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Fundraising, come fare centro

2 Maggio Mag 2018 1738 02 maggio 2018

Come convincere i donatori che proprio la nostra è la causa giusta su cui investire? Le risposte in un numero di VITA di maggio dedicato a una professione che sta cambiando pelle spinta dal boom delle nuove tecnologie e dalle misure introdotte dalla riforma del Terzo settore. L'inchiesta e le ricette vincenti

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Staff Ass Festival Fundraising
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Come convincere i donatori che proprio la nostra è la causa giusta su cui investire? Le risposte in un numero di VITA di maggio dedicato a una professione che sta cambiando pelle spinta dal boom delle nuove tecnologie e dalle misure introdotte dalla riforma del Terzo settore. L'inchiesta e le ricette vincenti

Non ci sono più i fundraiser di una volta. La professione del “raccoglitore di fondi per buone cause” sta cambiando pelle. E lo sta facendo col piede schiacciato sull’acceleratore. Risultato? Oggi si parla di 5.570 professionisti attivi sul mercato italiano (pari al numero di fundraiser con un profilo Linkedin), ma domani potrebbero essere non solo molti di più, ma anche molto diversi. Del resto sono i numeri a dire che c’è una prateria da conquistare. Se è vero infatti che oggi solo il 20% dei 336mila enti di Terzo settore ha attivato un ufficio ad hoc per la raccolta fondi, questo significa che solo nel perimetro delle non profit ci sono circa 270mila realtà che potenzialmente potrebbero esporre il cartello “cercansi fundraiser”. Ma a bordo stanno salendo o a breve saliranno anche le pubbliche amministrazioni e le imprese sociali di natura diversa da quella “non profit”. All'evoluzione di questa figura profesisonale è fra l'altro dedicata l'edizione 2018 del Festival del Fundraising (nella foto i componenti dello staff) a cui il numero di Vita magazine di maggio dedica un approfondimento specifico.

Value oriented
Il dado è tratto. Con l’articolo 7 del nuovo Codice del Terzo settore contenuto nella Riforma del comparto «per la prima volta il fundraising viene citato in una legge ottenendo un pieno riconoscimento formale quale attività necessaria, e non residuale, delle organizzazioni del Terzo settore», sottolinea Nicola Bedogni, presidente di Assif, (l’Associazione italiana fundraiser: 350 soci, 11 gruppi regionali con un aggregato di 5 milioni di euro raccolti in donazioni) e senior fundraiser presso la Fondazione Isabella Seràgnoli. «La nuova norma segna una cesura fra il fundrasing inteso come una semplice funzione operativa e il fundraising che diventa funzione strategica a tutti gli effetti», aggiunge Bedogni. Un tasto su cui batte anche Paolo Venturi, direttore di Aiccon e di The Fundraising School che recentemente ha diffuso un’indagine sui suoi ex studenti che ha confermato un sentiment complessivamente positivo sulla Riforma del Terzo settore: una persona su due ritiene che la legge avrà un impatto decisivo sulla professione in quanto riconosce il fundraising quale attività necessaria, e non residuale, per le organizzazioni non profit (37%) e perché introduce nuovi strumenti per l’attività di raccolta fondi (15%). Solo il 3% ritiene che avrà un impatto negativo, poiché complica e pone limiti all’attività di raccolta fondi. «Il salto di paradigma è notevole», ragiona Venturi, «e rivoluzionerà il modo di lavorare: il ruolo del fundraiser non sarà più esclusivamente quello di creare, nelle vesti di broker/intermediario un nesso fra donatore e beneficiario. Il campo si allarga perché l’obiettivo strategico diventa la generazione di benefici per l’intera comunità di riferimento e non solo per la singola organizzazione committente». «In altre parole», prosegue Venturi, «si passa da una prospettiva di accountability, rendiconto quello che ho fatto con le risorse che mi hai messo a disposizione a una prospettiva ad impatto, ti dimostro quanto, grazie alle risorse che mi hai messo a disposizione, sono riuscito a migliorare la vita di chi mi sta attorno: quanto valore sono riuscito a riversare nel territorio». L’allargamento del perimetro d’azione si traduce però anche nella necessità di dotarsi di nuove competenze. Ancora Venturi: «L’attività di raccolta dei Grant andrà sempre più combinata con la gestione di altri strumenti come la finanza ad impatto, l’equity e gli asset immobiliari. Basta questo per comprendere come le conoscenze tecniche di gestione dei dati e quelle di marketing da sole non bastano più».

L'indice del book di maggio

I promotori del dono
Luciano Zanin, predecessore di Bedogni alla guida di Assif, direttore scientifico di Confinionline e ideatore del consorzio Contigua la vede così: «Fino a qualche anno fa i fundraiser si dividevano per settori: ong, ambiente, cultura, welfare e così via. Oggi invece la polarizzazione è fra chi lavora dentro le grandi organizzazioni con staff di raccolte fondi da oltre dieci persone e chi opera o collabora nelle medio/piccole: per i primi contano ancora moltissimo le competenze tecniche e tecnologiche come il data-analyst, il mailing, l’uso dei social-network, il peopleraising, le tecniche di marketing; per l’attività dei secondi invece i pilastri sono l’empatia, la resilienza e la tenuta relazionale». Zanin fa un passo avanti e prova a tracciare la rotta verso le nuove frontiere della raccolta fondi. In particolare vede due approdi. Il primo è quello…per continuare a leggere clicca qui


In foto: lo staff del Festival del fundraising (da sinistra: Elisa Castellucci, Cristina Nanti, Claudia Branchetti, Alessandra Segreto, Emanuele Bruscoli, Carlotta Petti e Selene Nicodemo). La tre giorni dell’XI edizione del Festival si aprirà mercoledì 16 maggio

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