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Elezioni 2018

Emanuele Felice: «Al Sud un voto di disperazione»

7 Marzo Mar 2018 1630 07 marzo 2018
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«Neanche i potentati del centrodestra sono stati più in grado di offrire nulla. Così la gente ha espresso un voto che è antisistema. E i 5stelle hanno fornito una copertura identitaria a questa scelta». Intervista con l'economista autore di "Perché il Sud è rimasto indietro"

«Al Sud è degradato anche il discorso pubblico. Si è fatta largo una narrazione identitaria che di fatto autoassolve il Mezzogiorno dal suo fallimento. È una cultura intrisa di complottismo che i 5stelle non hanno fatto fatica a intercettare, inscrivendola nel proprio dna». Emanuele Felice, economista, aveva scritto questo su Repubblica pochi giorni prima del voto. Il 4 marzo i numeri hanno confermato in pieno questa sua previsione. Felice è meridionale, essendo nato a Vasto ed è docente all’università di Chieti e Pescara. Nel 2013 aveva pubblicato un libro importante dedicato alla questione meridionale “Perché il Sud è rimasto indietro” (Il Mulino). Un libro che è stato giudicato da personaggi autorevoli come uno dei migliori contributi a capire storia e presente del Sud.


Emanuele Felice

Professore, non si può dire che il voto del 4 marzo l’abbia sorpresa...
In effetti me l’aspettavo. Anche se si poteva anche pensare che i voti di protesta contro il governo e contro l’incapacità del centrosinistra di fare proposte sul Sud, alla fine venissero intercettati anche dal centrodestra. Invece questa volta il Sud ha scelto per un voto antisistema. A questo si è aggiunta anche la proposta del reddito di cittadinanza, che certamente ha fatto presa. Ma non è stato il fattore determinante.

In che senso non lo è stato?
Il fenomeno che il voto ha portato a galla è più profondo. In genere l’orientamento elettorale era regolato dai potentati, in particolare da quelli di centrodestra. Se questa volta non hanno fatto presa, è perché anche quel sistema di clientele non è più in grado di offrire nulla al Sud. Così quelli che chiamo “i disperati” del Sud hanno scelto per un voto più radicale, che esprime una sfiducia arrivata ormai a livelli altissimi. Potevano anche non andare a votare. Invece hanno scelto di lanciare questo segnale. Che, lo ripeto, è un segnale innanzitutto di disperazione. È disperazione affermare questa istanza identitaria che fotografa lo stereotipo del Meridione fregato dall’unificazione. È quella posizione espressa dal libro di Pietro Aprile “Terroni”. Ha venduto migliaia e migliaia di copie. Quale poteva essere lo sbocco politico di quel libro se non questo emerso con il voto?

Non vede nei 5stelle una capacità di proposta?
Sinceramente no. E aggiungo che a dispetto di quanto raccontato in tante narrazioni, non sono neanche radicati sui territori. L’ho potuto verificare io stesso nella mia città, Vasto. I vecchi potentati invece erano ben presenti e questo spiegava i consensi elettorali. Ora sono spariti, perché come ho detto, non sono più in grado di offrire niente.

E la sinistra?
Era sparita ancora prima. Eppure un governo come quello di questa legislatura avrebbe potuto elaborare una proposta di riscatto del Mezzogiorno. Invece non ci è riuscito. Si è accontentato di una narrazione tutta retorica e lontana dalla realtà. Non ha parlato delle periferie. Parlo anche a quella sinistra che pensava di poter sfondare presentando un giudice come Grasso a Palermo. Così ora la sinistra può essere solo contenta che il suo fallimento non ha premiato la destra. Altrimenti oggi avremmo di sicuro Salvini al governo.

Come giudica l’azione della società civile al Sud?
Credo che sconti un limite grosso: viene percepita come troppo allineata al centrosinistra. Ancillare e insieme marginale. Così nonostante i buoni propositi non riesce a coagulare consensi.

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