Esclusiva

La teologia latinoamericana 50 anni dopo Medellin continua sulle orme di Francesco

12 Aprile Apr 2018 1008 12 aprile 2018

Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani e di America Latina, è stato l’unico invitato italiano al convegno internazionale “Medellín: 50 anni dopo” realizzato a Bogotá presso la Pontificia Universidad Javeriana dal 2 al 6 aprile. La sua testimonianza in esclusiva per Vita.it

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Cristiano Morsolin, esperto di diritti umani e di America Latina, è stato l’unico invitato italiano al convegno internazionale “Medellín: 50 anni dopo” realizzato a Bogotá presso la Pontificia Universidad Javeriana dal 2 al 6 aprile. La sua testimonianza in esclusiva per Vita.it

«La Conferenza dell’episcopato latinoamericano riunito a Medellín nel 1968 accentua la dimensione profetica e mostra il volto di una Chiesa pasquale, impegnata nell’opzione preferenziale dei poveri. Il pontificato di Francesco è un nuovo inizio del processo conciliare e riaccende la riforma della Chiesa iniziata a Medellín come Chiesa della frontiera, che riparte dalle periferie. Francesco è il primo Papa latinoamericano e mostra la fine dell’euro-centrismo ecclesiale».

È stata questa la chiave di lettura offerta dal teologo argentino Carlos María Galli, direttore del dipartimento di teologia sistematica presso la Pontificia Università Cattolica di Buenos Aires, durante il convegno internazionale «Medellín: 50 anni dopo» realizzato a Bogotá presso la Pontificia Universidad Javeriana dal 2 al 6 aprile scorso, promosso dal progetto ispanoamericano di teologia e dall’Universitá di Boston (Usa) nell’ambito della celebrazione per il cinquantesimo anniversario del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam) svoltosi a Medellín.

Per Galli, «la conferenza di Medellín fu molto simbolica, ottenne risonanza mondiale ed emerse una nuova forma di coscientizzazione dei popoli e di azione dei vescovi, insieme alla presenza di Papa Paolo VI, che per la prima volta incontra i campesinos a Bogotá.

Nel suo saluto, padre Gustavo Gutierrez, domenicano peruviano e tra i fondatori della Teologia della liberazione, ha sottolineato che «l’irruzione del povero è l’irruzione di Dio. Dobbiamo ascoltare l’essere umano dal basso. Per questo Medellín è parte dell’innovazione ecclesiale iniziata con il concilio Vaticano II, la storia e la liberazione integrale dell’uomo e della donna diventa luogo teologico».

Morsolin con il Cardinal Porras

Dello stesso avviso anche il cardinale venezuelano Baltazar Porras Cardozo, arcivescovo di Mérida, il quale ha spiegato che «lo sfondo di questo invito del Boston College e della Javeriana va cercato nel nuovo clima di fedeltà al Vaticano II e all’opzione preferenziale per i poveri, su impulso di Papa Francesco, che porta con sé, nel suo pensiero e nella sua azione, le sue radici culturali. Dobbiamo valorizzare il contributo teologico che attinge alla vita del popolo, come dice il Pontefice. Dobbiamo apprendere dalla nostra gente semplice — ha concluso — la vita autentica e leggerla a partire dalla Evangelii gaudium».

Una ricezione creativa del Vaticano II
Il teologo brasiliano Agenor Brighenti, professore dell’Universita Cattolica di Curitiba, ha sottolineato che: «La forza e l’attualità di Medellín stanno nell’audacia di una "ricezione creativa" del Concilio Vaticano II, nel contesto particolare della Chiesa in America Latina. L’episcopato latinoamericano, in verità, fino ad allora abituato ad una posizione di mimetismo rispetto alle decisioni di Oltremare, poco aveva contribuito all’evento conciliare. Tuttavia, l’attiva partecipazione al Vaticano II, oltre a favorire una maggiore integrazione fra i suoi membri, permise a questi di far ritorno a casa imbevuti del suo spirito. Tant’è che i vescovi dell’America Latina furono i primi al mondo a dare un volto proprio alle loro Chiese locali. Per loro, concluso l’evento conciliare, non si trattava semplicemente di realizzare il Vaticano II, bensì di recepirlo in forma contestualizzata, cercando di collocare "la Chiesa nell’attuale trasformazione dell’America Latina alla luce del Concilio", secondo quanto attesta il titolo del Documento di Medellín.

Il tempo si sarebbe incaricato di dimostrare che si trattava di un’avventura carica di rischi e conflitti, ma, soprattutto, di risultati promettenti, tanto che le sue intuizioni fondamentali sono state riscattate e rilanciate da Aparecida. In altre parole, nella fedeltà agli assi portanti del Concilio, con Medellín ci furono "incarnazione" e "sviluppi", oggi diremmo "inculturazione", che hanno fatto del Vaticano II non solo un punto di arrivo, ma soprattutto un punto di partenza per un’evangelizzazione contestualizzata, nella prospettiva dei poveri. Con Medellín, la Chiesa in America Latina smette di essere una "Chiesa riflesso" per dare il via ad un processo di tessitura di un volto e di una parola propri, che si sono tradotti nella "tradizione latinoamericana".

Diversamente da quanto avviene in questi tempi di involuzione ecclesiale e di chiusura identitaria, papa Giovanni XXIII, dall’inizio del suo pontificato, insisteva sulla necessità di un’azione ecclesiale di insieme in America Latina che sfociasse in un piano di azione. Tuttavia, le disparità tra i vescovi ne impedivano la concretizzazione. Era stato necessario attendere una maggiore integrazione dell’episcopato favorita dalla partecipazione ai lavori del Concilio e, soprattutto, dalla sintonia con il suo spirito perché, al termine dello stesso, si esprimesse al papa il desiderio di convocare una Conferenza allo scopo di mettere in pratica il Vaticano II nel Subcontinente.

Diversamente dalle altre Conferenze, Medellín ebbe un eccellente processo preparatorio, nella prospettiva del Concilio, con diversi incontri promossi dai dipartimenti del Celam: nel 1966, a Baños (Ecuador), si condusse una rifles-sione sulla pastorale di insieme, sull’educazione, sull’azione sociale e sui laici; nello stesso anno, si studiò, a Mar del Plata (Argentina), l’applicazione della Populorum progressio in America Latina e, a Lima, l’importante tema dell’educazio-ne; nel 1967, a Buga (Colombia), si affrontò la questione dell’università cattolica e della pastorale universitaria; nel 1968, a Melgar (Colombia), si discussero le nuove sfide legate alla missione ad gentes, concretamente in relazione ai popoli indigeni e afroamericani.

Per la realizzazione dell’Assemblea, si adottò, come metodologia di lavoro, il metodo del vedere-giudicare-agire dell’Azione Cattolica, che era stato appena assunto dal Concilio, più concretamente nella Gaudium et Spes. L’ottica di fondo era data dalla prospettiva liberatrice, che rompeva con la posizione dominante centrata sullo sviluppo, ponendo le basi della futura Teologia della Liberazione. Parteciparono all’Assemblea di Medellín 249 persone: 145 vescovi, 70 presbiteri, 10 religiosi, 19 laici e 9 osservatori. Diversamente dalla Conferenza di Rio de Janeiro (1955), vi fu partecipazione di persone diverse dai vescovi e il Documento fu pubblicato immediatamente nell’Assemblea, senza passare per Roma. Altri tempi.

A Medellín riecheggiò il grido di sofferenza dei poveri, smascherando il cinismo dei soddisfatti. Nell’ottica dei poveri, a Medellín, i vescovi si proposero di aiutare a rispondere a quattro sfide principali del Subcontinente: 1) la fede cristiana di fronte al grave fenomeno della povertà che minacciava la vita di gran parte della popolazione; 2) lo sviluppo di un’azione evangelizzatrice che arrivasse ai settori popolari e anche alle strutture di potere; 3) la promozione di una liberazione integrale, che coniugasse simultaneamente cambiamento personale e cambiamento delle strutture; e 4) la promozione di un nuovo modello di Chiesa, autenticamente povera, missionaria e pasquale, slegata da ogni potere temporale.

Come risposte pastorali concrete a queste sfide, il Documento di Medellín, sulla base del Vaticano II, propose, tra l’altro: l’opzione per i poveri, contro la povertà, come forma di testimonianza del Vangelo di Gesù Cristo; una fede cristiana vissuta in comunità ecclesiali di base, centrate sulla lettura popolare della Bibbia e inserite nel luogo sociale dei poveri; un’evangelizzazione in grado di promuovere la vita in tutte le dimensioni della persona; una riflessione teologico-pastorale ancorata alle pratiche liberatrici; la presenza profetica nel seno della società, senza paura di andare fino in fondo, nella difesa degli esclusi, ecc», conclude Agenor.

Gli fa eco il gesuita venezuelano Pedro Trigo, membro del centro di ricerca sociale Gumilla di Caracas: «Nella conferenza di Medellin i vescovi latinoamericani denunciano il peccato strutturale che configura un ordine sociale che rifiuta dio, perche’ non vengono garantite le necessita, bisogni e diritti di base del pueblo, l’oppressione delle multinazionali non garantiscono salari dignitosi agli operai nel 1968 come oggi. Il dinamismo pastorale nasce dalla coscientizzazione del popolo a partire delle organizzazioni popolari di base. I vescovi come tutti i cristiani devono impegnarsi a favore della giustizia e della pace, per liberare gli oppressi e forgiare l’Uomo Nuovo, veramente libero. Di fronte al fallimento sia del capitalismo che del socialismo, serve un nuovo progetto di partecipazione fraterna dei popoli, soggetto di una societa partecipativa senza esclusione, rompendo dipendenze e assistenzialismo, dove il pueblo e’ agente di sviluppo umano, promotore di liberazione che nasce dal vangelo.

Oggi in Venezuela la gente soffre la fame e questo afecta la liberta. Io come teologo e ricercatore del Centro Gumilla di Caracas guadagno meno di un mototaxista, questo e’ il mio punto di osservazione della realta’, bisogna mantenere sempre una relazione mutua e di impegno popolare con el pueblo(popolo)», conclude l’ottantenne gesuita p. Trigo.

L’impegno della Compagnia di Gesù
Tra i motivi che spinsero Giovanni Paolo II nel 1981 a commissariare la Compagnia di Gesù per oltre 24 anni, c’è sempre l’America Latina. L’adesione dei gesuiti al Vaticano II ed alla sua scelta dei poveri, l’accoglienza di quanto i vescovi latino-americani deliberarono a Medellín nel 1968 (una Chiesa tra i poveri, povera, capace di giudicare la sua storia di oppressione e la sua voglia di liberazione), il Decreto IV della 32.ma Congregazione Generale dei gesuiti che metteva in intimo inscindibile rapporto l’annuncio della fede e la promozione della giustizia: queste, e cose come queste, determinarono una tale diffidenza negli ambienti romani – che, quando fu eletto, papa Wojtyla vide nei gesuiti un pericolo, perche ideologicamente promotori di quella Teologia della Liberazione osteggiata dagli Usa e mal interpretata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.

I martiri tra preti, vescovi, suore, catechisti, semplici fedeli, che in nome del Vangelo e della dignità dei figli di Dio si davano da fare per una storia che fosse “salvezza concreta nella storia”, le lacrime delle “Madres de Plaza de Mayo” – madri, sorelle di desaparecidos assassinati dalle dittature “cattoliche” – i chiarimenti dei teologi e l’intensa vita cristiana delle Comunità di Base non fecero cambiare opinione a nessuno durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

Oggi, con il pontificato di Papa Francesco, la situazione ecclesiale é totalmente diversa.

Morsolin insieme al gruppo del Boston College

Il giovane teólogo venezuelano Rafael Luciani, docente di Teologia al Boston College (Usa) e copromotore del seminario , ha elaborato un bilancio: “Circa 25 teologi tra Vescovi, Cardinali e professori, si sono incontrati dal 3 al 5 aprile alla Pontificia Universidad Javeriana di Bogotá, in Colombia, insieme all'intera comunità universitaria, per celebrare il Congresso Internazionale "Medellín: 50 anni dopo", in cui hanno riflettuto, tra gli altri temi, sulla sua "attuale validità", sulla "opzione per i poveri e la povertà" e sul "volto di una Chiesa autenticamente povera, missionaria e pasquale".

Già nel febbraio 2017 la Scuola di Teologia e Ministero del Boston College aveva tenuto il primo Incontro Ispanoamericano di Teologia in cui più di 50 teologi dell'America Latina, della Spagna e latini del Nord America avevano iniziato un percorso di dialogo teologico-pastorale nei contesti iberoamericani.

Ora a Bogotá abbiamo iniziato un percorso triennale con sostegno della Compagnia di Gesú e anche di Papa Francesco – che ci ha ricevuto in Vaticano nel novembre scorso – con l’obiettivo di unire in rete gli sforzi delle facoltá di teologia di tutto il continente delle americhe per approfondire il cammino di riforma tracciato da Fancesco, anche nell’ottica di collaborazione tra istituzioni teologiche Nord-Sud del mondo “gettando ponti” come ispira Francesco”.

Conclusione
Concludendo, sono molto felice di essere stato l’unico esperto italiano invitato a partecipare ai lavori del Gruppo Iberoamericano di teologia, promosso dalla Universitá Javeriana e dalla Scuola di teologia e Ministero del Boston College (Usa). E’ un percorso di alto livello accademico che coinvolge varie generazioni di teologi con il sostegno della piattaforma della Compagnia di Gesú, dagli anziani p. Scannone, p. Gustavo Gutierrez, p. Agenor Brighenti, p. Pedro Trigo, fondatori della teologia della liberazione, a piu’ giovani teologi come Rafael Luciani-Boston College, Luis Sarasa-Javeriana Bogota, Carlos Mendoza – Universita Iberoamericana di Messico, Alzirinha Sousa, docente dell’Universidad Unicap di Refice, studiosa del contributo di Dom Helder Camara alla chiesa latinoamericana, e altri.

I temi affrontati in questo congreso internazionale che il prossimo anno si riunira’ in Messico per la celebrazione dei 40 anni della Conferenza dell’episcopato latinaomericano di PUEBLA – ruotano attorno alla Chiesa della frontiera in uscita, che pone al centro le periferie geografiche ed esistenziali, sostenendo il percorso di riforma di papa Francisco e confermano le conclusioni del mio nuovo libro “La Patria Grande latinoamericana secondo Papa Francesco”, di imminente pubblicazione per l’editore Antropos di Bogotá.

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