Startup

Un nuovo modello di "mecenatismo dal basso"

5 Aprile Apr 2018 1027 05 aprile 2018

Feral Horses, fondata nel 2014 e lanciata sul mercato dell’arte del 2017, è la prima piattaforma online che permette agli investitori di acquistare quote di proprietà di opere d’arte contemporanea e di svolgere attività di trading sulle stesse

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Feral Horses 2
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Feral Horses, fondata nel 2014 e lanciata sul mercato dell’arte del 2017, è la prima piattaforma online che permette agli investitori di acquistare quote di proprietà di opere d’arte contemporanea e di svolgere attività di trading sulle stesse

Feral Horses, ovvero “Cavalli Selvaggi” è il nome scelto da questa startup lanciata l'anno scorso a Londra dopo un periodo d’incubazione di due anni. È composta da un team italo-francese di quattro persone, ognuno con un proprio ruolo definito. Francesco Bellanca, livornese di nascita, ne è l’amministratore delegato. Lo raggiungiamo telefonicamente, in partenza per la City dopo una breve tregua pasquale.

Francesco Bellanca

Il suo percorso di studi, ci racconta, è stato molto mirato. Si è diplomato al King’s College di Londra con un master sui Big Data, che, come vedremo, hanno un ruolo fondamentale in questa impresa. Coltiva invece da sempre la passione per l’arte, motivo per il quale, di fatto, decide di intraprendere questa avventura di “mecenatismo dal basso”.
Feral Horses, per spiegarlo in breve, è una piattaforma di trading online per comprare e vendere azioni di opere d’arte contemporanea. A vendere sono direttamente gli artisti e le gallerie sotto forma di quote/azioni. La startup trattiene il 15-20% sulla prima vendita e l'1% sulle transazioni del mercato secondario. Sono infatti previste due aree: una, il mercato primario, in cui l’utente può comprare quote delle opere d’arte (a partire dallo 0,1%) direttamente dagli artisti; l’altra, il mercato secondario, in cui gli utenti possono fare trading delle proprie quote. Ad ora i numeri sono di 121,000£ di arte venduta nel nostro market test e 500+ transazioni avvenute sul mercato.

Uno schema che illustra il modello Feral Horses

Nel modello di business rientra anche l’utile generato da partner di esposizioni e subaffitto di opere, un servizio che Feral Horses utilizza soprattutto per ciò che gallerie e artisti conservano “in storage”. In particolare la startup sta collaborando alla mostra di Jago, in corso a Villa Borghese, Museo Carlo Bilotti.

Jago, Habemus Hominem

La missione, ci spiega Bellanca, è quella di rendere in questo modo il mondo dell’arte accessibile a tutti, meno rischioso, trasparente, considerandolo a tutti gli effetti un vero e proprio asset finanziario. Qui entra in gioco la sfida più interessante: come si può stabilire questa fiducia con utenti nuovi, giovani e disposti a micro-investimenti? La risposta è nel network che Feral Horses sta costruendo e alimentando di giorno in giorno. Quotidianamente monitora il mondo dell’arte grazie alle numerose fonti che ne gravitano intorno: artisti, gallerie, aste, transazioni, esposizione mediatica. Questo database è in grado di fornire maggiore fiducia su chi approccia l’opera di un artista sul portale, dove potrà leggerne una sorta di report e capire di più il valore dell’investimento.

Micro investimenti, sharing economy, big data. Ci sono insomma tutti gli ingredienti per provare ad immaginare un commercio dell’arte del futuro, con nuove soluzioni, più alla portata della gente comune e non solo elitario come di fatto può spesso apparire.

Link utili:
www.feralhorses.co.uk
Campagna di equity e crowdfunding

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