Pantani Piancavallo 2
Governo

Ecco perché bisogna liberare lo sport dall’azzardo

2 Luglio Lug 2018 1522 02 luglio 2018
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Da Pantani ad Armstrong passando alle Olimpiadi fino al calcio. Sono tanti, forse troppi, gli indizi che ci spiegano perché il gioco d’azzardo dovrebbe essere tenuto il più lontano possibile dalle manifestazioni sportive, sia professionistiche che amatoriali

È iniziato luglio. E per chiunque sia tifoso di ciclismo significa che sta per iniziare il Tour de France. E infatti fra cinque giorni la Grande Boucle prenderà il via (il 7 luglio). Ma se si è un tifoso di ciclismo italiano l’attesa del giro di Francia si accompagna sempre anche alla malinconia perché porta alla memoria, ogni anno, Marco Pantani.

La storia del Pirata di Cesenatico è molto lontana dalla narrazione mainstream del campione truffaldino smascherato che non ha retto alla vergogna. Dietro a quella vicenda c’è tanto di più, già noto e ancora da scoprire.

C’è la certezza, ad esempio, grazie alla Procura della Repubblica di Forlì, che Pantani non era dopato, o quanto meno che non era stato trovato positivo. «Un clan camorristico minacciò un medico», scrive il pm Sottani, «per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma». Un controllo antidoping quello effettuato a Madonna di Campiglio che trovò il pirata con un ematocrito al 51,9% contro il 50% consentito dalle norme dell’Uci, la federciclismo mondiale. Da quel momento cominciò la caduta del Pirata conclusa con la sua morte ancora avvolta nel mistero.

Si sa anche che le dichiarazioni di Renato Vallanzasca erano vere. Lo conferma un’intercettazione telefonica di un detenuto vicino alla Camorra e ad ambienti legati alle scommesse clandestine, lo stesso che secondo il Bel René gli confidò in prigione quale sarebbe stato l’esito del Giro d’Italia del ’99, ovvero che Pantani, che fino a quel momento era stato dominatore assoluto, non avrebbe finito la corsa.

Grazie al lavoro della Procura di Forlì e di quella di Napoli, l’uomo è stato identificato e interrogato e subito dopo ha telefonato a un parente. Telefonata che la Procura ha intercettato.

Questo il testo dell’intercettazione.
Uomo: “Mi hanno interrogato sulla morte di Pantani”.
Parente: “Noooo!!! Va buo’, e che c’entri tu?”.
U: “E che c’azzecca. Allora, Vallanzasca ha fatto delle dichiarazioni”.
P: “Noooo”.
U: “All’epoca dei fatti, nel ’99, loro (i Carabinieri, ndr) sono andati a prendere la lista di tutti i napoletani che erano…”.
P: “In galera”.
U: “Insieme a Vallanzasca. E mi hanno trovato pure a me. Io gli davo a mangia’.Nel senso che, non e’ che gli davo da mangiare: io gli preparavo da mangiare tutti i giorni perche’ e’ una persona che merita. E’ da tanti anni in galera, mangiavamo assieme, facevamo societa’ insieme”.
P: “E che c’entrava Vallanzasca con sto Pantani?”.
U: “Vallanzasca poche sere fa ha fatto delle dichiarazioni”.
P: “Una dichiarazione…”.
U: “Dicendo che un camorrista di grosso calibro gli avrebbe detto: ‘Guarda che il Giro d’Italia non lo vince Pantani, non arriva alla fine. Perche’ sbanca tutte ‘e cose perche’ si sono giocati tutti quanti a isso. E quindi praticamente la Camorra ha fatto perdere il Giro a Pantani.Cambiando le provette e facendolo risultare dopato. Questa cosa ci tiene a saperla anche la mamma”.
P: “Ma e’ vera questa cosa?”.
U: “Si’, si’, si’… si’, si'”.

Quello che si capisce ma che non si sa ancora con certezza è che Pantani era finito in qualcosa di estremamente più grande di lui. Un sistema che gestiva e forse gestisce il ciclismo (stando anche al libro di Danilo De Luca “Bestie da vittoria”).

Lo si percepisce in maniera lampante guardando Pantani – Il film, un documentario che ripercorre con grande attenzione tutte le tappe della vicenda dello scalatore romagnolo. Fino all’umiliazione che più di tutte, a detto di chi conosceva bene Pantani, ne ha drammaticamente sancito il crollo psicologico.

È il 13 giugno del 2000. Si corre il Tour. E si sale sul Mount Ventoux, forse la cima più dura di tutta la corsa. In fuga ci sono due uomini. Lance Armstrong che si sta affermando come il più grande campione che il ciclismo abbia visto. E Pantani. Mentre il Pirata, la cui immagine è già stata compromessa, cerca di staccare l’americano, l’altro con disarmante facilità riesce a controllare. Anzi, parlotta con l’italiano dileggiandolo. E arrivando a fargli cenno con la mano come a dire: “dai su prova a starmi dietro”.

Col senno di poi sappiamo chi era e cosa rappresentava Lance Armstrong. Per capire come il texano non fosse un semplice ciclista dopato ci sono due bei documentari e un docufilm. Ognuno affronta da un punto di vista diversa quella che è considerata la più grande truffa sportiva della storia.

The Armstrong Lie per la regia di Alex Gibney è il racconto del ritorno alle corse, dopo i sette Tour vinti, di Armstrong. Il documentario doveva raccontare il ritorno del campione. Ne ha invece documentato la caduta. La cosa più interessante è che permette di vedere quanto Armstrong fosse potente giù dalla bici più che in sella.

Stop At Nothing: The Lance Armstrong Story invece è un lavoro che riassume la vicenda guardandola con gli occhi di quelli che sono stati calpestati da Armstrong. Suoi ex compagni di squadra e altre figure. Ed è proprio un approfondimento sul potere del ciclista americano. Un potere che non gli veniva solo dall’essere il leader e il più vincente ma di incardinare un vero e proprio Sistema dentro al sistema ciclistico. Un potere contro cui non si poteva combattere.

E proprio a questo sistema è dedicato The Program, un docufilm che racconta la vicenda dal punto di vista del giornalista americano David Walsh che è sempre stato molto scettico rispetto alle vittorie e alle performance sovrumane di Lance Armstrong. The Program prende il nome da “il programma” e cioè dal sistema di doping di squadra inventato da Lance Armstrong insieme al medico Michele Ferrari.

Dopo tutto questo verrebbe automatico arrivare alla conclusione, semplice e immediata, che il ciclismo è uno sport marcio. E invece no. Non è così banale. Quello che si comincia a intravedere è che il doping sarebbe solo un modo per gestire gli eventi sportivi e rendere ricattabili tutti i partecipanti. Eventi che sarebbero manovrati per il bene delle scommesse, o meglio, per garantire i flussi finanziari che nell'ambito del betting possono essere gestiti in modo sommerso. E che il fenomeno riguarda tutti gli sport. Non solo la bici.

Questo è quello che emerge da Icarus, un documentario americano disponibile su Netflix. Mentre indaga sui casi di doping nel mondo dello sport, il regista Bryan Fogel entra in contatto con Grigory Rodchenkov, scienziato russo e pilastro del programma di antidoping del suo Paese. Nel corso di decine di chiamate via Skype, Fogel e Rodchenkov approfondiscono la loro conoscenza a dispetto delle accuse scioccanti che hanno posto il luminare al centro del programma di doping di Stato voluto dalla Russia per i suoi atleti alle Olimpiadi, lasciando emergere una verità molto complessa e rivelando giochi di potere inattesi dietro uno dei più grandi scandali sportivi internazionali che l'uomo ricordi.

Dal ciclismo alle Olimpiadi. E per arrivare al calcio il passo è breve. Basta pensare a Calciopoli. E chissà quanto altro c'è ancora da scoprire.

Ecco perché è importante che si cerchi di tenere separati mondo dell'azzardo e sport. È necessario impermealizzare gli eventi sportivi, qualunque essi siano, da un fenomeno che tutto permea e tutto infetta. Un fenomeno che è molto più profondo e complesso di quello che si possa immaginare. E che porta in dote un mondo oscuro e letale. Tanto da portare uno dei ciclisti più forti della storia, certamente il più grande scalatore che il ciclismo abbia mai visto, a suicidarsi solo in una stanza di albergo di Rimini.

Ecco perché è tanto importante il Decreto Dignità e il blocco della pubblicità al gioco d'azzardo.

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