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L'innovazione tecnologica deve uscire dal duopolio Stato-mercato

2 Luglio Lug 2018 1015 02 luglio 2018
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Flaviano Zandonai, segretario di Iris Network, sul numero di VITA di giugno, affronta il rapporto tra innovazione e società civile: «solo quando si manifestano i limiti del modello dominante in termini di eccesso di estrazione e concentrazione del valore su base economica e finanziaria ecco riemergere soluzioni di natura mutualistica e cooperativa che tentano di correggere il sistema agendo soprattutto sul versante della governance»

Flaviano Zandonai

Cosa ce ne facciamo? E quali saranno gli effetti? Sono queste, al fondo, le domande che accompagnano l’innovazione tecnologica e non certo da oggi. Le risposte si trovano in altre innovazioni — quelle di processo — che, attraverso prove ed errori, alimentano una cultura d’uso da cui scaturiscono le concrete applicazioni di una tecnologia.

Nell’innovazione tecnologica più recente poi, quella dalla modernità in avanti e quindi quella di maggiore impatto, hanno giocato un ruolo chiave anche nuove forme istituzionali: gli stati nazione da una parte e le imprese di capitali dall’altra. Forme organizzative che, dopo un lungo periodo di incubazione, si sono imposte come un “duopolio” sull’innovazione: hanno investito risorse facendosi carico dei rischi, ne hanno individuato le modalità di utilizzo e, naturalmente, hanno cercato di trarne i maggiori benefici: accumulo di ricchezza e affermazione di potenza.

E la società civile? A un primo sguardo non sembra che le cose siano andate diversamente dal solito, nel senso che le organizzazioni non profit e dell’economia sociale sembrano agire anche nel campo dell’innovazione tecnologica con lo stesso intento “riparatore”, giustificando quindi la loro presenza nella misura in cui sanno denunciare e curare i fallimenti di stato e mercato. Per questo sono “terze” e, secondo qualcuno, transitorie.

Un caso recente ed emblematico riguarda le piattaforme digitali: un florilegio di attributi “social”, ad iniziare da sharing economy, ma con un business model for profit che ha saputo sfruttare la ricerca di base pubblica. E solo quando si manifestano i limiti del modello dominante in termini di eccesso di estrazione e concentrazione del valore su base economica e finanziaria ecco riemergere soluzioni di natura mutualistica e cooperativa che tentano di correggere il sistema agendo soprattutto sul versante della governance.

Come uscire da questo loop dello sviluppo tecnologico? Una prima soluzione riguarda i modelli organizzativi che popolano il campo del sociale e che sono chiamati ad un terzo aggiornamento di sistema. Il primo corrisponde alla nascita, nel pieno del capitalismo industriale di fine Ottocento, delle imprese cooperative e il secondo, nel pieno del periodo neoliberale del tardo Novecento, delle imprese sociali. In entrambi i casi sono società di persone, ma la produzione di valore si allarga dai soli soci alla comunità. Il terzo upgrade, che si intravede in modo sempre più chiaro soprattutto a livello internazionale, corrisponde ad una imprenditorialità sociale a più elevata intensità di capitale finanziario e di competenze hard (cioè di ideazione e gestione tecnologica) che non sostituiscono, anzi incrementano il potenziale delle competenze soft di natura relazionale che tradizionalmente costituiscono la principale risorsa a disposizione.

Più capitale finanziario — peraltro sempre più orientato verso obiettivi di impatto sociale — e più competenze tecniche incorporate in motivazioni di cambiamento sociale per governare sistemi socio tecnici che sono, essi stessi, più aperti proprio sul versante sociale, come ricorda un recente libro bianco sull’intelligenza artificiale elaborato da una task force promossa dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Un obiettivo tutt’altro che velleitario guardando ad alcune buone pratiche dove l’economia sociale non ha subito ma anzi ha saputo essere baricentro dell’innovazione tecnologica.

È il caso della cooperazione agricola che, come ricordava Aldo Bonomi, a partire dagli anni Ottanta ha incrementato il proprio ruolo in uno dei comparti oggi più dinamici dell’economia del Paese investendo in infrastrutture tecnologiche (ad esempio la catena del freddo). Spostando l’attenzione ad altri ambiti dove la produzione tecnologica esonda rispetto a modalità applicative in grado di dotarsi di una missione autentica di miglioramento della qualità della vita individuale e sociale emerge, in modo evidente, tutto ciò che insiste sulla dimensione di abitare e di luogo.

La casa e i suoi prolungamenti di socialità variamente denominati (community hub, social street, ecc.) rappresentano un formidabile catalizzatore di tutto quello che oggi definisce lo stato dell’arte dell’innovazione tech: dall’internet delle cose che colonizza gli elettrodomestici e fa fare un salto di qualità alla domotica, all’intelligenza artificiale che anima gli assistenti personali, fino alla robotica non solo riabilitativa ma da compagnia e a social network e chat che virano su dimensioni di prossimità.

Questa micidiale convergenza rischia di riproporre uno dei principali dilemmi tecnologici, ovvero la riduzione di questa produzione a gadget. Un’oggettistica superflua che se utilizzata come tale banalizza anche gli utenti e le loro relazioni, relegando l’innovazione sociale allo stato di mero potenziale o di realizzazione assai limitata. E così il frigo avvisa della scadenza dei cibi ma continuiamo a consumare secondo modelli poco attenti all’impronta ambientale della produzione; le domande che poniamo agli assistenti sono spesso così banali che anche la loro capacità di apprendimento rischia essere ben poco approfondita; e tecnologie su scala domiciliare, nonostante prototipi promettenti, sono ancora in grandissima parte monopolizzate dal gaming piuttosto che dal welfare; per non parlare di community digitali a comparti stagni ben poco inclusive. Ecco quindi la sfida per le...


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