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Design urbano

La natura irrompe in città

16 Aprile Apr 2018 1057 16 aprile 2018
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In occasione del Salone del Mobile 2018 che inizia oggi, in piazza Duomo a Milano verrà inaugurata “Living Nature. La Natura dell’Abitare”, un ambiente che racchiude le quattro stagioni dell’anno facendole coesistere. Un progetto di Carlo Ratti, intervistato sul numero di VITA di aprile

Il Salone del Mobile 2018 di Milano è in rampa di lancio. In piazza Duomo verrà inaugurato oggi “Living Nature. La Natura dell’Abitare”, un padiglione di 500 metri quadri: nello stesso ambiente verranno racchiusi quattro microcosmi naturali e climatici che permetteranno
alle quattro stagioni dell’anno di coesistere nello stesso momento. A curarlo la Carlo Ratti Associati. Nella rubrica che proprio Carlo Ratti cura sul magazine VITA un’intervista, sul numero in distribuzione, ne racconta senso e obbiettivi.


Living Nature. La Natura dell’Abitare”. Siamo davanti ad un nuovo modello dell’abitare?
In parte. Questo padiglione nasce dalla comune volontà — insieme al Salone del Mobile — di esplorare
la relazione tra natura e uomo, con l’obiettivo di alimentare un dibattito sul design sostenibile nello spazio urbano, compreso l’ambiente domestico. Con Living Nature vogliamo suggerire una diversa prospettiva su come affrontare i temi della sostenibilità ambientale e del cambiamento climatico, portando anche nel cuore di Milano uno spazio nel quale soddisfare il nostro istintivo amore per la natura — quella che il mio collega biologo all’università di Harvard Edward O. Wilson chiamerebbe “biofilia”.

Perché quattro stagioni insieme? C’entra una nuova dimensione del tempo?
Se nel Novecento è stata la città a conquistare la natura, portando a un eccessivo consumo di suolo, oggi siamo di fronte a una sfida di segno opposto: riportare la natura in città. Molti i riferimenti: se volessimo trovare un’immagine letteraria penserei a Cesare Pavese. Progettando il padiglione siamo ritornati spesso a La Luna e i Falò: «Soltanto le stagioni contano, e le stagioni sono quelle che ti hanno fatto le ossa, che hai mangiato quand’eri ragazzo». Un’altra ispirazione potrebbe essere il grande scrittore francese del Novecento Georges Perec. Nel libro Specie di Spazi sognava: «Invece di vivere in un luogo unico, cercando invano di concentrarsi, non si potrebbero avere, sparse dentro Parigi, cinque o sei stanze? Andrei a dormire a Denfert, scriverei a Place Voltaire, ascolterei musica a Place Clichy, farei l’amore alla Poterne des Peupliers». Ecco, se lui voleva una commistione tra le varie parti della città noi abbiamo la giustapposizione tra le diverse stagioni dell’anno.

Milano è la città che ha sempre sofferto la mancanza di verde. Ora si trova al centro di esperienze avveniristiche come il bosco verticale o come questa sua proposta. Non c’è il rischio di creare isole fortunate che non fanno sistema?

Spero proprio di no! Anzi, credo che interventi di micro-urbanistica come il padiglione Living Nature siano un buon punto di partenza per portare il verde in tutta la città. Ricordo un bel progetto in questo senso proposto da Renzo Piano diversi anni fa. Interventi di “agopuntura urbana” — padiglioni, strutture trasformabili, pedonalizzazioni temporanee di aree pubbliche — sono tutti esempi per ricordarci come il contatto con il verde e con la natura — variabili fondamentali per il nostro benessere e tuttavia spesso dimenticate dai progettisti del Novecento — avrà un ruolo fondamentale nella città di domani.

“Living nature” ha tante implicazioni: ad esempio quella dei materiali da adottare per il costruire in città. Siamo davanti ad una rivoluzione necessaria?
Farei un discorso più generale e direi che in questo caso la parola chiave sia sostenibilità — parola ineludibile quando pensiamo al domani. Il padiglione si propone come progetto pilota relativo a una migliore gestione dei flussi energetici e al controllo del microclima urbano: le celle fotovoltaiche presenti sul tetto trasformano l’energia solare in energia elettrica; quest’ultima a sua volta viene immagazzinata in batterie che a loro volta alimentano i sistemi di controllo della luce solare e della temperatura nella varie aree stagionali.

La relazione tra la natura e l’abitare: il profilo dell’architetto di domani quanto sarà diverso da quello di oggi?
Fondamentale è insegnare
ai professionisti di domani a comprendere i molti livelli di intersezione dell’architettura con
altri settori — non solo ingegneria ma anche economia, sociologia, per non citare ovviamente discipline come interaction design e programmazione. Un lavoro transdisciplinare di cui l’architetto può essere — proprio
per la sua formazione generalista — l’armonizzatore. La rete sta cambiando il modo stesso di progettare rendendolo più partecipativo
e allontanandolo dalla visione dell’architetto-eroe tipicamente novecentesca. Se pensiamo all’open source nel mondo della Rete, possiamo immaginare progetti in codice aperto, da portare avanti a più mani e con il contributo degli utenti finali. Forse
da queste sperimentazioni potrebbe nascere una nuova figura: quella
di un architetto meno orientato all’affermazione del proprio ego e dedito invece all’orchestrazione. Un direttore d’orchestra capace di mettere insieme le varie voci — un architetto “corale”, come discutiamo nel libro Architettura Open Source (Einaudi, 2014) scritto a molte mani.


@crassociati

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