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Lavoro

I rider di Foodora e le cooperative del futuro

17 Aprile Apr 2018 2046 17 aprile 2018
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I fattorini e gli altri operatori della gig economy devono necessariamente essere dipendenti dalla piattaforma per accedere ad un lavoro di qualità? No, con la Platform Cooperativism si candidano ad essere loro la piattaforma

Pietro Ichino fa bene a valutare la vicenda Foodora con il metro della dipendenza economica sostanziale. Anche i giudici del Tribunale di Torino fanno bene a qualificare i rider come collaboratori autonomi, liberi di lavorare o non lavorare a propria discrezione. Così come fanno bene i sindacati a chiedere che il lavoro tramite app non inneschi meccanismi di dipendenza più vincolanti – ma meno tutelati – del rapporto di subordinazione tra datore di lavoro e dipendente. Fa bene l'Istat a misurare il fenomeno, con l'aiuto di INPS, INAIL, e Ministero del Lavoro. Fanno bene, a Milano e a Bologna, i rider stessi a dialogare con le istituzioni e associarsi per sperimentare forme di rappresentanza sindacale.

Fanno bene, anche se non sempre vanno d'accordo, tutti gli attori che, sulla scena del cambiamento nel mondo del lavoro, portano un argomenti razionali e analitici, tenendo fuori dai giochi luddismi controproducenti e soluzioni di pancia.

Eppure, per quanto razionali e legittime, le loro argomentazioni sono figlie delle logiche novecentesche del conflitto, quindi fragili e insufficienti. Insufficienti perché parziali, inadatte a raggiungere una visione condivisa del bene comune e della condivisione stessa. Fragili, invece, perché potrebbero non resistere alla prossima innovazione tecnologica o al prossimo intervento legislativo.

Lo scorso 11 aprile, il tribunale di Torino ha dato torto ai rider Foodora che chiedevano di essere qualificati come dipendenti. Su questa vicenda, l’analisi del prof. Ichino è stata impeccabile: dal punto di vista economico, i rider (o “portapizze”, o “ciclofattorini”) dipendono dai compensi conseguiti grazie alla app-piattaforma e, se non fossimo nel 2018, i fattorini sarebbero stati riconosciuti come lavoratori subordinati da qualsiasi tribunale d'Italia. Questo infatti prevedeva in materia la legge Monti-Fornero.

Il Jobs Act, che l'ha abrogata e su cui si sono basati i giudici torinesi, invece no: secondo la nuova normativa è dipendente chi non dirige da sé la propria attività, a prescindere dal criterio della dipendenza economica. Il collaboratore autonomo ha non pochi diritti in comune con i dipendenti – ad es: tutele contro infortuni, malattie, e disoccupazione; congedi parentali e di maternità; assegni famigliari – e può anche essere qualificato come tale se ha anche solo un orario di lavoro, disposizioni operative, o una scrivania assegnata, ma non ha alcun diritto ad un reddito proporzionale al tempo per cui è a disposizione del committente.

Questo per i rider di oggi, e per i sindacati che li rappresentano, è un problema. Ma i fattorini e gli altri operatori della gig economy devono necessariamente essere dipendenti dalla piattaforma per accedere ad un lavoro di qualità?

No, non è questa l'unica strada. E se fosse la piattaforma ad essere dipendente dai rider? In altre parole, si può utilizzare la tecnologia per una reale e autentica sharing economy di natura mutualistica?

Il movimento del Platform Cooperativism si sta sviluppando intorno a questa idea. Mutualizzare le piattaforme. Oggi queste piattaforme sono imprese di pochi soci titolari, dove il capitale finanziario e tecnologico, cioè investitori e sviluppatori del software, ha la parte del leone, mentre alla forza lavoro di base, i rider, restano le briciole. I rider, come gli operai del novecento, sono sostituibili,esercitano poche competenze, e non hanno voce in capitolo nelle decisioni prese dal management, che spesso lascia ad oscuri algoritmi il compito di organizzare ed ottimizzare il lavoro. Secondo la Bank of America, la sharing economy ha un potenziale valore mondiale di 1.930 miliardi di dollari. Il valore, quindi, c'è, ma queste imprese della sharing economy cos'hanno di condiviso? Ben poco, se non il rischio d’impresa che trasferiscono sui lavoratori autonomi. Non certo ricavi e potere decisionale.

Mutualizzare le piattaforme invece vuol dire ribaltare lo schema: in una piattaforma cooperativa, i rider diventano soci, acquistano la piattaforma, dirigono gli sviluppatori, e governano, con voto democratico pro capite, sia il management sia gli algoritmi che servono ad ottimizzare la gestione. Non sarebbero più sostituibili, perché la crescita professionale individuale – come gestori della piattaforma – li renderebbe unici e vitali per l'organizzazione stessa. Per il principio di autoconservazione, una piattaforma cooperativa non punterebbe sull'asta al ribasso per le prestazioni dei porta-pizze.

E il contratto? La collaborazione coordinata e continuativa è una tipologia contrattuale compatibile con il rapporto tra socio e cooperativa. Offre la possibilità di retribuire il lavoro per il risultato della prestazione e non per il tempo impiegato nell'eseguirla. La retribuzione può prevedere dei correttivi, come bonus per una lunga distanza percorsa, o per una velocità (questo sì) inferiore alla media, oppure per aver saputo fidelizzare un cliente, o anche in relazione alla qualità dell'ordinazione evasa. A fine esercizio, poi, in sede di approvazione del bilancio, i soci possono avere sotto forma di ristorno, al netto dei contributi previdenziali e con una tassazione molto vantaggiosa, una parte degli utili conseguiti, fissando criteri di ripartizione basati su qualità e quantità del lavoro conferito – parametri generali che possono essere rispettati anche con varianti molto creative.

È un cambio di paradigma, un ribaltamento dell’approccio al lavoro, ma anche una riscoperta del passato, abbandonando le logiche del conflitto: le organizzazioni cooperative tra lavoratori e organizzazioni sindacali hanno le stesse radici mutualistiche. E forse lo stesso futuro: di fronte alla nuova trasformazione del lavoro, si tratta di scegliere: un lavoro polarizzato (tra chi dirige le macchine e chi dalle macchine viene diretto), dove lo schiacciamento verso il basso di diritti e retribuzione si può già intravedere; oppure un lavoro dove autonomia e indipendenza sono i presupposti per aggregarsi e usare la mutualità reciproca come leva per rafforzare le proprie potenzialità.

Torniamo alla tecnologia e ai fattorini.
I software che permettono di gestire le ordinazioni dei clienti e le prestazioni dei rider sono così diffusi che non ci vorrà molto perché diventino standard, alla portata di tutti. Dietro l'angolo c'è già un'evoluzione: la blockchain. Senza entrare nei dettagli tecnici, la blockchain è un registro informatico di transizioni sulla rete internet, che permette di avere certezza, trasparenza, e tracciabilità circa il passaggio di dati e valori da un nodo all'altro. Lungo le diverse blockchain attualmente in funzione girano, ad esempio, le criptovalute (la più famosa è il Bitcoin), i diritti d'autore su alcune opere dell'ingegno (Monegraph), i dati sulla cittadinanza digitale estone (Bitnation), e il “poket money” dell'immigrazione finlandese (MONI). La blockchain, inoltre, fa da supporto agli smart contract, contratti informatici (vincolanti tra le parti come qualsiasi contratto) i cui effetti si producono automaticamente al realizzarsi di una particolare condizione, come l'accertata consegna di un bene o il pagamento di una somma. Sarebbe semplice, per uno sviluppatore di blockchain, programmare, secondo le decisioni dell'assemblea dei soci, non solo gli algoritmi per incrociare domanda e offerta di consegne, ma anche la retribuzione per ciascun ordine evaso e il ristorno a fine anno, con un incastro intelligente di smart contract.

Il sindacato, di fronte agli algoritmi che organizzano il lavoro dei rider, ha proposto di contrattare sulla tecnologia. Questa è una richiesta legittima, ma limitata ad una visione conflittuale del lavoro. Molte evidenze mostrano che oggi pare più importante pensare a cosa si può condividere che non a cosa si può negoziare: così come per molti aspetti l’asse di relazione tra produttori e consumatori, si sposta dal possesso all’uso, altrettanto serve provare a fare sul piano dei rapporti tra i fattori della produzione, passando dalla negoziazione alla condivisione.

Lo sviluppo cooperativo è parallelo ai movimenti di auto organizzazione dei lavoratori in forme di impresa collettive, partecipate nella governance e nella proprietà. In Francia, la cooperativa CoopCycle gestisce gli stessi servizi su cui lavorano Foodora e le altre app della logistica, ma con alcune particolarità interessanti. Le piattaforme e gli algoritmi di CoopCycle sono open source, a portata di singolo lavoratore, e vengono definite e ridefinite, con modalità cooperative, dai lavoratori stessi. Analogamente, l'informazione condivisa rende possibile, per l'assemblea dei lavoratori, stabilire gli indirizzi e le strategie aziendali in forma collettiva.

Solidarietà anziché conflitto.
Il contratto di lavoro dei rider, che oggi è materia di litigio in tribunale, diventerebbe così un protocollo di condivisione della catena di valore, uno strumento di reciproco riconoscimento fra parti che condividono e non fra controparti che contrattano.

Oggi il mondo della cooperazione, soprattutto di quella ad alta intensità di lavoro, sembra ancora poco propenso ad investire su nuove tecnologie e non è un bene. La “seconda rivoluzione digitale” che la blockchain è sul punto di innescare ha un potenziale enorme: non riguarderà più soltanto le consegne a domicilio, o i servizi di autotrasporto, ma potrebbe entrare profondamente nell’organizzazione di moltissimi servizi, come quelli del welfare, che oggi rappresentano il più importante bacino di lavoro delle cooperative. In quest'ottica si è già mossa la Commissione Europea, con l'iniziativa “Blockchain for social good”, bando da 5 milioni di euro per l'applicazione di queste tecnologie nel welfare, nel lavoro di cura e nei servizi sociali.

Cosa, infatti, se non un registro dinamico, dematerializzato e diffuso, come una blockchain può, ad esempio, tracciare l'impatto sociale che hanno le cooperative per l'educazione e l'inserimento lavorativo o le cooperative di comunità?

Non dimentichiamo, poi, i cooperatori della “knowledge economy”, l'economia della conoscenza. L'esempio, in questo caso, viene dal Belgio. La cooperativa Smart nasce come associazione di lavoratori creativi e della conoscenza. Dopo aver raccolto un vasto successo internazionale in questo campo, con oltre 120mila soci in tutta Europa, Smart ha deciso di associare non solo ad artisti e web designer, ma anche tutti i lavoratori freelance le cui prestazioni siano determinate ed organizzate con network e/o piattaforme in grado di incrociare domanda ed offerta di prodotti, servizi e lavoro. In altre parole, Smart ha aperto ai lavoratori della “gig economy”. Questa apertura va letta come la volontà di un movimento organizzato non solo per espandere una tutela collettiva a matrice cooperativa ma anche per mutualizzare, riducendolo, il rischio economico.

Un lavoro di qualità, e con proiezione nel futuro, può essere anche freelance. Può anche non essere ottenuto dal conflitto, ma dalla cooperazione. Può anche nascere come “gig” (lavoretto, letteralmente) ma poi evolvere in un progetto di auto-organizzazione economica e lavorativa.

Questi movimenti associativi di auto-organizzazione dei lavoratori sono di vivo interesse. Dimostrano che possono esistere società di persone nelle quali le nuove tecnologie (più veloci, più globali, più di scala) non portano necessariamente al guadagno di pochi, ma all'imprenditorialità diffusa tra molti. Possono essere un viatico di valorizzazione sostenibile e distribuzione equa del lavoro. Un nuovo tipo di lavoratori, freelance, indipendenti, ed intraprendenti, può competere nell'economia globale, a patto di collettivizzare rischi e benefici ed adeguare la propria attività ad una crescita sostenibile nei confronti del collettivo.


*Samuele Bozzoni - Lavora in Confcooperative Lombardia; esperto di risorse umane e relazioni sindacali, con focus su processi partecipativi fisici e digitali nelle organizzazioni e nelle comunità.

**Simone Caroli - PhD in Formazione della persona e mercato del lavoro, lavora in Confcooperative Modena attento ai cambiamenti tecnologici e organizzativi in ambito lavoro, si occupa di relazioni sindacali e gestione delle risorse umane.

***Giuseppe Guerini - Presidente di Federsolidarietà Confcooperative e di CECOP-Cicopa Europa.

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