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Società

Credito cooperativo: un pasticcio sulla riforma

25 Giugno Giu 2018 1632 25 giugno 2018
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Molte Bcc non vedono di malocchio l'intenzione del Governo di congelare la riforma, mentre altri istituti la giudicano pericolosa. Nel frattempo prende sempre più quota, in ambiente governativo, l'idea di "riformare la riforma" orientandosi sul modello tedesco. I vantaggi? A controllare gli istituti di credito non sarà la Bce, ma Bankitalia

«Fare presto» incitava Matteo Renzi sui temi della riforma del credito coooperativo. Oggi, però, dopo la legge di riforma del 2015 e la scadenza fissata a maggio 2018 tutto si è fermato. Alla faccia del "fare presto".

Non si è fatto. E, forse, non si farà. La Lega ha presentato una moratoria. Un gesto di discontinuità, osserva Alberto Bagnai (Lega), presidente della Commissione Finanze del Senato.

Come ricorda Claudia Cervini su Milano Finanza di sabato 23 giugno, la “rivoluzione” era partita tre anni e mezzo fa, «ma ancora non si sa dove andrà a parare». Il 20 gennaio 2015 dalla bozza del decreto voluto dal Governo Renzi sulla riforma del sistema bancario venne stralciata la parte sulle BCC. Altri 15 mesi e si arrivò a una legge che rese, osserva Cervini, « la rivoluzione, ol almeno la facesse sembrare, condivisa dalle BCC», vestendola da autoriforma del settore. La legge n. 49 dell’aprile 2016 recepisce pressoché integralmente le richieste della Categoria ed è stata oggetto di generale approvazione in occasione del XV Congresso Nazionale del Credito Cooperativo tenutosi nell’estate 2016.

Fu poi la volta delle Disposizioni di Bankitalia e si arrivò a novembre 2016. Infine si stabilì il limite massimo di 18 mesi (maggio 2018) affinché le BCC si mettessero in linea con la riforma. A un mese dal termine fissato per l’adeguamento, quando i gruppi erano pronti al via… il governo, quasi a dar ragione a Ennio Flaiano («in Italia nulla è stabile, fuorché il provvisorio») ferma tutto. Insomma, un bel groviglio.

Il sistema del credito cooperativo conta oggi 1 milione e trecentomila soci, con oltre 270 Banche locali. Sono banche autonome, legate tra loro da un sistema associativo e di servizi sussidiari, da sistemi bancari ed industriali e dai fondi di garanzia che operano in una logica solidaristica.

La Riforma del 2016, spiegano da Confcooperative, «conferma tutti i connotati delle BCC, Casse Rurali, Raiffeisenkassen: intermediari caratterizzati da finalità mutualistica, localismo, democraticità di funzionamento, esclusione di speculazione privata. (...) Siamo convinti che l’attuazione della Riforma è per il Credito Cooperativo Italiano un passo decisivo verso il futuro. La grande maggioranza delle BCC, Casse Rurali, Raiffeisenkassen è pronta a raccogliere questa sfida al servizio e per lo sviluppo del nostro Paese».

Al contempo, chiedendo un confronto con Governo e Parlamento, Confcooperative, Federcasse, Iccrea Banca, Cassa Centrale Banca, Cassa Centrale Raiffeisen nell’interesse delle BCC, Casse Rurali, Raiffeisenkassen «chiedono che il Governo e il Parlamento confermino la linea salvaguardata e valorizzata dalla Riforma che tutela l’identità mutualistica, il ruolo e la capacità competitiva delle BCC, Casse Rurali e Raiffeisenkassen affinché queste possano continuare ad essere anche per il futuro protagoniste nel concorrere alla costruzione del “bene comune"».

Ciò che resta da capire, al di là delle dichiarazione generiche, è la posizione del M5S e della Lega sulla cosiddetta "autoriforma". La cambieranno? La fermeranno? I dati certi, osserva ancora Cervini, sono due. Primo, si punta a procrastinare al massimo i cambiamenti drastici. Il secondo «è che alla grande maggioranza delle banche questo non dispiace». La ragione può essere che, obblicando le Bcc ad aderire a una capogruppo, perndendo parte della propria autonomia, questa autoriforma non piaccia proprio a tutte le banche.

Ultimo dato. O, meglio, ultima voce: il Governo sembra propenso ad adottare un modello tedesco per il credito cooperativo, il cosiddetto IPS, che prevede l'adesione delle banche a un fondo comune e non a una capogruppo. Il modello Ips permetterebbe alle banche di essere vigilate dalla Banca d'Italia e non dalla Banca Centrale Europea (BCE), che non gode di grandi simpatie nell'attuale compagine governativa.

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