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La sfida più ambiziosa per gli investimenti ad impatto sociale? Ridurre le diseguaglianze

30 Marzo Mar 2018 1543 30 marzo 2018

Continua sul nostro sito il dibattito sul social impact e la sua misurazione. «​La realizzazione quindi di un vero e consolidato sistema di investimenti ad impatto sociale, non solo può essere utile a realizzare iniziative meritevoli, a sostenere innovazioni nel welfare o per l’inclusione sociale, ma può essere una strategia per salvaguardare l’economia di mercato e il “capitalismo” da se stesso». L'intervento del portavoce dell'Alleanza delle cooperative sociali

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Ricchezza Povertà 2 Photo by chris howard from Pexels
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Continua sul nostro sito il dibattito sul social impact e la sua misurazione. «​La realizzazione quindi di un vero e consolidato sistema di investimenti ad impatto sociale, non solo può essere utile a realizzare iniziative meritevoli, a sostenere innovazioni nel welfare o per l’inclusione sociale, ma può essere una strategia per salvaguardare l’economia di mercato e il “capitalismo” da se stesso». L'intervento del portavoce dell'Alleanza delle cooperative sociali

Continua a crescere in Italia e nel mondo l’interesse per gli investimenti ad impatto sociale (a cui Vita ha dedicato il servizio di copertina del numero di aprile intitolato "Come si misura il bene, in uscita settimana prossima, ndr.), cresce altrettanto la curiosità e l’attesa da parte degli imprenditori sociali di vedere finalmente materializzato e operativo su progetti concreti, anche qualche investitore interessato a perseguire impatti sociali da condividere con gli attori del terzo settore. È una grande occasione che non dobbiamo lasciare sfumare e il Terzo settore tutto, ma in prima istanza imprese sociali e cooperative, devono saper rilanciare per cercare di realizzare quello che in questi anni non è riuscito alle istituzioni democratiche degli Stati occidentali e men che meno al mercato: ovvero promuovere una crescita economica capace di distribuire ricchezza. Il meccanismo è inceppato orma da circa 30, quando in tutti i Paesi sviluppati, Italia compresa, le diseguaglianze hanno ricominciato a crescere e la quota di ricchezza prodotta è stata ripartita in modo sempre più diseguale.

Il meccanismo è inceppato orma da circa 30, quando in tutti i Paesi sviluppati, Italia compresa, le diseguaglianze hanno ricominciato a crescere e la quota di ricchezza prodotta è stata ripartita in modo sempre più diseguale

È infatti cresciuta la quota di valore che è stata destinata alla remunerazione dei capitali e dei top manager in molti casi senza alcuna correlazione reale con l’andamento delle aziende o dei valori prodotti, ma alimentata dalla speculazione finanziaria e dai valori azionari. Un meccanismo che a spinto la concentrazione di ricchezze e patrimoni immensi in poche mani, mentre materie prime e lavoro hanno continuato a perdere peso e valore.

L’evoluzione dei modelli di impresa e i mercati, sempre più caratterizzati dalla cosiddetta economia digitale, vedono e vedranno ulteriormente crescere questo divario. In questo contesto, diventa una esigenza sociale ed economica sempre più impellente, quella di incrementare significativamente la dimensione sociale degli investimenti per evitare che il cocktail tra finanza, economia digitale, avidità del meccanismo dell’accumulazione compulsiva che intossica il capitalismo, finisca per avvelenare definitamente tutto l’ecosistema economico e quindi finire per uccidere la libertà di mercato che è stata il fondamento dello sviluppo dell’economia occidentale. La realizzazione quindi di un vero e consolidato sistema di investimenti ad impatto sociale, non solo può essere utile a realizzare iniziative meritevoli, a sostenere innovazioni nel welfare o per l’inclusione sociale, ma può essere una strategia per salvaguardare l’economia di mercato e il “capitalismo” da se stesso e dall’entropia sulla quale si è avviato.

L’eccessiva crescita delle diseguaglianze del resto sta preoccupando anche il mondo della finanza, basta leggere alcune delle relazioni tenute al Word Economic Forum di Davos negli ultimi 3 anni per rilevare il fenomeno. Banchieri e grandi imprenditori parlano della necessità di contenere le diseguaglianze per assicurare un futuro sostenibile al pianeta, creando per altro una altra importante connessione tra diseguaglianze e sostenibilità. Fino ad oggi a questa preoccupazione sono seguiti pochi fatti, ma ci sono segnali incoraggianti e fra questi certamente la crescita di attenzione sugli investimenti ad impatto sociale è uno di questi.

Giuseppe Guerini

Un altro segnale di grande interesse riguarda l’attenzione crescente da parte dei grandi colossi dell’economia verso il welfare e la salute. È del gennaio scorso la notizia che Amazon in collaborazione con JP Morgan e alcune altre grandi multinazionali della finanza, ha costituito una compagnai assicurativa non-profit per realizzare un sistema di welfare rivolto ai propri collaboratori, ma immaginiamo che presto potrebbe essere rivolto anche a partner e clienti. Il fatto che scelgano di costituire una compagnai non-profit – in sostanza un’impresa sociale – è indicativo di questa consapevolezza che serva indirizzare risorse per dare risposte ai bisogni sociali, ma che serva gestire con una modalità imprenditoriale.

In qualche misura le grandi imprese globali si preparano a non aspettarsi più nulla sul piano della protezione sociale dagli Stati, a cui sono ormai abituati a pagare sempre meno tasse, usando le forme di “contrattazione fiscale” più convenienti negoziate spesso proprio con Governi il cui bilancio annuale (e quindi il potere economico e negoziale) di gran lunga inferiore a queste compagnie. Le grandi multinazionali quindi sembrano intraprendere una strada di autosufficienza o autarchia creando un sistema che si prepara ad assicurare ai propri partner non solo la fonte di reddito ma anche un sistema di protezione sociale, che certifica in qualche modo un’ulteriore indebolimento della possibilità che gli Stati nazionali di essere garanti della giustizia sociale e capaci di redistribuire, sotto forma di prestazioni welfare, una parte della ricchezza prodotta mediante la leva fiscale.

Se ne è resa conto anche l’Unione Europea che finalmente, proprio in questi giorni, ha lanciato un’iniziativa per istituire un sistema di regolamentazione della fiscalità che renda più difficile l’elusione fiscale o la scelta del regime più conveniente, agendo sulla miope competizione interna tra Stati europei, per attrarre le grandi multinazionali con generosi sconti fiscali. Questo non significa rinunciare ad una funzione e ad una responsabilità pubblica degli stati ad assicurare forme di redistribuzione e protezione sociale agendo la leva della fiscalità generale, che deve continuare ad essere una priorità. Ma serve anche agire sulla leva della assunzione di responsabilità diretta e della sussidiarietà per aumentare e non diminuire la protezione sociale delle persone, ed in particolare da quelle che rischiano di essere escluse, per evitare che le grandi potenze economiche ed imprenditoriali, nel occuparsi di welfare lo facciano in forma esclusiva.

Se i big dell’economia pensano di farsi la loro agenzie non-profit per dare servizi ai loro partner, il terzo settore deve avere la capacità e la funzione di coinvolgere e stimolare gli attori dell’economia privata a non abbandonare ed escludere il resto della popolazione, agendo sula leva della responsabilità sociale e su quella della sostenibilità. Continuando anche a svolger quella funzione di “advocacy” e di promozione, che fino ad oggi si è rivota prevalentemente verso le istituzioni pubbliche, anche verso le imprese e il mondo della finanza.

Inclusione sociale, beni comuni, attenzione all’ambiente e alla qualità della vita sono temi su cui il Terzo settore e le imprese sociali hanno sempre avuto attenzione, ma ora dobbiamo fare lo sforzo di saper ingaggiare la sfida per attirare questi investimenti.

Appare sempre più evidente infatti che, sempre meno, in un sistema economico globale come quello che si va delineando, gli Stati e le istituzioni pubbliche da soli, potranno garantire una adeguata protezione sociale ai loro cittadini e inoltre temo che nemmeno dalla politica potremo aspettarci grandi iniziative per la riduzione delle diseguaglianze: anche qui basta rileggere i dibattiti per le recenti elezioni politiche in Italia e in altri Stati europei per cogliere come la preoccupazione per le diseguaglianze fosse poco presente nelle agende della comunicazione politica.

Se i big dell’economia pensano di farsi la loro agenzie non-profit per dare servizi ai loro partner, il terzo settore deve avere la capacità e la funzione di coinvolgere e stimolare gli attori dell’economia privata a non abbandonare ed escludere il resto della popolazione, agendo sula leva della responsabilità sociale e su quella della sostenibilità

Quindi si potrebbe sostenere, in modo un poco provocatorio, che delle diseguaglianze si stiano preoccupando di più imprenditori, economisti, investitori e mondo della finanza che non i politici. Questi ultimi rischiano infatti di alimentano piuttosto il rancore o il risentimento di settori della popolazione esclusi, indirizzando le tensioni verso le minacce di altre fasce marginali (i migranti, le etnie minoritarie, altri Paesi indicati come concorrenti sleali) anziché spingere nella direzione della riduzione delle diseguaglianze.

Ecco allora che diventa estremamente interessante per il Terzo settore, aprirsi per ricercare un’alleanza strategica con il “secondo settore” (il mercato) per ottenere quello che non abbiamo ottenuto in 30 anni di ricerca di una relazione con le istituzioni pubbliche. Quindi forse davvero è il tempo di abbandonare le preoccupazioni che il mercato possa “contaminare” una purezza (ma è mai esistita?) del Terzo settore, per sfidare invece i mercati e la finanza sul terreno della riduzione delle diseguaglianze, che non si limita nel proporsi semplicemente come partner o fornitori di servizi delle compagnie di assicurazione o dei sistemi di welfare integrativo, integrando la committenza pubblica con quella privata. Certo questo potrà e dovrà essere una parte del sistema di servizi da realizzare. Ma la vera sfida rappresenta la possibilità di richiamare investitori ad essere partner anche nella lettura e costruzione di un modello di società inclusiva e sostenibile, che non può certo limitarsi ad assicurare prestazioni di welfare integrativo o privato a chi è incluso nel sistema, ma di promuovere un impatto sociale capace di essere generativo e di raggiungere anche chi è ai margini della società, con la consapevolezza che è nell’interesse di tutti, anche degli investitori finanziari e persino degli speculatori più avidi, fare in modo che la ricchezza sia meglio distribuita.

È il tempo di abbandonare le preoccupazioni che il mercato possa “contaminare” una purezza (ma è mai esistita?) del Terzo settore, per sfidare invece i mercati e la finanza sul terreno della riduzione delle diseguaglianze, che non si limita nel proporsi semplicemente come partner o fornitori di servizi delle compagnie di assicurazione o dei sistemi di welfare integrativo, integrando la committenza pubblica con quella privata.

Il Terzo settore deve trovare il coraggio e l’autorevolezza per fare in modo che gli investimenti ad impatto sociale non siano una moda passeggera o un’occasione per fare della filantropia in chiave moderna, ma il nucleo per ridisegnare un nuovo modello economico di sviluppo capace di maggiore sussidiarietà e di distribuire ricchezza in modo più equo e trasparente. Per farlo deve acquisire nuove competenze e capacità di valorizzare a pieno e consapevolezza la sua funzione economica, imparando ad agire con l’ottica dell’investitore, in luogo di quella del “intercettore” di risorse. Per farlo deve staccarsi definitivamente dalle gonne della politica, non perché questa vada disprezzata, ma anzi perché il ruolo di organizzazioni che perseguono finalità di utilità sociale e di interesse generale, finalmente riconosciuto dalla riforma del terzo settore ci conferisce l’autonomia e la responsabilità per affrancarci davvero come soggetto terzo e quindi per dialogare in questo contesto storico, sia col mondo dell’economia e della finanza, sia con le istituzioni della politica, rivendicando e agendo realmente l’autonomia del terzo settore e delle imprese sociali da qualsiasi forma di collateralismo, che appare sempre più anacronistico e dannoso. Rivendicare fino in fondo la nostra autonomia è anche la strada per innovare i nostri linguaggi e recuperare una capacità di comunicare con le nuove generazioni che come terzo settore abbiamo visto indebolirsi nel corso degli anni. E forse le nuove generazioni potranno aiutarci ad affrontare la sfida dell’investimento sociale e dell’innovazione con l’energia e le idee di cui abbiamo un gradissimo bisogno.


Photo by chris howard from Pexels

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