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Chiesa

Il ritorno del diavolo: oltre 500 mila italiani si sentono posseduti

31 Marzo Mar 2018 1039 31 marzo 2018
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Sarebbero oltre mezzo milione - osserva il Guardian - le persone che, in Italia, si dichiarano vittime del maligno. Ma la tendenza riguarda tutta l'Europa. Un tema marginale o il sintomo di un disagio di civiltà più profondo con il quale, visto l'intreccio fede-migrazioni, ci tocca fare i conti?

Sul Guardian del 30 marzo scorso si dà conto di un dato: in Italia, ci sarebbero 500.000 persone che si sentono possedute o vittima del demonio. La richiesta di esorcismi a sacerdoti della Chiesa cattolica cresce, mentre decresce parimenti il numero dei fedeli che partecipano alle funzioni della stessa.

Disagio di civiltà e società post-secolare

Se per il credente esiste una correlazione fra questi due andamenti (il diavolo e gli "idoli muti" ci mettono sempre lo zampino), per il non credente le cose non possono comunque essere liquidate con un sorriso sardonico. Certi sintomi non sono da prendere alla leggera. Che cosa indichino, poi, è tutto da capire. Al di là delle posizioni di fede o di non fede , il tema è infatti rilevante. Possiamo declinarlo in molti modi, magari ricorrendo al freudiano "disagio di civiltà", ma in un'Europa sempre più marcatamente postsecolare non possiamo liquidarlo.

Europa, dicevamo Il problema non è infatti solo italiano. L'Economist, ad esempio, il 20 giugno scorso dava conto dell'aumento di richieste di esorcismi - con relativo tariffario e giro economico - in Francia. Lo stesso accade negli Stati Uniti, come da tempo rileva il Chistian Post.

In Gran Bretagna, secondo l'ultimo rapporto del think tank Theos, rapporto dedicato a Christianity and Mental Health, la crescente domanda di esorcismi sarebbe dovuta soprattutto agli immigrati che trovano immediata risposta nella galassia pentecostale, insieme eterogeneo di chiese e sottochieste molto propense alla pratica dell'esorcismo.

L'intreccio religioni pentecostali-migrazioni

Generalmente, ovunque vi sia un forte impatto di immigrazione, le richieste di rituali esorcistici crescono. Soprattutto da parte di cristiani immigrati africani, in particolare provenienti dal Sahel e dalla Nigeria: la tendenza, in questo caso, è trattare ogni disagio, sociale o psichico che sia, orientandolo sul piano spirituale. A farlo sono soprattutto gli "impresari dei carismi," come vengono chiamati molti predicatori evangelici di chiese di matrice africana insediatesi in Europa.

Il tema è rilevantissimo, perché incrocia un passaggio d'epoca che Philip Jenkins, fra i massimi esperti di demografia delle religioni, docente all’università di Baylor in Texas, ha chiamato global christianity.

La mappa della fede sta cambiando

Anche a causa dei mutamenti demografici e alle migrazioni di questi anni, sta arrivando in Europa una Terza Chiesa a motrice africana, dopo quella occidentale (la prima) e quella orientale (la seconda). I numeri sembrano confermare lo scenario.

Nell’Africa subsahariana si contano oggi 550 milioni di cristiani. Nel 2050, secondo il Pew Research Center di Washington, 3 cristiani su 4 vivranno sotto la linea del Sahel. Prendiamo il caso del più popoloso fra i Paesi africani, la Nigeria: i cristiani sono circa 80 milioni divisi fra l’area protestante (60 milioni) e cattolica (20 milioni). Nei prossimi decenni, la Nigeria sarà destinata a una triplice crescita: demografica, dei flussi migratori, in particolare verso l’Italia, e della diffusione in Europa dei movimenti religiosi che hanno la loro “casa madre” proprio nel Sud cristiano del Paese. econdo il Ministero degli Interni, 18.158 migranti, su un totale di 119.369 arrivati in Italia nel 2017, hanno dichiarato cittadinanza nigeriana al momento dell’identificazione. Nessuna indicazione sulla confessione religiosa è invece registrata all'ingresso: il che dimostra quando la nostra società sia davvero scoperta rispetto alla comprensione deglio aspetti antropologicamente e culturalmente più concreti di questo fenomeno.

Ritorno alla dimensione sociale del disagio

Tralasciando i risvolti ovvi o di costume, dinanzi all'intreccio fra religioni e migrazioni resta da porsi alcune domande. La prima domanda è di natura marcatamente antropologica: che cosa accade a una società quando espelle o pretende di espellere da sé la dimensione simbolica del male (o del negativo)? «Il negativo ritorna e assume altri nomi», si sarebbe tentati di rispondere. Ma se quei nomi sono «muti»? Possiamo davvero credere che sofferenze e disagio non abbiano più un loro naturale sbocco comunitario e sociale?

La seconda domanda è: partendo dal disagio profondo che affligge le nostre comunità, come possiamo ottenere un cambiamento?

Se alle persone il nostro sistema chiede sempre più di trovare soluzioni individuali a problemi che affondano le loro radici nella dimensione sociale, forse è inevitabile che prima o poi salti il banco e a problemi privati si chieda - in forme che non sono convenzionali o proprie - di trovare una soluzione sociale. In qualche modo, a nostro avviso, è questa la spia che si accende leggendo che 500.000 persone, in un Paese di 60 milioni di abitanti, si ritengono preda del male.