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“In viaggio per guarire” arriva a Roma

24 Maggio Mag 2018 1016 24 maggio 2018
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Nell’Aula magna dell’Università La Sapienza, martedì 29 maggio l’ultima tappa del progetto che ha visto gli studenti della scuola in corsia degli Spedali Civili di Brescia incontrare i propri coetanei e raccontare la loro esperienza di malattia. L'iniziativa è un'idea della professoressa Annamaria Berenzi, prima vincitrice dell’Italian Teacher Prize

“Noi…arriveremo a Roma” erano più o meno queste le parole di una vecchia canzone di Venditti. E a Roma martedì 29 maggio giunge la tappa finale del progetto “In viaggio per guarire”, ideato dalla professoressa Annamaria Berenzi e patrocinato dall’Ail - Associazione Italiana contro le Leucemie, i Linfomi e il Mieloma. L’appuntamento nella Capitale è l’ultima di 12 tappe di un viaggio lungo l’Italia compiuto da un gruppo di giovani, unito dall’aver vissuto un’esperienza di malattia onco-ematologica, durante il quale i ragazzi hanno raccontato il vissuto della malattia onco-ematologica ai loro coetanei.

Nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma (piazzale Aldo Moro 5) - dalle ore 10 - interverranno Annamaria Berenzi, Insegnante della sezione ospedaliera I.I.S. Castelli presso gli Spedali Civili di Brescia; Simonetta Tebaldini dirigente scolastico I.I.S. Castelli di Brescia; Speranzina Ferraro, che ha lavorato al Miur per molti anni e ha sostenuto con entusiasmo il progetto delle scuole in ospedale; Marco Vignetti, ematologo Università Sapienza e vice presidente nazionale Ail e Giuseppe Navoni, presidente sezione Ail Brescia.

Il logo dell'iniziativa

“In viaggio per guarire” è nato da un’idea della professoressa Annamaria Berenzi, un’insegnante di matematica che si è rimessa in gioco e ha accettato la cattedra alla scuola in corsia degli Spedali Civili di Brescia. Oggi insegna ai giovani pazienti onco-ematologici, una scelta coraggiosa che l’ha portata ad essere scelta dal Miur come l’insegnante più meritevole del Paese. Annamaria Berenzi ha vinto la prima edizione dell'Italian Teacher Prize e con i fondi ricevuti grazie al premio ha dato vita a questo progetto.
“In viaggio per guarire”
viaggia su un doppio binario. Da una parte ci sono gli ex alunni della scuola in ospedale, coinvolti come relatori, che hanno avuto direttamente l’esperienza della malattia. Normalmente i giovani pazienti affrontano il loro percorso da singoli, hanno il loro calendario di visite e terapie e raramente incontrano altri ragazzi, se non nella sala d’attesa. “In viaggio per guarire” dà loro la possibilità di fare gruppo, di confrontarsi non solo tra coetanei ma anche tra ex-malati e in questi casi nascono una solidarietà e un’empatia immediate, che esplodono dopo pochi minuti, come una scintilla.

Nel corso degli incontri i ragazzi spiegano cosa si prova a pensare che la vita non è più una certezza e parlano di una scuola diversa, incontrata in ospedale e a casa, che ha permesso loro di mantenere quell'importante legame con la vita di prima nonostante la malattia. “In viaggio per guarire” è prima di tutto un “laboratorio di empatia”, un modo per promuovere la cultura della solidarietà e dell’inclusione e sensibilizzare al tema della donazione di sangue e di midollo.

Dall’altra parte c’è l’uditorio, il pubblico. Lo scopo è trasmettere agli studenti la capacità che gli ex pazienti hanno acquisito, a caro prezzo, di apprezzare le piccole cose della vita, il quotidiano, tutti quei gesti e quelle gioie che molti ormai danno per scontati. Perché “In viaggio per guarire” non è solo il racconto di una malattia, è un modo per riflettere sulle priorità, uno spunto per aiutare ad affrontare la vita in maniera più positiva. Ma c’è anche un altro risultato che si vuole ottenere: sensibilizzare alla donazione del sangue e di midollo, gesti importantissimi per aiutare chi è affetto da un tumore.

«Mi piacerebbe molto che in futuro, nelle diverse realtà ospedaliere d’Italia, venisse dato il giusto spazio alla comunicazione diretta tra giovani, perché i benefici sono moltissimi e i costi sarebbero pari a zero» osserva Annamaria Berenzi. «Il nostro progetto infatti prevede uno spostamento anche fisico, il viaggio dei ragazzi verso nuove realtà basato sull’esigenza di raccontare un vissuto, di lanciare un messaggio importante. Basterebbe mettere a disposizione anche solo una stanza all’interno delle strutture perché questo processo possa realizzarsi naturalmente e a costo zero. Diamo spazio a questi ragazzi, diamogli modo di confrontarsi con i loro coetanei perché la loro guarigione passa anche da questa possibilità di aggregazione».

L’Ail ha abbracciato l’iniziativa e spera di adottarla, con lo scopo di far crescere ulteriormente il progetto e permettere ad altri ragazzi di intraprendere questo viaggio all’insegna della crescita, della solidarietà e del confronto.

In apertura photo by Jesse Bowser on Unsplash

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