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Di Maio: ecco il mio welfare a 5 Stelle

2 Marzo Mar 2018 1100 02 marzo 2018
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I leader del Movimento 5 Stelle, di Forza Italia e del Partito Democratico hanno risposto a 13 domande che Vita ha posto loro dopo un confronto con le realtà del nostro comitato editoriale. Qui le risposte di Luigi Di Maio, capo politico dei grillini, che boccia l'impresa sociale e si impegna a continuare la battaglia contro l'azzardo a fianco del Movimento No Slot

1. SANITA'. In Italia cala la spesa pubblica e sale quella privata (la spesa sanitaria delle famiglie ormai ha superato quota 33 miliardi). Sempre più italiani rinunciano a curarsi (sono 11 milioni, erano 9 nel 2012). Al sud ormai si vive tre anni in meno che al Nord. Come garantire una sanità più giusta e meno selettiva?
La prima cosa da fare è invertire la rotta che hanno seguito tutti i governi degli ultimi anni. Basta con i tagli al Fondo sanitario nazionale, a causa dei quali sempre più persone sono state costrette a rinunciare alle cure mediche. Tra il 2012 e il 2017 sono stati tagliati oltre 25 miliardi rispetto al fabbisogno reale, e nei documenti economici del governo Gentiloni si prevede un’ulteriore riduzione nei prossimi tre anni: se non li fermiamo la spesa sanitaria scenderà sotto il 6,5% del Pil. Questo significa servizi ancora più scadenti per i cittadini e condizioni di lavoro ancora peggiori per tutto il personale sanitario coinvolto. Già oggi la spesa sanitaria privata ha superato quota 37 miliardi e continua a crescere; in pratica, in punta di piedi, stanno privatizzando il più fondamentale dei servizi pubblici. La Sanità che immagina il M5S è una sanità che si prenda cura delle persone. Dovrebbe essere una frase scontata, invece in Italia non lo è. Ogni attività dovrebbe funzionare in base al principio di dare valore alle persone, a maggior ragione per tutto ciò che riguarda la salute. Per questo bisogna rifinanziare la Sanità secondo i bisogni dettati dall’invecchiamento della popolazione e investire più risorse nella prevenzione. Le risorse ci sono. Quello che è sempre mancata è la volontà politica di trovarle. L’aumento dei fondi permetterà di attuare anche un piano da 10.000 assunzioni di personale medico e infermieristico, che in questi anni è stato umiliato dal blocco del turn-over e dall’esplosione delle ore di straordinario. Un medico o un infermiere stressati lavorano peggio e rischiano di cadere più facilmente nella sindrome da burn-out, la qualità del servizio sanitario peggiora, si allungano le liste d’attesa e i pazienti sono spinti verso il settore privato, con effetti deleteri sulle spese che le famiglie devono affrontare e anche sull’equità del sistema. I pazienti che decidono di curarsi in regime di intramoenia non devono essere favoriti rispetto a chi non può permetterselo e, allargando il discorso ai divari regionali, i piani di rientro dal disavanzo devono tenere conto della qualità del servizio e dei LEA, i livelli essenziali di assistenza, altrimenti ci si avvita nella logica perversa dei tagli lineari. Solo in un contesto di rifinanziamento della Sanità si può parlare di lotta agli sprechi.

2. DISABILITA' E NON AUTOSUFFICIENZA. Andando per un attimo al di là dei fondi pubblici dedicati al tema, l'accessibilità non è solo assenza di barriere architettoniche, ma una città più semplice per tutti. Non si tratta di eliminare, ma di progettare infrastrutture (fisiche e non) in modo che la vita delle persone con disabilità siano sempre più integrate nel tessuto sociale delle nostre comunità. Cosa intendete proporre su questo tema?
Si tratta di una questione cruciale per una società che voglia dirsi civile ed avanzata. Nei decenni passati le politiche in questo campo sono state assolutamente carenti, se non del tutto assenti. La piena integrazione delle persone con disabilità all’interno della società e del mondo del lavoro può avvenire solo attraverso una concezione degli spazi e dell’urbanistica che tenga conto dei loro bisogni e che sfrutti le nuove opportunità che ci vengono offerte dall'avanzamento tecnologico. In primo luogo i luoghi pubblici devono essere tutti accessibili, dalle scuole agli uffici pubblici. Dovrebbe essere già così, ma ci sono enormi disparità da regione a regione nell’applicazione delle leggi. In particolare penso alle scuole, dove la presenza di barriere architettoniche è ancora un’odiosa forma di discriminazione fin dall’infanzia. Le scuole hanno anche bisogno di ambienti in cui tutti gli alunni si sentano accolti e inclusi, e soprattutto è ora di eliminare la norma assurda, introdotta con la Buona Scuola, che impone un numero di studenti per classe superiore a 20 anche nel caso sia presente un alunno con disabilità. Tutto questo non è accettabile e tra le risorse aggiuntive che vogliamo dedicare al sistema scolastico una parte è espressamente dedicata all’accessibilità.

3. AZZARDO. L’azzardo è, oramai, tra le principali preoccupazioni delle famiglie italiane. Sono loro a sopportare il peso di indebitamento, usura, dispersione scolastica, malattia, povertà, dissesti finanziari e aziendali di familiari caduti in questa trappola. Una tragedia vissuta da milioni di famiglie che si svela appena scendiamo tra la gente e guardiano dietro i numeri (96 miliardi di fatturato, quasi 10 incassati dall’Erario) di un business finanziario enorme che aggredisce i territori, non meno del legame civico e sociale. Uscire dal vicolo chiuso in cui lo Stato italiano si è messo negli ultimi 15 anni - da quando, nel 2003, con le “legalizzazioni” si è incrementato, favorito e indotto consumo di azzardo di massa – è una priorità chiesta a gran voce dalla società civile. Quali sono i passi concreti e immediati, in termini di contrasto e regolamentazione, che intende intraprendere per dare risposta a questa esigenza e quali risultati si aspetta da questa azione?
Proprio questa estate abbiamo fatto nostro l’appello di Vita.it e No Slot e condotto una campagna di raccolta dati, poi diffusi sui territori, relativi alla piaga di azzardopoli. Una piaga che nel 2016 ha visto bruciare 96 miliardi di euro, 260 milioni al giorno, quasi 11 milioni l’ora. Il nostro programma è il frutto di una battaglia di 5 anni al fianco delle associazioni, portata avanti in Parlamento, nei Comuni e nelle Regioni, dove ci siamo battuti a difesa della loro autonomia nella lotta all’azzardo. I Comuni a 5 stelle, da Torino a Roma passando per Livorno, hanno adottato delibere a tutela della salute dei loro cittadini, fissando distanze da luoghi sensibili come chiese e scuole, e limitando gli orari. Per il Movimento 5 Stelle parlano i fatti. Migliaia di nostri iscritti hanno votato punti specifici sulla lotta ad ‘azzardopoli’: le priorità saranno dare più risorse a forze dell’ordine e magistratura per combattere l’illegalità – in alcuni casi mafiosa - che si annida nell’azzardo anche ‘legale’, vietare pubblicità e sponsorizzazioni. In quest’ultima battaglia mi sono speso personalmente con le associazioni. Lo ricordiamo sempre: oltre ai danni di famiglie distrutte, umanamente ed economicamente, ogni euro bruciato in azzardo è un euro che esce dall’economia reale e produttiva. Va introdotta la massima trasparenza finanziaria e vanno aboliti i concessionari. Inoltre va introdotta una ‘exit-strategy’ da slot e videolottery e limitato fortemente l’online fissando un tetto massimo di ‘scommesse’ annue. Con l’introduzione di una tessera personale si controlleranno i flussi e si potrà prevenire la diffusione tra i giovani. Un esempio: chi percepirà il reddito di cittadinanza non potrà gettar soldi nel tentar la sorte e, se scoperto tramite la tessera, perderà il sostegno al reddito. La differenza, in questo come su altri temi cruciali per la qualità della vita, la farà la libertà politica di agire per il bene delle persone: misure come il condono ai signori dell’azzardo ad opera del governo Letta devono diventare un lontano ricordo.

4. POVERTA'. In Italia abbiamo 4,5 milioni di persone in povertà assoluta. A gennaio 2018 è partito il ReI, la prima misura nazionale di contrasto alla povertà. È risaputo che questa misura, con le risorse ad oggi stanziate, raggiungerà solo una parte delle persone in povertà assoluta, per cui il Piano contro la povertà necessiterà in futuro di ulteriore sostegno per arrivare ad avere una misura davvero universale. Pensate di continuare su questa strada? Che risorse ci saranno nella prossima legislatura per il contrasto alla povertà? Destinate a cosa? Perché l’altro tema che sta emergendo è la necessità di creare una «infrastruttura sociale» che supporti le persone nella loro attivazione, al di là dell’erogazione monetaria che sarà sempre insufficiente: quale visione ha in merito a questo?
In Italia le statistiche ci dicono che circa 9 milioni di persone vivono sotto la soglia di povertà. Ci sono circa 11 milioni di italiani che rinunciano a curarsi perché non se lo possono permettere. Queste situazioni non sono create solo da politici incompetenti, sono create da politici insensibili. Nel 2018, una qualità essenziale di un buon politico è, oltre la competenza e l’onestà, anche la sensibilità. Se ci fosse questa, certe leggi non verrebbero mai approvate; penso ad esempio alla legge Fornero, che ha creato la categoria degli esodati e che oggi gli stessi politici che l’hanno votata dicono di voler abolire. Il Movimento 5 Stelle si presenta fin dal 2013 con una proposta chiara: il reddito di cittadinanza. Abbiamo sempre criticato duramente il Rei perché si tratta di una misura universale solo a parole, che non risolve il problema della povertà e che continua a lasciare senza alcun tipo di aiuto categorie fortemente penalizzate come i giovani ed i pensionati. Qualche settimana fa ho visitato l’associazione “Pane quotidiano” a Milano, che si occupa di dare assistenza e pasti caldi a persone in difficoltà. Gli operatori mi hanno spiegato che il 70% degli italiani che vengono assistiti da loro sono pensionati. Per noi non è accettabile che una persona oggi viva sotto la soglia di povertà. Se in una famiglia, il padre o la madre – o magari entrambi - hanno perso il lavoro, devono poterlo cercare senza vivere con l’acqua alla gola, in una situazione di tensione continua. Hanno il diritto di essere aiutati in questo. Per questo il reddito di cittadinanza integra il reddito percepito fino a raggiungere la soglia di 780€ al mese (soglia stabilita da Eurostat). E’ una misura che dà alle persone in difficoltà la possibilità di formarsi, con l’obbligo di accettare una di tre proposte di lavoro. Per rendere effettivo il reinserimento nel mondo del lavoro, intendiamo investire – anche in deficit - in settori strategici per far aumentare l'occupazione, e rafforzare le politiche attive del lavoro ed i Centri per l'impiego. Per questo abbiamo previsto un investimento iniziale di 2,1 miliardi di euro. Questo investimento è mancato nella riforma del governo e questo fa sì che il Rei sia non solo una misura insufficiente, ma anche interamente assistenziale.

5. SECONDO WELFARE. La Legge di Stabilità 2016 come noto ha cambiato le regole che determinano il reddito da lavoro dipendente - ampliando il novero delle erogazioni aventi finalità sociali, educative e assistenziali fiscalmente agevolate - e promosso il welfare aziendale nell’ambito dell’erogazione della parte variabile del salario legata alla produttività (il cosiddetto premio) favorendo fiscalmente i servizi di welfare rispetto all’equivalente in denaro. La “rivoluzione” attuata da quel provvedimento è stata ampliata dalla successiva Legge di Stabilità 2017. Con la Legge di Bilancio 2018 il Legislatore sceglie di continuare sulla strada tracciata dalle precedenti Manovre. Crede che questa sia la strada giusta nell’ottica della costruzione di un nuovo modello di welfare? Quali opportunità e quali rischi vede?
L’incoraggiamento al welfare aziendale è un aspetto indubbiamente positivo, perché significa potenziare un’idea di responsabilità sociale di impresa che aiuta il nostro Paese a crescere. Nel nostro programma prevediamo strumenti che incentivano le aziende a fare politiche “family friendly”. Bisogna mettersi in linea con il resto d’Europa, per esempio, sul fronte dei congedi parentali o degli assegni familiari. Si tratta di strumenti che non solo migliorano la qualità della vita delle persone, che è il nostro primo obiettivo, ma comportano anche un aumento della produttività.

6. FORMAZIONE E LAVORO GIOVANILE. In Italia abbiamo 2 milioni di Neet e una disoccupazione giovanile comunque attorno al 32%, con le indagini Excelsior che ci ripetono da anni lo scandalo del mismatch, il timore dei robot che sostituiranno l’uomo nel lavoro, il fatto che le iperspecializzazioni nel contesto attuale vengono superate e bruciate rapidissimamente… Da un lato, quali iniziative pensate per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro? Dall’altro, la sfida che la scuola, il sistema della formazione e dell’Università, hanno di fronte è quella di formare e preparare a lavori che non esistono ancora, ma il dibattito sull’innovazione non ha ancora portato ad attivare processi su larga scala: come pensate di accompagnare questo compito?

Per garantire l'accesso dei giovani nel mondo del lavoro bisogna soprattutto superare la legge Fornero che è la principale responsabile dell'allungamento dell'età pensionabile. Bisogna consentire di poter andare in pensione prima, senza troppe penalizzazioni e allo stesso tempo bisogna introdurre una "staffetta generazionale" che consenta l'affiancamento dei nuovi giovani ai lavoratori più anziani. In questi anni abbiamo approfondito sia il tema dell’innovazione, sia quello del lavoro del futuro. Per questo abbiamo commissionato lo studio “Lavoro 2025”, realizzato da un’équipe di ricercatori che ci hanno fornito dati e scenari fondamentali sull’evoluzione dei prossimi 7 anni. La robotica e l'intelligenza artificiale stravolgeranno il mondo del lavoro, proprio per questo bisogna prepararsi al cambiamento e non subirlo. La sfida della rivoluzione tecnologica va gestita dalla politica per trasformare i pericoli della robotica in opportunità di nuova occupazione. Il MoVimento 5 Stelle vuole investire in settori ad alta intensità di lavoro e spingere l'innovazione. Puntiamo su: energie rinnovabili, manutenzione del territorio, contrasto al dissesto idrogeologico, adeguamento sismico, mobilità elettrica e turismo sostenibile. Questo è possibile se chi governa ha la libertà di sostenere queste politiche. Pensiamo anche che ci voglia una visione integrata: per noi è fondamentale che l’accesso all’università sia più semplice e per questo vogliamo allargare la No Tax Area, che è già diventata realtà grazie alla nostra azione.

7. ADOZIONI. Negli ultimi cinque anni le adozioni internazionali in Italia hanno vissuto una notevole crisi. C’è il calo drastico dei numeri, che significa - ricordiamolo - che nel mondo sempre meno bambini senza famiglia riescono a trovare una mamma e un papà grazie all’adozione internazionale. In Italia nel 2015, ultimo dato ufficiale disponibile, sono stati adottati 2.216 bambini, circa la metà rispetto ai 4.130 entrati nel 2010. Negli ultimi anni il calo delle adozioni è continuato, alcuni stimano 1.200 ingressi nel 2017, una nostra elaborazione stima un -30% rispetto ai dati del 2015. Le cose non vanno meglio sul fronte nazionale: nel 2016 sono state presentate 8.305 domande di disponibilità all'adozione nazionale, la metà rispetto al 2006. Le adozioni – nazionali e internazionali - per riprendere hanno bisogno di attenzione politica: cosa intendente fare concretamente per ridare alle famiglie fiducia in questo strumento e valorizzare le adozioni?
La diminuzione delle adozioni internazionali è stata dovuta a fattori strutturali. Vale a dire: in Paesi dove c’è stato un miglioramento delle condizioni di vita si è scelto, giustamente, di favorire l’adozione all’interno del Paese stesso. Purtroppo però c’è anche un’altra motivazione: gli ultimi esecutivi non hanno consentito di far lavorare a pieno regime la Cai, la commissione per le adozioni internazionali, che opera presso la presidenza del Consiglio e che controlla l’operato degli enti adottivi. Per lungo tempo i vertici della commissione hanno agito calando le decisioni dall'alto, a discapito di un approccio partecipato e accentuando la mancanza di comunicazione e coordinamento tra Cai, famiglie ed enti che si occupano di adozioni - alcuni di questi ultimi hanno realizzato vere e proprie truffe. Infine, non sempre l'interazione tra alcuni nostri uffici diplomatici e i Paesi esteri avviene in modo rapido e la burocrazia diventa un ostacolo. Tutti questi fattori insieme hanno avuto l’effetto di scoraggiare molte famiglie dall'intraprendere o completare l’iter per l’adozione. Noi abbiamo presentato una proposta di legge che la maggioranza non ha mai voluto discutere. A tutti è chiaro che la normativa va modificata. Per prima cosa è fondamentale che la Cai torni a svolgere appieno il suo ruolo di organo di coordinamento e sintesi, inoltre è necessario che costi e tempi per l’adozione siano certi e chiari fin dall’inizio e chiediamo che gli enti seguano le famiglie dalla fase di pre adozione fino a quella della post adozione. Infine riteniamo sensato che la Cai passi alle dipendenze della Farnesina e che le nostre ambasciate, soprattutto nei paesi dove più numerose sono le domande per le adozioni, si dotino di una specifica figura preposta a interagire con le istituzioni e a seguire tutto l'iter burocratico-amministrativo. Per quanto riguarda invece le adozioni nazionali, non c’è dubbio che la prima cosa da fare sia quella di applicare la legge e creare un unico database nazionale dei bambini adottabili. Ad oggi questa norma è disapplicata e ciascun tribunale ha il proprio database. Questa frammentazione a volte costringe le famiglie interessate alle adozioni a un vero e proprio tour presso i tribunali, che fa perdere tempo ed energie e che spesso finisce per scoraggiare le persone interessate a portare l’iter fino in fondo.

8. POLITICHE FAMILIARI. In Italia abbiamo un drammatico problema di denatalità, la cui radice non è nel fatto che i giovani italiani – diversamente dai loro coetanei di altri paesi - non vogliono fare figli, quanto nel fatto che i giovani italiani non riescono a realizzare, nei loro progetti di vita individuali, quanto vorrebbero. Siamo uno dei paesi con maggior crollo della fecondità under 30, maggior rinvio del primo figlio, maggiori difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia, i posti nei nidi dove ci sono restano vuoti (13 su 100, secondo l’Istat) per via di costi insostenibili, il tasso di occupazione femminile è ancora troppo basso. Nella prossima legislatura il sostegno alla famiglia sarà finalmente una priorità del Governo, in maniera coerente e continuativa, al di là dei singoli bonus, in modo da tenere insieme crescita, lotta alla povertà dei giovani, natalità? Si affronterà il tema di un fisco che tenga conto dei carichi familiari?
Assolutamente sì. Un Paese che vorrebbe fare figli ma non può permetterseli è un Paese che non ha futuro. Noi vogliamo agire sul welfare delle famiglie come priorità e portare la spesa dall’1,5% attuale, sotto la media europea, al 2,5% del Pil, eguagliando il livello francese. Si tratta di circa 20 miliardi di euro da finanziare gradualmente nell’arco di 5 anni per costruire una rete di sostegno alle famiglie con figli. Ad esempio, intendiamo garantire 150 euro al mese per 3 anni dalla fine della maternità per le donne che rientrano al lavoro, sgravi contributivi per 3 anni per le imprese che mantengono al lavoro le lavoratrici dopo la nascita del figlio, l’innalzamento dell’indennità di congedo parentale dal 30% della retribuzione all’80%, l’innalzamento dell’indennità di maternità dall’80 al 100% e, sul fronte degli anziani, l’innalzamento dell’importo detraibile per l’assunzione di colf e badanti. Noi siamo convinti che il problema della denatalità sia collegato anche alle condizioni del mondo del lavoro. Il Jobs Act ha dato il colpo di grazia alla stabilità del posto di lavoro e alle prospettive future di milioni di giovani potenziali famiglie. Reintrodurre l’articolo 18 nelle aziende sopra i 15 dipendenti e promuovere occupazione di qualità attraverso un piano di investimenti produttivi è uno dei modi migliori non solo per permettere alle coppie di avere figli, ma anche per garantire loro una qualità della vita.

9. IMMIGRATI. Oggi 136.477 migranti, pari al 78% del totale, vivono nei 7.000 CAS (grandi alberghi, ex caserme, appartamenti, luoghi spesso isolati), sparsi in tutta Italia con livelli e qualità di accoglienza fortemente disomogenei; 13.302 nei CARA e 895 posti in centri hotspot. Solo 23.682 persone invece sono affidate agli SPRAR, che fuori da logiche emergenziali, garantiscono – in coordinamento con gli enti locali – un processo di accompagnamento e integrazione. Il quadro è quello di un fenomeno difficilmente governabile e ancora mal governato. Come intervenire sul sistema di accoglienza e integrazione? Nel frattempo, il Governo uscente ha impostato la sua politica in Africa finanziando progetti di cooperazione internazionale in Libia. Quale ruolo immagina per la nostra cooperazione internazionale, in particolare in Africa e nel rapporto con i paesi di provenienza dei migranti?
Il fenomeno dell'immigrazione non è mai stato governato in Italia, la politica ha le sue responsabilità e le inchieste giudiziarie lo dimostrano. Per potenziare il sistema di accoglienza è necessario rinforzare gli SPRAR, come sosteniamo anche nelle nostre linee programmatiche di governo. Altra strada da seguire è quella della cooperazione internazionale, un settore che ha subito tagli dai governi negli ultimi anni e che invece il Movimento 5 Stelle vuole riformare, dotandolo di maggiori fondi e più canali di intervento, in particolare verso le aree di crisi come i paesi del Nord Africa. Sappiamo che il Niger è uno dei Paesi di transito dei migranti verso la Libia e verso gli sbarchi nel Mediterraneo, ma questa nuova missione arriva tardivamente, a Camere sciolte e da un Governo dimissionario. In ogni caso l'Italia non può essere lasciata sola, serve che la UE individui degli hub di transito, affinché chi ha diritto possa accedere all'Europa attraverso canali sicuri, e non percorrendo i viaggi della morte. Affinché chi ha diritto possa accedere all'Europa attraverso canali sicuri e recarsi nei Paesi dove vuole andare, perché molte delle persone che arrivano non vogliono restare in Italia. Chi arriva da noi e vuole andare in Franci o in Austria deve poter andare. Chi oggi si oppone alle quote di ricollocamento previste in Europa, si oppone al futuro della UE.

10. VOLONTARIATO. In Italia ci sono 6,6 milioni di persone che si dedicano al volontariato nelle sue diverse for e organizzate o informali. 1,7 milioni lo fanno all’interno delle organizzazioni di volontariato. Come valorizzare e promuovere questa tradizione italiana in modo che anche i giovani possano avvinarsi sempre di più a questo tipo di esperienza?
Come spiego con maggior dettaglio nella risposta alla prossima domanda, quella sull'impresa sociale, su questo tema abbiamo un grosso timore. Che nasce dal fatto che l'impresa sociale vedrà protagonisti soprattuto le grandi reti associative, a discapito delle realtà del volontariato di dimensioni medio piccole

11. IMPRESA SOCIALE/INNOVAZIONE SOCIALE. La riforma del terzo settore ha introdotto la revisione della normativa sull’impresa sociale. Questo tipo di imprese (spesso impegnate nell’ambito del welfare o comunque del sociale) prevedono una governance condivisa fra pubblica amministrazione, privato for profit e privato non profit e sono più orientate all’impatto sociale che alla generazione di profitto. Quale spazio vede per questo tipo di imprese e ritiene che valga la pena costruire un ecosistema che ne possa favorire la diffusione?
Sono convinto che nel nostro Paese, dopo anni e anni di tagli ai servizi, ci sia l’assoluta necessità che lo Stato torni a riappropriarsi del suo ruolo rispetto al sistema sanitario e ai servizi sociali. Il privato deve avere il suo spazio di azione e sviluppo ma ci sono settori, come quelli citati, in cui il pubblico deve assumersi le proprie responsabilità, senza ambiguità. Questo tema si lega strettamente alla questione della riforma del terzo settore: il Movimento 5 Stelle, come è noto, in Parlamento ha espresso contrarietà nei confronti di questo provvedimento. Non perché volessimo mantenere lo status quo. Al contrario, il comparto merita grande attenzione e rispetto e aveva da tempo la necessità di veder promulgata una normativa ad hoc che riordinasse la galassia di enti che ne fanno parte. Quello che non abbiamo condiviso è stato il modo in cui è avvenuta la riorganizzazione. Ci preoccupa la possibilità che venga snaturato il terzo settore e che la logica del profitto diventi prevalente. Una preoccupazione espressa non solo da noi, ma anche da molte realtà che fanno parte del comparto. Per come è stata realizzata in alcuni passaggi la riforma, il principio di sussidiarietà rischia di cedere il passo all’erogazione di prestazioni e servizi ad opera del privato. Il nostro timore nasce in particolare dal fatto che l’impresa sociale vedrà protagoniste soprattutto le grandi reti associative, a discapito delle realtà del volontariato di dimensioni medio-piccole. Stiamo parlando di quelle realtà che rappresentano l'anima del comparto e la spina dorsale del mondo del volontariato: un vanto per il nostro Paese la cui natura a carattere solidale è un bene prezioso che va tutelato. Un'altra criticità che abbiamo rilevato riguarda la possibilità che vengano creati enti che risultino collegati, in modo diretto o indiretto, ad amministrazioni pubbliche, partiti, sindacati. Infine, siamo rimasti contrariati per il fatto che dalla riforma del terzo settore sia stata esclusa una misura di assoluto buonsenso: la reintroduzione dell’Agenzia del terzo settore. Questa struttura avrebbe potuto svolgere un’azione di monitoraggio e controllo molto utile anche per garantire trasparenza. Ritengo che il terzo settore vada messo nelle condizioni di operare al meglio e di mettere a disposizione della nostra società tutto il suo potenziale, mantenendo come caposaldo i principi di no profit e sussidiarietà.

12. AMBIENTE. Secondo i dati resi noti da Ispra il consumo di suolo, a causa della trasformazione di aree agricole e naturali in aree destinate alla costruzione di edifici, infrastrutture o altre coperture artificiali, viaggia a una velocità di circa 3 metri quadrati al secondo, poco meno di 30 ettari al giorno. Una progressione che mette a rischio una delle grandi ricchezze italiane: il paesaggio. Quali misure avete in programma per tutelare questo patrimonio?
“Consumo di suolo zero” è una proposta di legge del Movimento 5 Stelle: non è un'utopia ma una necessità del Paese. Ce lo dicono ad ogni pioggia i dati del dissesto idrogeologico. L'Ispra ci dice che ogni anno "paghiamo" tra i 630 e i 910 milioni di euro per la perdita dei servizi ecosistemici a causa del consumo di suolo. La nostra proposta è stata in parte assorbita nella proposta del PD, che però si è arenata al Senato. Quella proposta non ci soddisfaceva, ad esempio perché vogliamo che gli oneri di urbanizzazione pagati al Comune non siano utilizzati per le spese correnti. In questo modo I Comuni hanno tutto l’interesse a dare il via libera ad altre costruzioni. E’ ora che in Italia si faccia un serio censimento e poi una riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Come spesso accade con le idee di buon senso in ambito ambientale, questa misura dà anche grossi vantaggi in termini di posti di lavoro creati: basti pensare che secondo il Cresme un miliardo di euro investito nella riqualificazione energetica degli edifici produce circa 17 mila posti di lavoro. Inoltre, abbiamo presentato ai prefetti italiani un Piano contro il dissesto idrogeologico con soluzioni per le emergenze, ma anche a breve e lungo termine. La visione che abbiamo in mente si basa su un punto forte: non dobbiamo rispondere agli interessi di cementificatori. La nostra campagna elettorale riceve microdonazioni da privati cittadini e non megafinanziamenti.

13. CULTURA. Grazie all’Art Bonus 6.345 mecenati hanno donato oltre 200 milioni che hanno permesso circa 1.323 interventi per il recupero e la salvaguardia del patrimonio artistico pubblico. Siete favorevoli ad allargare i benefici dell’Art Bonus anche ai beni gestiti o posseduti da organizzazioni non profit?
Stiamo valutando di allargare i benefici dell'Art bonus alle associazioni no profit che svolgono determinate attività, come per esempio quelle con finalità sociali, di contrasto alla povertà e di sostegno alle famiglie, ma crediamo sia anche importante allargare la platea dei donatori. Per esempio facilitando le microdonazioni da parte dei cittadini direttamente sul portale. L'Art Bonus in questo senso mostra ancora dei limiti e potrebbe essere perfezionato: non è sufficientemente «flessibile». Inoltre coinvolgendo attivamente e direttamente le associazioni culturali e senza fini di lucro, si otterrebbe il risultato di stimolare l'accreditamento dei beni culturali pubblici cui destinare le erogazioni liberali. Nel programma di governo votato in rete il Movimento 5 stelle prevede, in un'ottica di miglioramento del sistema del mecenatismo culturale italiano, l'introduzione di una serie di misure: l'obbligo di trasparenza dei bilanci dell'istituzione o ente che beneficia delle elargizioni, la possibilità per tutti i cittadini di effettuare micro donazioni sul portale Art bonus.

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