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Impact investing

L'impact finance modelli la propria offerta sulle esigenze del Terzo Settore

23 Aprile Apr 2018 1408 23 aprile 2018
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Sulla scorta dei numeri recentemente presentati dal centro di ricerca Tiresia del Politecnico di Milano secondo il direttore di Human Foundation, Federico Mento, «le startup hanno un’esistenza frenetica mentre le organizzazioni del Terzo Settore, al contrario, sono più “lente” e longeve. Per questo gli investitori ad impatto dovrebbe disegnare strumenti finanziari in sintonia con il bioritmo delle realtà sociali»

L’interessante rapporto di Tiresia sul livello di maturazione degli investimenti sociali mette in evidenza alcuni trends, sui quali è opportuno riflettere. In primo luogo, l’asimmetria, o meglio in disallineamento tra l’offerta di capitali e la domanda dimostra quanto ancora sia necessario lavorare nel trasferimento di capacità alle organizzazioni ad impatto sociale.

La chiave, come del resto evidenziato dal rapporto, è lavorare sull’investment readiness delle organizzazioni, attrezzando l’ecosistema di strutture di intermediazione e sviluppando filiere di servizi non finanziari.

Se il Social Impact Outlook 2018 “conferma” l’impressione a livello quasi fenomenologico sulle cause del ritardo dello sviluppo dell’impact investing, da qualche tempo ho maturato l’idea che anche dal lato dell’offerta vi siano dei bulloni da stringere.

In un recente seminario promosso da IFEL, nel corso del quale si dibatteva delle politiche locali a sostegno dell’innovazione sociale, è emerso un elemento comune relativo alla difficoltà di ingaggiare le organizzazioni del Terzo Settore, rispetto al mondo degli “innovatori”. Questi ultimi sono investiti, o piuttosto si attribuiscono, spesso inconsapevolmente, il ruolo di broker sociali.

Nella società pulviscolare, le istanze sociali, una volta intermediate dai dispositivi novecenteschi assumono forme caleidoscopiche, talmente mutevoli da scivolare sulle categorie interpretative

Nella società pulviscolare, le istanze sociali, una volta intermediate dai dispositivi novecenteschi (partiti, sindacati, associazioni di categoria ecc.), assumono forme caleidoscopiche, talmente mutevoli da scivolare sulle categorie interpretative. Non ci sono più “ismi” in grado di offrire una cornice credibile che sappia afferrare e restituire la complessità contemporanea, eppure gli innovatori, proprio perché sono nei territori come comunità di pratiche, riescono a cogliere alcuni frammenti dei tanti ritagli sociali, disegnando soluzioni alle crescenti disuguaglianze di questa epoca.

Qualche decennio indietro, non è stato forse questa nuova intermediazione dei bisogni ad essere la spinta originaria del Terzo Settore? Non sono state le nuove pratiche di mutualismo a determinare poi negli anni ’90 l’effervescenza del mondo della cooperazione sociale? Il Terzo Settore perde la sua capacità di essere broker dei bisogni e dei territori nel momento in cui prevale la logica asfissiante dell’esternalizzazione del servizio da parte della PA, ho scritto qualche settimana fa sui tre paradossi della relazione tra Terzo Settore e Pubblica Amministrazione. L’istituzionalizzazione del Terzo Settore è oggi la sua più grande debolezza rispetto all’innovazione. Per questa ragione, le organizzazioni non “leggono” le opportunità dell’impact investing.

L’istituzionalizzazione del Terzo Settore è oggi la sua più grande debolezza rispetto all’innovazione

E qui, la risposta, a mio avviso, dovrebbe appoggiarsi sull’offerta di capitali. Una parte dell’immaginario degli investimenti ad impatto proviene dall’esperienza dello startupping, pertanto i canali finanziari sono stati impacchettati “ad immagine” del mondo venture: pre-seed, seed, early stage... Eppure, parliamo di soggetti che hanno cicli di vita completamente differenti, se le startup hanno un’esistenza frenetica, figlia degli spiriti animali del capitalismo, simile a quei lepidotteri che si consumano nel volgere di poche ore; le organizzazioni del Terzo Settore, al contrario, potrebbero essere accostate alle testuggini delle Galapagos.

Le prime affascinanti, leggiadre, eppure tremendamente effimere, le seconde, goffe, lente, ma altrettanto longeve da attraversare lo scorrere dei secoli. Le startup alla ricerca di capitali per scalare, le organizzazioni del Terzo settore impegnate nel creare e nell’accumulare capitale sociale.

Credo che gli investitori ad impatto dovrebbe fare uno sforzo importante nel disegnare strumenti finanziari che sappiano “farsi leggere” e decodificare dalle organizzazioni del Terzo Settore e in sintonia con il loro bioritmo

Se davvero questi “animali” sono così differenti, non sarebbe opportuno codificare offerte differenti di capitali? Da questo punto di vista, credo che gli investitori ad impatto dovrebbe fare uno sforzo importante nel disegnare strumenti finanziari che sappiano “farsi leggere” e decodificare dalle organizzazioni del Terzo Settore, e soprattutto siano in sintonia con il loro bioritmo.

Tempi lunghi, meccanismi flessibili, miscelando con sapienza gli strumenti più adatti al ciclo di vita dell’organizzazione. Immagino già un’obiezione rispetto ai costi di un simile modello di gestione dell’investimento; la risposta, altrettanto chiara, è che se vogliamo davvero contribuire all’innovazione e generare, in forma sostenibile e duratura, impatto sociale per le comunità, forse il numerino in basso a destra dell’investimento non è poi così importante.

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