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Welfare

La rabbia dei cittadini si scarica sugli assistenti sociali: l'88% ha subito una violenza

27 Aprile Apr 2018 1147 27 aprile 2018
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Una donna ha lanciato benzina contro un assistente sociale in Puglia, una di Genova è stata aggredita con un machete... Una ricerca afferma che solo il 12% degli assistenti sociali non ha mai ricevuto minacce o subito violenze. Sui Servizi sociali si scarica la sfiducia e la rabbia dei cittadini nei confronti delle istituzioni

«Come presidente, mi trovo quotidianamente a chiamare colleghi che hanno subito aggressioni. Subire tutto ciò non è normale e non si può pensare che l’assistente sociale debba mettere in conto cose del genere per il fatto di lavorare con persone che vivono situazioni difficili. Questi episodi mostrano come molti colleghi si trovino a lavorare in condizioni difficoltose, senza i necessari strumenti e le necessarie tutele, lasciati soli a fronteggiare la dirompente complessità delle persone che si rivolgono ai servizi sociali, ali limite dell’eroismo»: così Gianmario Gazzi, presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali alla vigilia del 1° Maggio porta l’attenzione sulle condizioni di lavoro degli assistenti sociali, sempre più frequentemente vittime di aggressioni, minacce, stalking.

L’ultimo caso è successo pochi giorni fa ad Andria, in Puglia: una donna seguita dai servizi ha colpito con un lancio di benzina Giuseppe De Robertis, assistente sociale al servizio tutela minori, in passato presidente dell’Ordine regionale e attualmente Consigliere nazionale dell’Ordine. Il pronto intervento della Polizia locale ha impedito che la donna usasse l’accendino che teneva in borsa, evitando così una tragedia. Ma anche una assistente sociale di Genova è stata aggredita con un machete, una di Prato è stata picchiata dalla madre di un minore che la riteneva responsabile dell’allontanamento della figlia e una di Pavia è finita all’ospedale per i pugni e calci ricevuti da un uomo sfrattato.

Il Consiglio Nazionale degli Assistenti Sociali e la Fondazione Nazionale Assistenti Sociali nel 2017 ha promosso una ricerca sul tema sicurezza e aggressioni, raccogliendo le esperienze di quasi 20mila assistenti sociali sugli oltre 42mila iscritti. Nel corso della propria esperienza professionale, solo l’11,8% degli assistenti sociali non ha mai ricevuto minacce, intimidazioni o aggressioni verbali, poco più di uno su dieci. Il 15,4% degli assistenti sociali ha subito una qualche forma di aggressione fisica, l’88,2% è stato oggetto di violenza verbale, il 61% ha assistito ad episodi di violenza verbale contro i colleghi. Ed ancora: l’11,2% ha subito danni a beni o proprietà addebitabili all’esercizio della professione e il 35,8% ha temuto per la propria incolumità o quella di un familiare a causa del lavoro. Nel solo terzo trimestre del 2017, oltre mille assistenti sociali tra coloro che hanno risposto alla ricerca hanno subito forme di violenza fisiche che hanno richiesto un intervento medico importante. Un quarto del campione (25,4%) pensa che la violenza fisica contro gli assistenti sociali sia aumentata negli ultimi cinque anni, il 61% degli intervistati ritiene che sia aumentata la violenza verbale, il 47,1% che siano in crescita gli episodi che comportano danni o minacce di danni a beni e proprietà. I settori più a rischio? I servizi a tutela dei minori e i servizi a sostegno di adulti in difficoltà, non quelli del penale né a sostegno della popolazione immigrata.

Il dato dell’88% di assistenti sociali che hanno subito violenza verbale non va sottovalutato, perché è il primo livello di aggressione, bisognerebbe intervenire subito come operatori azioni per evitare l’escalation della violenza: invece il 49% degli assistenti sociali dichiara che a seguito di episodi di violenza verbale l’ente di appartenenza non ha preso alcuna iniziativa concreta per aiutarli e sostenerli. Tanto che solo una parte delle aggressioni fisiche subite vengono segnalate alle autorità di pubblica sicurezza o al proprio ente (il 10,6% e il 23,3% dei casi), presumibilmente in ragione di una sfiducia diffusa tra i professionisti.

Tutto ciò, spiega Gazzi, «è diretta conseguenza dello stato di crescente sofferenza in cui si trova oggi il sistema dei Servizi sociali: su questi servizi, infatti, si scarica la sfiducia e la rabbia dei cittadini nei confronti delle istituzioni. Una certa responsabilità va ascritta anche ad una narrazione della professione di assistente sociale e degli interventi che competono a questa figura, frutto di semplificazione e superficialità se non addirittura di disprezzo, con il risultato di minare alla radice il rapporto di fiducia dei cittadini».

Che cosa ci dicono quindi i fatti di cronaca? La necessità di attivare nuovi sistemi organizzativi, finalizzati ad aumentare il livello di sicurezza nei luoghi di lavoro, da ripensare: conta dove si trova l’ufficio, se l’assistente sociale è da solo, se ci sono vie di fuga. Ma anche strategie metodologiche per gestire meglio le criticità, investendo nella formazione continua degli stessi assistenti sociali per gestire al meglio le eventuali emergenze, per cogliere i segnali e mettere in atto azioni che servano a prevenire, con un rafforzamento delle competenze nella relazione. Infine, ci deve essere l’attenzione del sistema dei servizi a ricondurre le risposte alle aspettative e le responsabilità ad una persona/figura professionale, perché c’è una corresponsabilità condivisa tra gli attori del territorio.

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