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Rapporto Giovani 2018, i millennials sono pronti a riprendersi la scena

18 Aprile Apr 2018 1250 18 aprile 2018
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Giovani incapaci e indolenti, in un Paese destinato alla marginalità: rischia di diventare una profezia che si autoadempie. Ma dal Rapporto Giovani 2018 emerge il grande desiderio di lasciarsi alle spalle una crisi economica che li ha schiacciati in difesa, per diventare finalmente parte attiva. Intervista con Alessandro Rosina

I giovani italiani? Hanno «un grande desiderio di lasciare alle spalle una crisi economica che li ha schiacciati in difesa e ha bloccato i loro progetti di vita, per essere messi finalmente messi nelle condizioni di diventare parte attiva di un processo di cambiamento e di sviluppo del Paese. La narrazione dei giovani incapaci e indolenti in un Paese destinato ad un futuro di marginalità, non deve diventare una profezia che si autoadempie: i giovani devono incaricarsi di dimostrare di essere diversi da come vengono dipinti proprio da chi li ha messi nelle condizioni attuali». È questa in estrema sintesi la fotografia dei giovani che emerge dal Rapporto Giovani 2018 appena presentato, coordinato da Alessandro Rosina, ordinario di Demografia all’Università Cattolica di Milano, che ha intitolato la sua introduzione con un “Generazione di valore”.

Come raccontare in sintesi i millennilas italiani? Cosa è emerso dal nuovo Rapporto Giovani?
Dalle nostre analisi emerge un grande desiderio delle nuove generazioni di lasciare alle spalle una crisi economica che li ha schiacciati in difesa e ha bloccato i loro progetti di vita, per essere messi finalmente messi nelle condizioni di diventare parte attiva di un processo di cambiamento e di sviluppo del Paese che guardi positivamente verso il futuro. Il 73,8% degli intervistati ritiene che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona per cercare di far funzionare meglio le cose in Italia. La grande maggioranza, il 67,7%, presenta una predisposizione positiva al cambiamento. Anche rispetto a temi come l’immigrazione, la preoccupazione non riguarda il fenomeno in sé ma come viene gestito: rispetto alla componente regolare ad esempio solo circa il 33%pensa che peggiori sicurezza ed economia del Paese.

Diverse singole storie di successo dimostrano che anche in Italia, quando ci sono le condizioni, l’energia e l’intelligenza vivace dei giovani diventano una marcia in più nella produzione di benessere sociale e di crescita economica. Ma a livello di sistema? Cosa occorre fare? Che rischio corriamo se non invertiamo la rotta?
Il rischio è quello di una generazione “mancata”, ovvero che rimane lontana dall’espressione delle proprie potenzialità e dalla realizzazione delle proprie ambizioni. Questo è un danno non solo per i giovani stessi ma per le possibilità di sviluppo di tutto il Paese. I giovani italiani sono però i primi a volerlo evitare: hanno voglia di scommettere su se stessi e di esercitare un protagonismo positivo, anche se sono più esposti al rischio di demotivarsi e perdersi se non stimolati e incoraggiarti ad essere intraprendenti. Manca, come indichiamo nel “Rapporto Giovani”, un sistema Paese che si renda sistemicamente terreno fertile per consentire alle nuove generazioni di dare i propri migliori frutti. I dati dell’Istituto Toniolo evidenziano come nei progetti e negli obiettivi di vita i giovani italiani non siano da meno rispetto ai coetanei europei, anzi. Solo che poi si trovano progressivamente, nel corso del passaggio alla vita adulta, a rivedere al ribasso ambizioni e aspettative, sia in termini di tipo di lavoro, che di remunerazione, che di tempi di formazione di una propria famiglia e numero di figli. In questo modo tutto si avvita verso il basso, con bassa crescita, accentuato invecchiamento della popolazione, deprezzamento del capitale umano e incentivo a cercare opportunità altrove.

Lei ha indicato, tra i problemi, il fatto che «in Italia tradizionalmente i giovani sono considerati più figli che cittadini responsabili e attivi, ad occuparsene sono più i genitori che le politiche pubbliche»: che conseguenze negative ha questo? Che tipo di atteggiamento dobbiamo sviluppare invece?
Sul versante pubblico le generazioni più mature non hanno sufficientemente contrastato l’aumento del debito nazionale, tra i più alti al mondo, e non sufficientemente sollecitato e favorito un investimento sociale sulle generazioni successive, tra i più bassi nelle economie avanzate. Sul versante culturale, più che in altri Paesi, hanno agito in modo iperprotettivo nei confronti dei propri singoli figli e alimentato un atteggiamento ipercritico verso le nuove generazioni. Ci troviamo così oggi con un discorso pubblico pieno di eccessi di semplificazione ed estremizzazioni, se non stereotipi e luoghi comuni, quanto si parla di giovani. Guardandolo dal punto di vista dell’atteggiamento delle nuove generazioni, l’errore fatale sarebbe quello di adattarsi ad essere ciò che chi ha fallito a far crescere il Paese pensa di loro, anziché farsi parte attiva delle forze che vogliono cambiare il Paese. La narrazione dei giovani incapaci e indolenti in un Paese destinato ad un futuro di marginalità, non deve diventare una profezia che si autoadempie. I giovani devono incaricarsi di dimostrare di essere diversi da come vengono dipinti proprio da chi li ha messi nelle condizioni attuali, per dimostrare che un destino diverso è possibile. Questo dipende soprattutto da loro, ma può essere notevolmente favorito dalle generazioni più mature, se sono disposte a passare dal giudizio ipercritico allo sforzo di comprendere e agire coerentemente.

Il lavoro è condizione sine qua non per poter realizzare un percorso verso l’autonomia e realizzare quei sogni di famiglia che i giovani italiani hanno. I nostri ragazzi però hanno da fare i conti anche con un disallineamento tra il loro livello di formazione e il lavoro svolto molto più ampio che in altri paesi. Il Rapporto Giovani dice che la percentuale di chi afferma di avere un’aspirazione professionale ma non sa se riuscirà a realizzarla è pari al 40,7% tra i giovani italiani, rispetto al a valori sotto il 30% di inglesi e tedeschi. Questo genera da un lato mismatching dall’altro frustrazione. Come intervenire su questo punto specifico?
In risposta a questi limiti, vorrebbero una scuola che consenta maggiormente di rafforzare competenze utili alla vita e al lavoro. Vorrebbero dipendere di meno dalla famiglia di origine. Vorrebbero avere strumenti più avanzati per costruire il proprio percorso professionale. Rispetto agli altri Paesi, abbiamo troppi under 35 nella condizione di Neet, troppi under 35 che trovano lavoro grazie a canali informali e all’aiuto dei genitori, con un più alto rischio di scarso allineamento tra livello di formazione e lavoro svolto. Le difficoltà nel percorso professionale si riflettono anche sulla realizzazione di altri progetti di vita, come conquistare una piena autonomia e formare una propria famiglia. Più in generale, emerge un grande desiderio dei giovani di essere riconosciuti non per quello che manca e che il passato non può più garantire, ma attraverso quello che essi possono essere e dare al Paese per costruire un futuro migliore, coerente con proprie sensibilità, valori e progetti. Questo Paese deve dimostrare di credere nelle nuove generazioni. Alle nuove generazioni il compito di dimostrare che quando si dà ad esse spazio e fiducia si ottengono i migliori risultati.

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