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Scuola

Italia 2028: e se 1 milione di alunni in meno fossero l'occasione per rivoluzionare la scuola?

13 Aprile Apr 2018 1222 13 aprile 2018
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Fra dieci anni l'Italia avrà milione di alunni in meno. Significa 55mila docenti in meno, a normative vigenti. Che fare? Si può non fare nulla, risparmiando 2 miliardi l'anno. Oppure si può cogliere l'occasione per fare diventare le scuole aperte un'esperienza sistemica

L’Italia nel 2028? Avrà un milione di studenti in meno, con 55mila cattedre che spariranno. Meno studenti, meno classi, meno insegnanti, in tutta Italia: è questa la strada tracciata dalla demografia. A lanciare l’allarme è oggi la Fondazione Agnelli, in un report curato da Stefano Molina e realizzato a partire da elaborazioni sui dati Istat (in allegato in fondo all'articolo). In Italia oggi la popolazione in età scolare (fra i 3 e i 18 anni, dalla scuola dell’infanzia alla secondaria di II grado) è di circa 9 milioni. Fra dieci anni sarà scesa a 8 milioni: un trend al ribasso che nessun altro Paese europeo avrà in modo così significativo. Le ragioni? Il calo del numero delle madri potenziali e del loro tasso di fecondità, soprattutto fra le donne straniere, ma anche la riduzione dei flussi migratori internazionali: il saldo migratorio per l’Italia è sceso dal 7,5 per mille nel 2007 al 3 per mille nel 2017.

Le prime ad avvertire il terremoto saranno le scuole dell’infanzia: i bambini fra 3 e 5 anni sono già ovunque in calo e nel 2028 avremo circa 6.300 sezioni della scuola dell’infanzia a livello nazionale in meno, ovviamente se rimarranno le regole vigenti oggi. Gli iscritti alla scuola primaria (6-10 anni) diminuiranno consistentemente ovunque, con un crollo in particolare in Sardegna (-24%) e Campania (-20%), per circa 18mila classi in meno. Gli iscritti alla scuola media (11-13 anni) continueranno a crescere debolmente per qualche anno al Nord e al Centro, ma nell’arco dei dicei anni ci sarà una perdita totale di circa 9.400 classi. Più avanti nel tempo l’impatto sulle superiori, che perderanno circa 3.000 classi nel decennio, benché in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Lazio il saldo nel 2028 sarà ancora positivo.

Che significa tutto ciò? Dal punto di vista del lavoro, 55.000 i posti in meno per docenti e insegnanti, a partire dai gradi inferiori. Poiché il fenomeno investirà tutte le regioni, comprese quelle del Nord, si può prevedere un calo della mobilità territoriale dei docenti: nemmeno trasferirsi dal Sud al Centro-Nord aiuterà più ad entrare in ruolo. A fronte dei pensionamenti, non ci saranno nuovi insegnanti immessi in ruolo, con l’effetto di bloccare – sottolinea Andrea Gavosto, direttore della Fondazione - «il rinnovamento del corpo docente e probabilmente anche la capacità di innovazione didattica dell’intero sistema d’istruzione».

Che fare? Non fare nulla è l’ipotesi più semplice e potrebbe portare, peraltro, a un risparmio di quasi 2 miliardi di euro annui. Ma ha senso? Fondazione Agnelli lancia alcune alternative: aumentare il numero medio di insegnanti per classe, favorendo lo sviluppo di forme di co-progettazione interdisciplinare anche nei gradi superiori o ridurre il numero medio di studenti per classe, come in Francia sta pensando la riforma Macron. O ancora, ed è per Gavosto «l’alternativa che appare preferibile a chi dà priorità al miglioramento della qualità dell’istruzione», utilizzare gli insegnanti che non avranno classe «per il rafforzamento generalizzato della “scuola del pomeriggio”, con più possibilità di scelta del tempo pieno/prolungato, attività integrative, supporto ai percorsi personalizzati, contrasto all’abbandono».

La ministra Valeria Fedeli nel commetare lo scenario tratteggiato ha escluso che l'opzione possa essere di tornare a epoche di tagli e riduzioni, «perché se è vero, come è vero, che al centro del sistema educativo ci sono le studentesse e gli studenti, una riduzione del loro numero può essere affrontata, diversamente dal passato, curvando sempre di più il sistema per rispondere alle loro esigenze e alle sfide del futuro». Per la ministra significa «diminuzione del numero di alunne e alunni per classe, rafforzamento e allargamento della possibilità di scelta del tempo pieno, in alcune regioni del Paese decisamente carente, attuazione del piano per combattere la dispersione scolastica, che è la base per combattere le diseguaglianze e le altre povertà, reti territoriali per l’apprendimento permanente, favorire e sostenere l’attivazione di percorsi d’istruzione integrati»: questi sono «alcuni esempi di una scuola che possiamo disegnare già oggi, consapevoli di questi scenari. Alcune scelte in questo senso sono già state compiute».

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