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Sud: cambiare si può, ma serve una strategia d'urto

12 Marzo Mar 2018 1324 12 marzo 2018
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Francesco Mollace: «Il Sud del Paese sprofonda sempre di più nel sottosviluppo, sacrificando l'inserimento nella società di centinaia di migliaia di ragazzi. Serve un cambio sistemico che metta al centro l'investimento sulla formazione dei ragazzi come precondizione per il rilancio socio economico. I soldi ci sarebbero, ma spesso non c'è stimolo a una progettazione innovativa»

Inclusione sociale e lotta al disagio, un avviso da 187 milioni di euro: 4.633 candidature inoltrate e 4.633 progetti autorizzati, il 100%. Un altro avviso, sulle competenze di base, 257 milioni di euro: 5.367 progetti presentati e 5.313 progetti autorizzati, il 99%. Formazione per gli adulti, 17 milioni di euro: 501 progetti autorizzati su 501, il 100%. Alternanza Scuola-Lavoro, oltre 100 milioni di euro disponibili: 1.845 candidature inoltrate, 1.778 progetti autorizzati, il 96%. Un avviso da 88 milioni di euro per dotare le scuole di infrastrutture e punti di accesso alla rete LAN/WLAN per sostenere lo sviluppo “della rete a scuola e della scuola nella Rete”: i progetti finanziati sono il 100% delle candidature inoltrate. Sono dati ufficiali del Miur, che nel gennaio 2018 ha fatto il punto sull’attuazione del Programma operativo nazionale 2014-2020 per la scuola. Ad accendere i riflettori sulle percentuali bulgare con cui il Ministero approva e finanzia quasi tutti i progetti inviati dalle scuole, è Francesco Mollace, direttore di Civitas Solis, una onlus impegnata sul fronte educativo dei giovani della Locride (hanno appena avuto un progetto importante su questi temi finanziato dal Bando Adolescenza di Con i Bambini), e portavoce del Forum Territoriale del Terzo Settore. Lo fa nel corso dei lavori del coordinamento calabrese della rete “Crescere al Sud“ di cui è coordinatore, trovando unanime condivisione nei rappresentanti delle varie organizzazioni presenti.

I problemi e le criticità a cui le scuole vorrebbero rispondere anche grazie a questi fondi PON, sono tutti grandi e urgenti: bene gli avvisi e bene che ci siano risorse, non è questo il punto. Qual è il punto?
Il punto è che avevamo già sollevato come reti di terzo settore, nel tavolo di confronto con il Miur, l'inefficace strategia messa in campo con le passate programmazioni comunitarie rivolte alle regioni meridionali, ed avevamo richiesto un nuovo approccio e uno sforzo di innovazione. Innovazione che passa dal miglioramento della progettazione di interventi condivisi con i territori. Ma se vengono approvati tutti i progetti presentanti dalle scuole, e buona parte sono copia incolla di progetti precedenti, quale sforzo di efficace miglioramento nella progettazione e realizzazione degli interventi ci si può immaginare?

Qual è la situazione oggi dei nostri ragazzi nel Mezzogiorno? Cosa la preoccupa?
A tutt'oggi le ultime rilevazioni effettuate da Eurostat in merito al tasso di giovani definiti Neet, Not in Education, Employment and Training, evidenziano come le regioni del Sud siano abbastanza lontane dal raggiungimento dagli obiettivi europei definiti dalla Strategia Europa 2020. Questo a partire dalla regione in cui vivo, la Calabria, dove il tasso rilevato è pari al 34%. Se si leggono attentamente sia i dati dell'indagine del 2015 del P.i.s.a. dell’Ocse, unitamente ai test Invalsi, appare evidente l'aumento della forbice tra le regioni meridionali, a partire dalla Calabria, rispetto al resto del Paese, con uno scarso livello della performance nelle rilevazioni sull’intera gamma di indicatori delle principali competenze di base. In Calabria il gap di competenze riguarda quasi un minore su due (46%), un dato paragonabile a quello di Paesi in via di sviluppo. Nel recente "Rapporto risultati Invalsi Cineca 2016-2017" la Calabria, nelle prove sottoposte agli studenti delle seconde della secondaria di secondo grado, si situa all’ultimo posto in Italia, con i risultati più bassi sia nelle prove di italiano che di matematica. Una situazione drammatica che meriterebbe una strategia sistemica d'urto e che invece vede perseverare lo status quo. In un mondo in rapido cambiamento nei processi produttivi, che richiedono tra l'altro nuove competenze ed abilità, il Sud del Paese sprofonda sempre di più nel sottosviluppo, sacrificando l'inserimento attivo nella società di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi.

Che cosa sarebbe necessario?
Per tanti di noi, che operiamo nel sociale e nell'inclusione attiva dei giovani caratterizzati da maggiori fragilità, è evidente la necessità di un profondo cambio di paradigma, che rimetta in discussione dalle fondamenta il modo di fare scuola, formazione ed educazione nel Mezzogiorno. Questo tema purtroppo non sembra rientrare nelle agende della politica. Serve un cambio sistemico che metta al centro l'investimento sulla formazione dei ragazzi come precondizione per il rilancio socio economico delle regioni meridionali. L'incredibile è che per una operazione del genere sarebbero disponibili anche subito una parte di risorse, basti appunto pensare alle somme dei fondi comunitari aggiuntivi destinati alle scuole delle regioni meno sviluppate, oltre tre miliardi di euro della programmazione comunitaria. Fondi che però, come detto in precedenza, vengono impegnati in un tradizionale - e già dimostratesi inefficace - meccanismo di impiego, utile solo a mantenere inalterata la situazione attuale.

Che impatto hanno avuto le risorse arrivate dal 1999 ad oggi alle scuole del Sud e in generale a quelle che oggi chiamiamo “comunità educanti”?
I risultati purtroppo sono certificati dalle indagini internazionali Pisa Ocse, che mostrano l'aumento del gap. Sembra emergere un diffuso processo di autogiustificazione collettiva del Paese sull'impossibilità di un profondo cambiamento nel Mezzogiorno che possa partire proprio dai temi della infrastrutturazione sociale, basata su nuovi percorsi per l'apprendimento e la formazione. Una formazione che, in territori caratterizzati da basso livello di capitale sociale, deve puntare sia sulle competenze di base, sia sopratutto sul rafforzamento di competenze chiave atte a promuovere l'apprendimento cooperativo, l'autogestione, il problem solving, la fiducia interpersonale.

Però adesso si parla moltissimo di “comunità educanti” ovvero di alleanze territoriali, fra scuola e terzo settore. Sembra esserci molto fermento su questo e anche una nuova attenzione, ad esempio i bandi legati al nuovo fondo di contrasto alla povertà educativa di Con i Bambini…
Unitamente a molte organizzazioni del terzo settore che operano sui temi dell'inclusione attiva dei giovani e a un gruppo di dirigenti scolastici che avvertono come superati gli approcci tradizionali del fare scuola, abbiamo lanciato lo scorso anno un manifesto per un patto programmatico di sperimentazione di forme operative di comunità educanti nei territori calabresi. Comunità educanti basate su alleanze operative tra scuole e terzo settore, sulla consapevolezza che la scuola oggi è un attore centrale e indispensabile ma non sufficiente per una innovativa ed efficace formazione dei giovani e che l'innovazione passa sempre di più attraverso l'introduzione nelle scuole delle metodologie più avanzate di formazione motivazionale ed esperienziale. Sono queste le metodologie utili a prevenire il forte rischio di fallimento formativo evidenziato dai dati che prima riportavo. Noi pensiamo sia necessaria una sistematica apertura delle scuole alle collaborazioni e alla presenza di operatori e formatori socioculturali provenienti dal mondo del sociale e con documentata esperienza nel lavoro con giovani più in difficoltà, operatori dotati di competenze “altre”, di tipo sociale, legate alla costruzione di relazioni, e disponibili alla relazione positiva anche in extra scuola con i ragazzi a rischio, in grado di trasmettere la passione per ciò che stanno facendo e per il sapere su cui impegneranno i più giovani. Capaci in aree ad alta intensità criminale, di sviluppare interventi cooperativi ad alta intensità educativa.

L’idea qual è?
L'idea a base del movimento che stiamo costruendo si fonda sulla consapevolezza che oggi nelle periferie del Mezzogiorno sia fondamentale progettare “un sistema di risorse per l’apprendimento” concepito come un consorzio di tutte le risorse territoriali utili alla formazione dei giovani, integrando educazione formale e non formale. Un sistema che metta insieme i saperi posseduti dal personale educativo delle scuole con il sapere degli operatori e degli attivisti delle organizzazioni della società civile, superando l'idea di una scuola basata sul ruolo del tradizionale docente di classe. Ci sono già alcune esperienze in Calabria che, sottoposte a stringente valutazione, hanno dimostrato l'efficacia del risultato. Cito ad esempio la sperimentazione del progetto biennale "In rete per l’inclusione. Una comunità educante per la rinascita della Locride", realizzato a Siderno nell'ambito dell'azione sperimentale F3, che ho seguito come coordinatore tecnico scientifico. L’azione ha visto insieme una rete di scuole con alti indici di dispersione e l'associazione Civitas Solis ed è stata valutata da Indire come particolare esempio di buona prassi nazionale in attività di contrasto alla dispersione e al rischio di insuccesso. Il problema è che spesso queste buone pratiche non diventano prassi sistemiche e condivise. In tal senso è necessario immaginare una più vasta e stringente alleanza tra tutti i movimenti per l'innovazione nella scuola del Mezzogiorno, utile a costruire una massa critica che possa premere sulle istituzioni e condurre ad una svolta. Non credo vi siano altre strade al momento.

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