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Sapelli: «Vi racconto il mondo gialloverde visto da vicino»

4 Giugno Giu 2018 0939 04 giugno 2018
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«La novità di questi anni in Italia è il risorgere di un notabilato oligarchico che usa tecnologia delle reti e mass media per ricercare il consenso elettorale delle masse». L’analisi dello storico e accademico dell’Università Statale di Milano

Giulio Sapelli

Come circolino le classi politiche dovremmo saperlo già dai grandi scienziati del potere. Pareto in primis e poi via via, o su su, passando per Ostrogorski e per Michels sino a giungere a Lowi e a Calise. Circolano per cooptazione di originarie élites oligarchiche, certamente, e quindi per selezione. Sono i criteri della selezione che cambiano (si veda, una volta per tutte, M. Calise e T.J. Lowi, "Hyperpolitics. An Interactive Dictionary of Political Science Concepts", Chicago, Chicago University Press, 2010).

Sappiamo che, secondo l'indimenticato Duverger, oltre a questa origine, i partiti storicamente determinati sono, di norma, di origine parlamentare oppure di origine civica. L'organizzazione dei partiti, inoltre, ricalca il continuum che va da forme organizzative coese e gerarchizzate (corporation, secondo le definizioni di Calise e di Lowi) a forme più snelle, costituite da reti di attori individuali (individual).

La novità di questi anni, in Italia, è stato il risorgere dei partiti dei notabili, notabili non di censo, ma posizionali, come i poteri situazionali di fatto, che usano la tecnologia delle reti e dei mass media per creare, appunto, un nuovo notabilato misto, ossia personalizzato e, insieme, di piccoli gruppi, che ricercano il consenso elettorale di massa.

Avevo già presagito tale trasformazione, che ora si dipana nitida dinnanzi ai miei occhi, nel mio lavoro del 1994 sull'Europa del Sud, dove riattualizzavo la teoria di Joaquìn Costa sui partiti caciquisti, ossia di notabili totemici circondati da gruppi di fedeli socialmente embeddedness (à la Granovetter) tra economia e politica e che si riproducono in forme notabilmente ascose, via via che si risale la scala della selezione delle élites. Sino a giungere a una cuspide un tempo notabiliare di censo e oggi di rendita, rendita politica acquisita con la segretezza rituale che trova nei mass-media una versione non esoterica per reclutare seguaci da cooptare nel partito parlamentare. Partito parlamentare, ossia delle coorti che si buttano nell'agone per raccogliere i voti di un elettorato classicamente costruito ancora dalle faglie alla Steve Rokkaa. Si va dalla differenziante classe sociale, dalla povertà che emargina, e via via dicendo sino alla faglia sempre più definitoria dei "pazzi morali" di lombrosiana memoria, oggi imperanti anche nelle sfere governanti, i quali tutto il mondo dividono tra "onesti" e "disonesti", così da dar vita alla riattualizzazione dei Re Taumaturghi di Marc Bloch. Sovrani impersonificati dai magistrati combattenti seguaci della stessa fede dicotomica, tipica, appunto, dei "pazzi morali" lombrosiani.

Ben si vede come non ha più ragione di esistere la vetusta distinzione di Max Weber tra i "partiti di notabili", composti da élite che esercitano il potere tramite la delega neo-ierocratica dei "pazzi morali", dai "partiti di massa", che presentano, invece, dimensioni organizzative molto differenziate e assumono alcuni tratti propri della burocrazia statale, quali la complessità organizzativa, l'uniformità, la gerarchizzazione funzionale.

Quella vetusta distinzione non ha più ragione d'essere se non per distinguere da questo nuovo costrutto sociale — da qualche anno italicamente apparso (che chiamerò 5 Stelle) — un vetusto partito di massa attivo in Italia (che chiamerò Lega) che si distingue, invece, per una base e per una faglia rappresentativa di ciò che rimane (dopo le privatizzazioni senza liberalizzazioni tipiche dell'Italia e dell'Argentina, dopo il 1994 in Italia e in Argentina dopo il 1984) della nostra industria e dei nostri servizi: eroiche piccole e medie imprese artigiane che costituiscono la speranza italiana.

Quello su cui ho molto riflettuto in questi giorni, densi di un'esperienza eccezionale per un intellettuale e uno scienziato sociale in primis, come in tutta modestia credo di potermi definire, è il verificar che il tutto di queste macchine sociali che consentono di prendere corpo alle volizioni delle volpi, dei leoni e degli altri esponenti di spicco della fauna paretiana così ben descritta nel Corso di sociologia generale (forse il libro più bello del mondo e per il mondo) è oggi in modo nuovo rappresentato nella nuova formazione elitaria che ho incontrato più da vicino.

Ma tutto il nuovo ancora si condensa nel sempiterno partito elettorale. Perché? Perché tutti questi costrutti sociali si raccolgono, infine, nella dinamica della lotta politica delle poliarchie democratiche nell'agone elettorale, appunto, che una forma politica funzionale all'agone deve pur sempre averla. Da essa non si sfugge, ierocrazie o tecnologie o cooptazioni esoteriche che pur si disvelino. Esso, il partito elettorale, è ancora, infatti, il partito dominante dei regimi democratici, ancorato pur sempre alle funzioni di rappresentanza: le elezioni parlamentari determinano, infatti, i rapporti di potere tra i partiti e al loro interno. E questo a riprova dell'eternità epistemologica della riflessione di Robert Michels sulla legge ferrea dell'oligarchia.

Ciò che colpisce oggi, soprattutto nel partito (?) o nel movimento (?) che ho definito 5 Stelle, è la riproposizione pari pari — rete o non rete — del partito oligarchico corporato à la Neuman: una struttura organizzativa corporata di origine extra-parlamentare di stampo oligarchico che controlla la mobilitazione di massa basata su divisioni di classe, o su fratture culturali, religiose, tra centro e periferia (come italianamente accade e come accade altresì oggi in moltissimi e diversissimi insediamenti stabili umani europei costretti dalla gabbia d'acciaio dell'ordo-liberismus da pilota automatico disfacente le democrazie parlamentari con una rapidità sempre più accentuata).

Mentre mi trovavo dinnanzi agli esponenti della cuspide negoziante che mi avevano accolto, percepivo un sospetto prima da me non riscontrato negli incontri con i loro adepti nei gironi inferiori nel dantesco andar verso la cuspide. Ero certo accompagnato dai leader del vetusto partito di massa prima evocato, dal nome Lega, assai diverso dai rappresentanti di una mucillagine peristaltico-rappresentativa che tutto unificava dell'elettorato e del notabiliarato tecnologico in senso profondamente diverso da come si concreta il rapporto tra élite e corpo elettorale nella già citata Lega.

Per superare l'ostilità che mi sorprendeva pensavo sempre all'attualità delle riflessioni michelsiane sulla rappresentazione. Sul fatto, insomma, che il grande studioso meditava assorto, studiandolo, sul partito socialdemocratico tedesco, notando sempre la contraddizione fra le dichiarazioni di principio dei capi nei comizi, legate all'aspirazione della partecipazione politica delle masse, e il fenomeno delle affermazioni dell'oligarchia nei confronti degli organi del potere, fosse esso, il potere, economico o politico-istituzionale.

Così tutto ritornava e ritorna al posto suo.


Da IlSussidiario.net