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Povertà

Confindustria promuove il Rei: servono più risorse, ma diamogli tempo

4 Maggio Mag 2018 1002 04 maggio 2018
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«Affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione. È più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio»: così il Centro Studi di Confindustria

«Affrettarsi a sostituire uno strumento appena partito significherebbe creare incertezza e allungare i tempi di implementazione. È più opportuno darsi il tempo per condurre una seria valutazione, specie delle modalità di attivazione al lavoro, e nel frattempo indirizzare le risorse per aumentare platea e beneficio»: è questo l’auspicio del Centro Studi di Confindustria che con il documento “REI e reddito di cittadinanza a confronto” firmato da Giovanna Labartino, Francesca Mazzolari e Michelangelo Quaglia si inserisce nel dibattito politico sulla povertà. Dibattito che è stato al centro dell’attenzione nei primissimi giorni dopo il voto del 4 marzo, per tornare poi sotto silenzio. Una valutazione molto simile alla preoccupazione che Cristiano Gori, ideatore dell’Alleanza contro la povertà di cui è anche il coordinatore scientifico, aveva espresso subito dopo il voto: non cedere alla tentazione di riformare la riforma. «Questa è una riforma strutturale ambiziosa e quindi complicatissima nella sua attuazione e chi è nei territori ha bisogno di stabilità. Perciò bisogna riconoscere che l’attuazione è cruciale. Ripeto, è doveroso monitorare, ma la tentazione della riforma della riforma per marcare la propria presenza sarebbe deleteria. Questo è il vero rischio che vedo. Certamente il ReI sarà da migliorare, lo dico avendo contribuito al suo disegno, ma bisogna mettere la povertà assoluta al riparo dallo scontro politico», aveva detto.

In Italia, ricorda lo studio di Confindustria, ci sono 1,6 milioni di famiglie in povertà assoluta per un totale di quasi 5 milioni di individui. Il Reddito di Inclusione (Rei), partito a gennaio 2018 e da luglio 2018 con novità significative, è stato pensato per raggiungere le famiglie in povertà assoluta, attraverso soglie di accesso sia reddituali sia patrimoniali. La prima critica di Confindustria al Rei è nota: «il Rei è partito con scarsi finanziamenti (2,1 miliardi di euro nel 2018) e si stima che potrà coprire solo la metà della platea». Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S «stando alla proposta descritta nel DDL 1148 del 2013» coprirebbe una platea ben più ampia, di 2,8 milioni di famiglie e garantirebbe un beneficio molto più elevato: fino a 780 mensili per un single, rispetto ai 188 del Rei. Quanto costerebbe questa misura? «Molto» per Confidustria: 17 miliardi prospettati dal M5S («già elevati») o forse addirittura «30 miliardi di euro o più secondo varie stime». Uno strumento che per Confindustria presenta il rischio di «comportare uno spreco ingente di risorse pubbliche, poiché verrebbe concesso anche a individui che poveri non sono. È inoltre alto il rischio che disincentivi il lavoro, dato l’elevato importo del beneficio e l’assenza di un meccanismo di cumulo con il reddito da lavoro. Per incentivare la partecipazione, inoltre, prevede solo l’obbligo di iscrizione ai Centri per l’Impiego, strutture che necessitano di una profonda e costosa riforma per poter garantire risultati apprezzabili nel facilitare l’avviamento al lavoro». Un riforma peraltro prevista dal M5S.

Nel dettaglio, lo studio di Confindustria definisce l’approccio universalistico del reddito di cittadinanza come «non economicamente sostenibile». Quindi, «assodato che l’universalismo non è un’alternativa percorribile per l’Italia, quale criterio di selettività può meglio indirizzare le risorse disponibili a vantaggio dei bisognosi?». Per l’Italia la via è – sempre secondo Confidustria – quella di «uno strumento universale, cioè basato su regole uguali per tutti, i cui i beneficiari siano però individuati con una prova dei mezzi». Così come è il Rei, «la cui concessione è subordinata a una prova dei mezzi altamente selettiva». Il finanziamento esiguo (1,7 miliardi nel 2018, aumentati a 2,1 miliardi dagli stanziamenti dell’ultima Legge di bilancio) rispetto al bisogno di copertura dei quasi 5 milioni di poveri stimati nel 2016 si è tradotto nel fissare un beneficio molto basso e nel restringerne l’accesso almeno fino a metà anno solo ad alcune categorie di famiglie. Da luglio 2018 appunto le cose cambieranno.

Una via percorribile, secondo Confindustria, è la revisione delle prestazioni sociali: pensioni sociali, integrazioni al minimo e varie prestazioni di indennità civile (quali l’assegno di assistenza, l’indennità di frequenza minori, le pensioni di inabilità) «se fossero riunificati all’interno del REI, prevedendo eventualmente maggiorazioni per tutte o alcune delle tipologie di beneficiari che oggi godono di prestazioni più generose, si ridurrebbero i costi di gestione e al tempo stesso si migliorerebbe il targeting alle famiglie indigenti». Per una prova dei mezzi «veramente selettiva» Confindustria propone di partire dall’indice ISEE vigente che considera anche il 20% del patrimonio mobiliare e immobiliare ma con tre ulteriori elementi da inserire per evitare iniquità: la correzione del reddito rispetto al costo dei servizi abitativi, l’inclusione di soglie patrimoniali, una definizione del nucleo familiare che allarghi i contorni dello stato di famiglia (per evitare comportamenti opportunistici di famiglie proprietarie di più immobili che creino diversi stati di famiglia).

Il monitoraggio è fondamentale. L’efficacia di un reddito minimo va prima di tutto valutata in relazione al suo obiettivo principale, ovvero ridurre la povertà. Per condure una rigorosa attività di monitoraggio e valutazione di uno strumento di contrasto alla povertà in Italia, servono tre cose: un database longitudinale sulle famiglie in difficoltà economica, indagini campionarie che seguano i beneficiari a distanza di tempo dall’accesso e osservino sullo stesso orizzonte anche individui in fasce di reddito immediatamente superiori alle soglie di accesso; esperimenti randomizzati su strumenti alternativi di formazione e collocamento, per stabilirne la relativa efficacia in termini di inserimento lavorativo.

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