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Idee

All'innovazione sociale servono regole comuni

5 Maggio Mag 2018 1100 05 maggio 2018
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Si è tenuta ieri a Milano l'Esela (The European Social Enterprise Law Association) Annual Conference 2018. «Un convegno che ha posto il seme di un approccio innovativo e globale al sistema degli investimenti ad impatto basato sull'ibridazione», spiega Roberto Randazzo board member già vice presidente dell'associazione

La ricetta è semplice: il network European Social Enterprise Law Association – Esela e la loro conferenza annuale cui aggiungere una location come il Politecnico di Milano e un partner come Tiresia, il gruppo di ricerca della School of Management del Politecnico. Il risultato? Lo abbiamo chiesto all'organizatore, board member e già vice presidente di Esela, Roberto Randazzo.


Roberto Randazzo

Cosa ci facevano ieri 200 avvocati ed esperti legali al Politecnico di Milano?
È l'effetto che può fare l'ibridazione. Ma è anche, secondo me, il modo giusto per approcciare la social innovation. Ha bisogno di essere affrontata in maniera ibrida perché ha bisogno di competenze che afferiscono a mondi diversi. I legali la stanno valutando in termini di policy, di advocacy, assistenza di governi, assistenza ai clienti e assistenza agli enti locali. Però i temi che stanno alla base della social innovation, che in questa Università insegna Mario Calderini anima del think tank Tiresia, sono profondamente legati ad un approccio economico, tecnologico e sociale. Tutto questo deve essere necessariamente mischiato. Secondo me è questo il modo giusto per procedere oggi. L'ibridazione deve essere il driver di questo tema.

La platea però era nella sua totalità di esperti legali. Dove sta in questo l'ibridazione?
Va considerato che noi legali non parliamo tutti la stessa lingua. Siamo avvocati che vengono dal Nord America, Sud Amercia ed Europa. Tutte giurisdizioni diverse. Il mio collega francese la pensa diversamente da me. L'americano ha un approccio all'impresa sociale, definita come entità che svolge social business, che arriva dal mercato come definizione. Per noi europei continentali arriva da definizioni di legge che si muovono dal Terzo settore. Tant'è vero che la nostra riforma racconta l'impresa sociale come un'evoluzione che viene dal Terzo settore. Gli anglosassoni la raccontano come un avvicinamento di chi fa mercato ad una lettura legata al beneficio e alle BCorp

Queste differenze sono una lacuna, una criticità da risolvere?
Oggi non esiste un luogo comune, condiviso da tutti, con le stesse regole dove sviluppare innovazione sociale. Non esiste perché quando applichi le regole del diritto all'impresa sociale, a seconda del Paese, parli di cose diverse. Però credo che ci sia oggi una tensione verso un mercato globale in questo senso. Quindi è sicuramente una criticità ma che ha buone chance si essere risolta. Il salto necessario è stabilire che non è interessante se un certo risultato lo persegue una Fondazione o una società di capitali. È interessante che perseguano un obbiettivo di investimento che abbia a cuore alcuni SDGs (Sustainable Development Goals). Arrivare a sostituire le figure giuridiche con la misurazione d'impatto.

Quindi non si immagina una normativa globale...
Non solo non lo immaginiamo ma la speranza è che questo scenario non si avveri mai...

Però c'è bisogno di slegare, proprio da un punto di vista strettamente normativo, dei nodi che oggi imbrigliano alcune possibilità...
Sì, questo è il cuore del discorso. Da qui in avanti bisogna fare in modo che nel quarto settore siano gli obbiettivi a comandare e non le forme giuridiche. Il quarto settore riassume forme giuridiche diversissime tra loro come le profit with purpose, le social enterprise o le community intercompany. Tutte però hanno in comune il perseguire un obiettivo sociale.

Non c'è il rischio di mettere in competizione mondo business e mondo sociale?
Se al centro mettiamo gli obiettivi non c'è competizione con chi vuole fare impresa sociale in senso tradizionale. Ce lo hanno insegnato le BCorp americane. Chi arriva dal mercato impone delle costrizione a chi fa mercato, che possono essere di governance, obbiettivo o di reinvestimento degli utili. Per il mondo sociale al contrario è un'apertura, consentendo per esempio alle imprese sociali di distribuire dividendi.

Questa Esela Conference è dunque un primo passo. Quali saranno quelli del futuro?
Oggi abbiamo posto il seme di un approccio innovativo e globale al sistema degli investimenti ad impatto. Già il prossimo passo sarà a giungo quando alla New York University ci incontreremo per la conferenza annuale dei nostri colleghi di Impact Investing Law Working Group. Ci ospitano da tre anni per raccontare l'esperienza europea e sarà un passaggio ulteriore per creare una global community di legali che approcciano il tema in questo modo. E questo è il principale obbiettivo del futuro: creare una comunità legal che ha questo tipo di visione.

E la comunità legal basta per apportare questo cambiamento?
No, a fianco a chi ragiona sul profilo normativo, sulle prospettive legali o sui vincoli di corporate governance si affianca chi si occupa di metriche, misurazione, policy e advocacy. Come dicevo l'ibridazione è la strada. Ecosistemi completamente diversi cercano un minimo comune denominatore per parlare la stessa lingua.

Quanto tempo richiede una trasformazione come questa?
La velocità dipende da quanto chi governa le regole degli investimenti ci metterà a determinare il perimetro all'interno del quale muoversi. La FAO che sta lavorando alla definizione degli SDGs come driver per gli investimenti a impatto sta facendo un lavoro tanto importante quanto quello che stiamo facendo noi. Perché fare in modo che chi vuole investire nei settori dell'agricoltura, del food security o della food value chain adortti delle metriche di misurazione del risultato d'impatto compatibili con gli SDGs. Quindi paradossalmente gli SDGs diventano la definizione del perimetro.

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