era tutelare i soggetti più vulnerabili. Per questo avevamo parlato di “allontanamento per gravi violazioni”. Sicuramente è stato fatto un errore gravissimo nella selezione di persone che hanno approfittato di una fortissima asimmetria di potere. Ritrovarsi tutto questo come se fosse un fatto di ieri e come se noi avessimo cercato di coprirlo però è devastante. Nella vicenda di Haiti inoltre, a differenza di quanto è stato scritto, non sono stati coinvolti né beneficiari né persone minorenni.

In che modo parlare esplicitamente di abusi sessuali avrebbe costituito un rischio per le donne coinvolte?

Perché ad Haiti la prostituzione è illegale, per questo le donne avrebbero rischiato di essere perseguite. Questa decisione era stata presa all’epoca sulla base di pareri legali per tutelare prima di tutto le persone vulnerabili coinvolte nella vicenda.

Avete citato un errore gravissimo di selezione del personale. Da allora che misure sono state prese per evitare che fatti come quelli di Haiti si ripetessero?

Tra le lezioni di Haiti c’è un miglioramento delle procedure interne. Abbiamo introdotto un processo di selezione molto più rigoroso, con uno stretto controllo delle referenze e la presentazione del casellario giudiziario per chi lavora con i minori. Inoltre abbiamo applicato delle procedure di safeguarding che prevede la denuncia protetta da parte del personale Oxfam dei comportamenti scorretti, compresi un’ampia serie di casistiche legate non solo alla sfera sessuale ma agli atteggiamenti di abusi, bullismo e cattiva condotta nei confronti dei colleghi e dei soggetti partner. Se ad esempio in una riunione viene fatta una battuta sessista o ritenuta offensiva c’è un canale protetto per segnalarla e delle azioni disciplinari che vanno dall’ammonimento, al richiamo, fino al licenziamento per i casi più gravi. I casi di cui si è parlato nell’inchiesta del Times si riferivano proprio alle 87 segnalazioni interne che sono state fatte. L’accusa di copertura in questo caso è smentita dal fatto che questo dato fosse stato pubblicato nel bilancio sociale di Oxfam.

Confermate quindi che il dato delle 87 segnalazioni fosse pubblico?

Sì. (Qui il link N.d.r) Le segnalazioni sono poi state trasformate in casi di abusi sessuali ma in realtà riguardavano una casistica molto più ampia, dalla battuta sessista al bullismo, al comportamento inappropriato. 50 di queste segnalazioni sono state fatte nei negozi Oxfam, dove lavorano migliaia di volontari. 13 di questi casi sono stati ritenuti di una gravità tale da essere riferiti alla charity commission e la procedura ha portato a 18 licenziamenti in Gran Bretagna, segno che le procedure interne funzionano. Questi dati non indicano che i casi di cattiva condotta sono aumentati negli ultimi anni, ma ci dicono che oggi finalmente ci sono i canali per segnalarli e prendere provvedimenti.

Le stesse procedure interne sono applicate anche in Italia?

Sì, anche in Italia abbiamo un sistema di safeguarding e negli ultimi tre anni non abbiamo avuto nessun caso di cattiva condotta.

Sono state fatte diverse critiche alla decisione di non rendere noti i nomi degli operatori coinvolti nei fatti e il conseguente rischio che poi queste persone trovino un altro posto di lavoro in altre organizzazioni, reiterando gli stessi comportamenti. Come vi ponete rispetto a questo?

Oxfam non ha dato nessun tipo di referenze alle persone coinvolte ma si tratta di un tema complesso che rileva effettivamente un problema di sistema e la presenza di due estremi. Da un lato, non vi è nessuna possibilità di effettuare delle segnalazioni ufficiali per chi è coinvolto in fatti gravi, se non all’interno della stessa organizzazione. Non c’è nessun sistema di alert che eviti il fatto che l’operatore licenziato in un Paese, trovi poi un altro posto dall’altra parte del mondo. Dall’altra c’è un tema di privacy e di diritti. Un conto sono le azioni penalmente rilevanti, altro invece è il caso di comportamenti che riguardano giudizi morali ed etici con margini di soggettività. Penso che sia necessario parlarne. Bisogna trovare punti di equilibrio. Vicende come queste sono un’occasione per aprire un dialogo e migliorare le procedure interne.

Cosa rischiate di perdere?

Tantissimo. Si tratta di un danno capitale alla nostra reputazione. È come se Oxfam fosse diventato il Weinstein delle Ong, senza nessuna distinzione. È chiaro che sono stati fatti degli errori gravi ma che ci si è mossi in trasparenza e si sono presi provvedimenti efficaci. Stiamo perdendo donatori regolari ogni giorno. Abbiamo però anche tante dimostrazioni di solidarietà.

Pensate di uscire dal network internazionale?

No, non pensiamo di farlo. È dura ma resteremo.

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