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Open Arms: eliminare i testimoni dell’orrore nel Mediterraneo

20 Marzo Mar 2018 1913 20 marzo 2018
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Intervista a Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale che in una maratona Twitter ha seguito tutta la vicenda della nave appartenente all’Ong spagnola, sequestrata dalla polizia italiana, dopo aver salvato 216 migranti, rifiutando di consegnarli alla Guardia costiera libica

«Marco Pannella diceva che nel Mediterraneo ci vorrebbero le telecamere attaccate alle boe. Oggi le telecamere sono le Ong e il tentativo chiarissimo è quello di eliminarle per occultare gli orrori di quello che sta succedendo». Sergio Scandura, giornalista di Radio Radicale, da tempo impegnato nella documentazione minuziosissima degli sbarchi in Sicilia, ha le idee chiare. In una maratona twitter serratissima ha raccontato istante dopo istante il viaggio drammatico dell’Ong spagnola verso l’Europa dopo aver salvato 216 migranti ed essere stati minacciati di morte dalla Guardia costiera libica, per non aver consegnato le persone soccorse. Una volta arrivati in Italia, la nave è stata sequestrata e tre persone dell’equipaggio, tra cui il capitano Marc Reige e la capomissione Anabel Montes, hanno ricevuto un avviso di garanzia.

Proviamo a ricostruire i fatti…

Da quello che sappiamo inizialmente erano stati identificati 2 target, il primo a 26 miglia dalla Costa libica e il secondo a 73 miglia. In un secondo momento l’MRCC di Roma ha sfilato l’operazione a Open Arms, affidandola alla Guardia costiera libica, anche se in realtà l’Institute of Maritime Organization (IMO) non ha mai riconosciuto una zona di ricerca e soccorso (SAR zone) alla Libia. Open Arms ha poi continuato a viaggiare verso nord e mentre navigavano hanno continuato ad essere tallonati da una motovedetta libica, oltre quelle 73 miglia dalle coste libiche, in acque assolutamente internazionali. Nella seconda operazione di salvataggio, i libici si sono frapposti tra l’imbarcazione dei migranti e i gommoni dell’Ong, arrivando a minacciarli se non avessero consegnato le persone soccorse. Bisogna sottolineare che l’Ong, nonostante le minacce e la tensione estrema ha portato avanti un’operazione di salvataggio esemplare.

Sei stato il primo a dare la notizia che in realtà SAR zone libica non esiste. Come spieghi il fatto che si continui a parlarne e che sia legittimata dalle istituzioni?

È tutto iniziato a luglio quando i libici autoproclamano una propria zona SAR addirittura a 90 miglia dalla costa. Quando Minniti fece la conferenza stampa di ferragosto annuale del Ministro degli interni, parlando del coinvolgimento della Guardia costiera libica, un collega giornalista fece proprio questa domanda: con quale giurisdizione? La Libia non ha una zona SAR.

Le regioni di ricerca e soccorso devono essere certificate dall’IMO ma perché questo avvenga bisogna rispettare dei requisiti specifici. Anche se l’adesione alla Convenzione Onu sui diritti umani non è vincolante, è però richiesto di firmare altri trattati internazionali: la Convenzione Solas/SAR e i trattati di Montego Bay e Amburgo. Il nodo della questione è proprio questo. Secondo la Convenzione di Solas è previsto che le persone salvate in mare vengano portate nel cosiddetto POS, ovvero il Place of Safety più vicino. Non si parla nemmeno di “porto” ma di “place”, di luogo. Bisogna trasportare le persone nel luogo vicino più sicuro. Il fatto che l’MRCC di Roma, che è responsabile per quella zona SAR tratti la Libia come un “Posto vicino più sicuro” è come se non si rispettasse una parte della Covenzione Solas. Anche perché, secondo la stessa Convenzione l’MRCC dovrebbe seguire tutta l’operazione di salvataggio, fino allo sbarco delle persone nel luogo più sicuro.

A dicembre i libici avevano ritirato la domanda inviata all’International Maritime Organization di istituire una zona SAR. Cos’è cambiato da allora?

Il ritiro della domanda era stato successivo alla richiesta di chiarimenti da parte dell’International Maritime Organization. Probabilmente avevano capito che avevano fatto degli errori formali e tecnici grossolani, hanno però presentato un’altra domanda. Il problema è che comunque oltre a non avere i requisiti giuridici la Libia non ha nemmeno una flotta adeguata per vigilare su una propria zona SAR, per cui bisogna garantire anche una capacità di intervento nel caso di incidenti, se ad esempio una petroliera andasse a fuoco, spetterebbe ai titolari della SAR zone garantire i soccorsi. E poi c’è un altro aspetto. La comunità internazionale può cedere la sovranità di un tratto di Mediterraneo così ampio e così importante dal punto di vista strategico e commerciale, ad un Paese altamente instabile, in cui milizie avversarie sono in conflitto perenne?

Il caso Open Arms dimostra proprio che si stia andando in questa direzione…

L’IMO però ha confermato che non esiste alcuna SAR zone libica ancora oggi, persino l'ammiraglio Pettorino lo ha confermato ai microfoni di Rainews. La Guardia costiera vuol forse agire fuori dai dettami internazionali? Tra l’altro, a naso, verrebbe da pensare che si stiano esercitando pressioni fortissime su una delle migliori guardie costiere al mondo, quella italiana, che sta forse vivendo un momento di forte imbarazzo, perché ha proprio una vocazione al soccorso.

Mentre la nave di Open Arms navigava verso nord la motovedetta libica ha continuato a tallonarla oltre le 73 miglia dalle coste libiche, in acque assolutamente internazionali, nei territori SAR di competenza di un Paese europeo. Quando finalmente sono arrivati a sud di Malta, l’Ong ha lanciato l’allarme per un’evacuazione medica di alcune persone e lì c’è stato un rimpallo delle responsabilità da Malta all’Italia, fino a quando Malta non ha mandato una motovedetta che ha sbarcato una mamma con il suo neonato. A questo punto Open Arms si è ritrovata in un limbo procedurale, perché nel frattempo è stata scomodata una "norma" del codice di condotta che questa Ong aveva firmato per prima, senza addendum, per richiedere il coinvolgimento dello stato di bandiera della nave. Una norma che però è assolutamente in contrasto con le leggi internazionali, tanto che il codice non è mai diventato legge, nè avrebbero potuto farlo. Lo dimostra anche un rapporto del Bundestag tedesco che argomentava proprio come il codice non rispettasse assolutamente il diritto internazionale.

Nel frattempo però la nave è rimasta a lungo in una situazione di limbo, senza porto di destinazione…

Un limbo senza precedenti. Il Corriere aveva annunciato che lo sbarco sarebbe avvenuto a Trapani, che però è assurdo perché la nave aveva fatto richiesta di evacuazione medica, aveva persone bisognose di assistenza che dovevano essere sbarcate e con quell’imbarcazione, che di fatto è lenta, per raggiungere Trapani si sarebbero perse una dozzina di ore. Un rischio per la vita dei passeggeri. Così il braccio di ferro è continuato, fino a quando non si è raggiunto Pozzallo che era il posto più rapido da raggiungere. Ma alla nave non è stato permesso di attraccare al porto per tutta la notte, lo sbarco è avvenuto solo il giorno dopo e poi non gli è stato permesso di ripartire. L’imbarcazione avrebbe dovuto andare in secca a Malta per manutenzione ma è stata trattenuta senza indicazioni ufficiali. Quando a prendere le due persone dell’equipaggio è poi arrivata la squadra mobile di Ragusa è stato subito chiaro che la situazione si stava complicando ulteriormente. Il comandante e la capo missione dell’imbarcazione sono stati sottoposti a sei ore di interrogatorio a testa con 8 o 9 agenti di polizia, nel frattempo il fascicolo è passato alla procura di Catania.

Qual è la situazione ora?

Bisogna ancora capire quale sia esattamente il reato contestato e che vengano completate le notifiche a tutti gli indagati. Il resto dell’equipaggio è tornato a Barcellona, ad accoglierli anche la sindaca della città, una cosa che in Italia sarebbe molto difficile. La buona notizia è che l’avvocato ha confermato che Fulvio Vassallo, tra i principali esperti di diritto internazionale, parteciperà come consulente della difesa. Lui aveva curato anche alcuni casi di imbarcazioni commerciali che avevano salvato persone in mare.

Cosa si può fare per mantenere accesa l’attenzione su questa vicenda?

Mi ha colpito molto il caso di Segen, (il ragazzo eritreo morto per fame dopo lo sbarco in Italia n.d.r.). Una storia che è stata ignorata dalla televisione, perché crea imbarazzo, è la dimostrazione che la Libia non è un posto sicuro: quello che è successo a lui, accade ad altre dozzine di migliaia di persone. Si vuole nascondere l’orrore. Recentemente Pino Finocchiaro, giornalista di Rainews24 ha pubblicato un video di Mare Nostrum, il momento in cui nell’hangar di una di quelle enormi navi della Marina Militare Italiana carica di centinaia di migranti, tutti applaudivano, qualcuno urlava "welcome in Europe". Resta solo da chiedersi, retoricamente, come siamo arrivati a passare da quegli applausi ai giorni nostri?

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