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Confcooperative Sanità, «Cooperative terza via per affiancare il Ssn»

4 Luglio Lug 2018 1059 04 luglio 2018
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In occasione dell’assemblea che ha rieletto Giuseppe Milanese alla presidenza è stata presentata un’elaborazione dei dati sulla sanità in Italia. Nella sua analisi Milanese ha sottolineato come i numeri di Istat e Censis mostrino: «La mappa della disuguaglianza: oltre 20 milioni gli italiani in difficoltà tra chi rinuncia alle cure o si indebita per farlo, così la salute diventa un bene solo per chi può pagare»

«A fronte di oltre 5 milioni di poveri (Istat) le cure per la salute rappresentano, più di altri indicatori, la cartina di tornasole del disagio sociale ed economico del Paese: 12,2 milioni di italiani rinunciano a curarsi per difficoltà economiche; oltre 7 milioni si sono indebitati per farlo; 2,8 milioni hanno venduto casa per sostenere le spese per la salute (fonte Censis). Sono, invece, 11 milioni quelli che si sono assicurati per la copertura sanitaria. Questi numeri tracciano in modo drammatico la mappa della diseguaglianza di un Paese in cui riesce a curarsi solo chi può pagare. Come cittadini e come cooperatori non vogliamo una sanità solo per chi se la può permettere». A lanciare l’allarme Giuseppe Milanese confermato alla presidenza di “Confcooperative – Sanità” dall’assemblea nazionale in svolgimento a Roma (nella foto in apertura l'intervento di Milanese) nel corso della quale sono stati resi noti i dati rielaborati su fonte Istat e Censis dai quali emerge che si cura solo chi ce la fa.

Come pure che l’ospedale da solo non basta: «A quarant’anni dalla sua istituzione il Ssn sta vivendo una crisi senza precedenti. Il risultato è l’intasamento delle strutture ospedaliere dove un ricovero costa non meno di 700 – 800 euro al giorno» sottolinea Milanese. «Con gli stessi soldi si potrebbero assistere, quotidianamente, 10 persone fuori dall’ospedale. È sul territorio che va costruita la risposta: un sistema di assistenza primaria, una rete complessa e capillare in grado di prendere in carico direttamente nel cuore della comunità il bisogno assistenziale dei cittadini, concentrando sull’ospedale solo cure e interventi più importanti».

A fronte di una crescita della domanda, servizi e medici calano: «Nei prossimi anni, in considerazione dell’andamento demografico, avremo da un lato una crescente domanda di servizi, dall’altro un calo progressivo del numero di medici e infermieri impiegati nel Ssn. Solo nel 2015 si sono registrati 10mila dipendenti in meno rispetto all’anno precedente. Tra il 2009 e il 2015 i posti persi sono stati complessivamente 40.364. Situazione destinata a peggiorare se si considera che l’età media è salita nel 2015 oltre i 53 anni per i medici ed oltre i 47,4 per gli infermieri (dati ministero Economia 2016). Nei prossimi 5 anni, infatti, assisteremo a un esodo di 30mila medici che determineranno un calo del 30% delle attività. Già oggi la penuria di anestesisti (ne mancano 4.000) fa saltare un intervento su 3. Il problema sta nel fatto che alla drastica riduzione dei ricoveri e delle giornate di degenza ospedaliere» rimarca Milanese, «non è corrisposto lo sviluppo di un sistema integrato di assistenza nel territorio. In questo modo si allungano le liste di attesa, che rappresentano il motivo principale per cui gli italiani si rivolgono a strutture private affrontando costi maggiori. Un esempio su tutti: per una mammografia l’attesa media è di 122 giorni, che al Sud arrivano a 142».

Ci troviamo di fronte a un sistema impreparato al futuro demografico del Paese «A fronte di 4,5 milioni di disabili (di cui oltre 2 milioni in condizioni di particolare gravità) il 30% di questi vive solo, con punte di oltre il 42% tra i disabili over 75. I posti letto per anziani non autosufficienti nelle strutture residenziali e semiresidenziali sono solo 250mila, solo 1/3 rispetto alla Francia e 1/4 rispetto alla Germania. Una situazione che è destinata a peggiorare nei prossimi anni con un ritmo stimato di 8.000 posti letto ogni anno. Stesse proporzioni allarmanti per i servizi sociosanitari: li ricevono solo 760mila rispetto ai 2,7 milioni anziani che ne avrebbero diritto e bisogno» continua Milanese. «Appare profonda poi la spaccatura geografica del Paese: il 69% delle residenze sociosanitarie sono al Nord, solo il 7% al Sud, dove molti servizi di welfare vengono erogati direttamente dalle famiglie, ma non basta a far fronte alla domanda».

Non è una questione di spesa, ma di riorganizzare i servizi in un Paese che cambia e che invecchia: «La spesa sanitaria a carico dei privati nell’ultimo anno ha raggiunto i 40 miliardi di euro (+10,3% tra 2012 – 2017). Quella pubblica, invece, rappresenta il 75% della spesa sanitaria corrente e negli stessi anni ha registrato una crescita media annua dello 0,5% rispetto a quella delle famiglie che è aumentata mediamente del 2% annuo. Una situazione che grava maggiormente sulle famiglie a basso reddito: 7 su 10 dichiarano infatti che la spesa per la salute incide pesantemente sul bilancio familiare, mentre il 47% dichiara di tagliare altre spese per pagare la sanità (Istat). Il problema non è la spesa in sé. Non chiediamo di aumentarla ma di ottimizzarla, considerando che su 26 miliardi di spesa per Ltc, appena 588 milioni vanno in servizi e il resto in trasferimenti monetari. In secondo luogo chiediamo di riorganizzare i servizi in modo efficace, per rispondere ai bisogni di un Paese che cambia e invecchia sempre di più. In questo quadro crediamo che la cooperazione sanitaria sia la via per ripensare il sistema. Una terza via, tra Stato e mercato, che si sostanzia in un network multiprofessionale e integrato di cooperative di medici, di operatori sanitari, di farmacisti e di mutue, che si propongono di affiancare il Ssn in chiave sussidiaria, non semplici erogatrici di prestazioni, ma corresponsabili nella gestione dei servizi di fronte ai cittadini. Uno strumento prezioso» conclude Milanese «per ridurre le disuguaglianze e contrastare la privatizzazione strisciante del Ssn»

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