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Ue, l'economia circolare diventa legge

19 Aprile Apr 2018 1646 19 aprile 2018
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Approvato il pacchetto sulla circular economy. La relatrice Simona Bonafé: «Non si tratta solo di rifiuti, questo è un passaggio epocale e rivoluzionario verso un nuovo modello economico che creerà fino a 500mila nuovi posti di lavoro». L'intervista

da Strasburgo

Con l’approvazione al Parlamento europeo di Strasburgo (dopo anni di stop and go) del pacchetto sull’economia circolare non si chiude un cerchio, ma anzi «si apre la strada a un modello di sviluppo nuovo». A sostenerlo è Simona Bonafé, l’eurodeputata del partito democratico, relatrice del provvedimento passato ieri a larghissima maggioranza: 580 sì su 661 votanti. Tecnicamente però si tratta di una “semplice” revisione di quattro direttive sulla gestione dei rifiuti che dovrà poi essere adottata dai Paesi membri dell’Ue entro due anni. In base alla nuova norma almeno il 55% dei rifiuti urbani domestici e commerciali dovrà essere riciclato. L’obiettivo salirà al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035. Il 65% dei materiali da imballaggio dovrà invece essere riciclato entro il 2025 e il 70% entro il 2030. Vengono poi fissati obiettivi distinti per materiali da imballaggiio specifico, come carta, cartone, plastica, vetro metallo e legno. In Italia sono 497 i chili di rifiuti pro-capite prodotti nel 2016, di cui il 27,64% finisce in discarica, il 50,55% viene riciclato o compostato e il 21,81% incenerito. Il pacchetto Ue limita la quota di rifiuti urbani da smaltire in discarica a un massimo del 10% entro il 2035. Oggi il panorama europeo su questo punto è molto variegato: nel 2014 Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Olanda e Svezia non hanno inviato alcun rifiuto in discarica, mentre Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia e Malta hanno interrato più di tre quarti dei loro rifiuti urbani. E l’Italia? I dati aggiornati al 2016 ha smaltito in discarica 26,9 milioni di tonnellate di rifiuti, circa 123 chili pro capite che appunto corrispondono al 27,64% dei rifiuti prodotti.

«Si tratta», nota l’eurodeputato e relatore ombra del provvedimento Piernicola Pedicini in quota 5 Stelle, «di un passo in avanti, che però si limita esclusivamente dei rifiuti municipali che pesano per un 10% rispetto al totale. Noi abbiamo dato parere favorevole, ma cosa diversa sarebbe stato se il Parlamento avesse deciso di affrontare anche il nodo per esempio dei rifiuti industriali e da demolizioni o – ancor più decisivo – se avessimo lavorato alla cancellazione dei sussidi alle fonti fossili». Così non è stato (anche perché nell’ipotesi prospettata da Pedicini non si sarebbe potuto procedere con la tecnica della revisione), ma per Bonafè quella di ieri rimane comunque una pietra miliare: «Un passaggio epocale e rivoluzionario».

Simona Bonafè al Parlamento europeo

Nota copyright: © European Union 2018 - Source : EP

Durante l'iter legislativo mi sono confrontata con associazioni, ma anche con il mondo dell'impresa che già opera nell'energia circolare e con quei soggetti che ne sono interessati

Perché?
È vero che formalmente abbiamo approvato quattro direttive che hanno a che fare coi rifiuti, a partire dalla direttiva quadro. Ma il punto è che non sono solo quattro direttive. In nuce c’è l’idea su cui sta investendo l’Europa. Ovvero che si debba cambiare modello di sviluppo. Perché quello di oggi non funziona più, perché consuma più materie prima di quante l’ambiente sia in grado di rigenerarne. L’economia circolare invece innesta l’idea che le materie prime le recuperiamo dai rifiuti e le rimettiamo nel ciclo produttivo creando un sistama che chiuda il cerchio e in questo modo lanciamo un nuovo modello industriale sostenibile e preserviamo l’ambiente.

Avete previsto un limite di conferimento massimo in discarica del 10%. Non si poteva fare meglio?
Non è il livello ottimale, ma sono orgogliosa di averlo portato a casa. In Europa ci sono ancora Stati che conferiscono il 70-80% in discarica. Non era facile raggiungere il compromesso del 10%, anche se il Parlamento inizialmete puntata al 5%. Ma c’è un aspetto spesso tenuto in minor conto che è fondamentale: quello della prevenzione, su cui il pacchetto punta moltissimo e che è l’anticamera di un modello a economia circolare. Poi, proprio sul modello della nostra legge Gadda, abbiamo introdotto anche in Europa la lotta allo spreco alimentare.

Considerato che stiamo parlando di economia, che tipo di impatto occupazionale immagina possa avere questo provvedimento una volta recepito dai singoli Paesi?
Partiamo dai tempi: entro 20-30 giorni dovrebbe esserci la pubblicazione in gazzetta ufficiale. Poi si apre un periodo di circa 24 mesi per il recepimento in Italia. Si tratta comunque di una direttiva quadro che in alcuni punti chiede ai singoli Stati di dettagliare la norma nell’alveo del principio di sussidiarietà. Quanto all’imatto sull’economia. Qui ci sono diversi studi che girano: lo studio della Ellen MacArthur Foundation, l’impact assestment della Commissione e il dossier del Parlamento. Sono studi molto simili che danno range diversi. Se dovessi guardare nel mezzo direi che sono previsti fino a 500mila posti di lavoro in più (la Commissione ne prevede un milione).

A che tipo di professionalità si riferisce?
Sono posti di lavoro specializzati. Economia circolare significa investire in innovazione e tecnologie. Sono professioni titpicamente della nuova economia. Sulla crescita del Pil ci sono dati, in particolare quelli del Parlamento, che addirittura dicono che si possa arriva al 7% in più entro il 2035. A me questo dato sembra ottimistico, ma il 5% credo sia un target raggiungibile.

Quanto all’impatto sull’ambiente, che tipo di stime avete?
Qui i misuratori sono: la diminuzione del consumo delle materie prime e la riduzione di emissioni di Co2. E anche qui ci sono calcolo diversi. La media della riduzioni è di 617 miloni di tonnellate di Co2 equivalente.

Quali sono stati i sogetti della società civile che più sono stati coinvolti nel provesso legislativo: associazioni ecologiste o aziende?
La Commissione ha tenuto una conferenza degli stakeholder a cui hanno partecipato tantissime associazioni ambientalista, ma anche rappresentati dell’industria. Io personalmente ho cercato di ascoltare un po’ tutti i portatori di interesse, quindi mi sono rapportata anche io con associazioni, ma anche con realtà industriali che già oggi mettono l’economia circolare al centro del loro agire, penso al comparto della chimica verde, e al contrario con aziende tradizionali che volevano provare a capire come attivare filiere circolari.

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