1 Rondine
Buone pratiche

ll “Metodo Rondine” alle Nazioni Unite

6 Luglio Lug 2018 1209 06 luglio 2018
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Rondine vola a New York come esperienza d’eccellenza italiana sulla risoluzione del conflitto. L’esperienza della Cittadella della Pace ha ricevuto un riconoscimento accademico da parte dell’Università Cattolica di Milano e dell’Università di Padova. Una prima applicazione concreta della sua metodologia nell’ambito delle elezioni presidenziali in Sierra Leone

Ci sarà anche Rondine Cittadella della Pace alle celebrazioni del 70esimo anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo in programma alle Nazioni Unite di New York il prossimo 10 dicembre, quale eccellenza italiana nella risoluzione del conflitto. Ad annunciarlo, in occasione della presentazione del Rapporto annuo 2017 dell’associazione Rondine il sottosegretario generale del ministero degli Esteri, Elisabetta Belloni che, pur non intervenendo all’incontro che si è tenuto ieri, giovedì 5 luglio, alla Camera dei Deputati ha inviato il suo saluto. «L’Italia con Rondine Cittadella della Pace intende portare alle Nazioni Unite un esempio concreto (una buona pratica) da cui ripartire sul grande tema dei Diritti Umani, ormai divenuti prioritari per il nostro pianeta» ha detto Belloni che ha aggiunto: «Per questo abbiamo scelto la ricorrenza del 70° anniversario della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: Rondine sarà l’esempio concreto ed esportabile di come i conflitti si possano affrontare e superare all’interno della società civile, ripartendo dal dialogo e da rapporti interpersonali, in un’ottica di sviluppo collettivo scongiurandone il degenerare nel conflitto armato».

Ad aprire i lavori del Rapporto Annuo, il vicepresidente della Camera dei deputati, Ettore Rosato che ha definito: «Un onore e un privilegio ospitarvi anche quest'anno alla Camera dei Deputati». Rosato ha poi aggiunto: «Rondine è un luogo dove si forma una nuova generazione, anzi un nuovo genere di leader, persone che hanno il coraggio del dialogo, che sanno cercare e scovare le ragioni della convivenza pacifica Chi viene a Rondine sa che non è possibile rimuovere i conflitti ma che invece è possibile affrontarli e gestirli, cercando di cogliere le ragioni dell'altro attraverso gli strumenti del dialogo e della diplomazia dal basso».

Da parte sua il presidente di Rondine, Franco Vaccari ha ricordato come «giunti a 20 anni di attività di questa esperienza davvero unica nel suo genere con cui abbiamo sperimentato tentativi di riconciliazione civile, diplomazia dal basso ed educazione alla trasformazione creativa dei conflitti in diverse contesti, dal Caucaso all’Africa Occidentale, il Metodo Rondine ha davanti a sé una nuova sfida e un momento significativo di riflessione e confronto per comprendere se le metodologie utilizzate possono essere uno strumento a disposizione delle Nazioni Unite nella diffusione della pace». Vaccari ha poi sottolineato: «Attraverso i primi giovani provenienti da Paesi nei quali i conflitti sono degenerati in varie forme di violenza e di guerra, Rondine offre al mondo un nuovo metodo universale per la trasformazione creativa dei conflitti con una efficacia scientifica riconosciuta».

da sinistra, Sergio Pagano, Franco Vaccari, Ettore Rosato, Giampiero Gramaglia

Nel laboratorio di Rondine nella Cittadella della Pace di Arezzo è stato sperimentato il Metodo Rondine. Qui si sono formati circa circa 180 ragazzi provenienti da luoghi di conflitto in tutto il mondo (dal Medio Oriente al Caucaso, dall’Africa sub-sahariana al subcontinente Indiano, fino ai Balcani e all’America). A casa loro non si rivolgerebbero la parola, qui invece il metodo prevede un percorso unico che per due anni li vede convivere con il proprio nemico, imparando ad affrontare il conflitto e a gestirlo, sviluppando nuovi modelli relazionali e competenze specifiche, fino alla definizione di un nuovo modello di governance e di leadership, che consente loro di intervenire nei vari contesti di provenienza di conflitto o post conflitto, come agenti di cambiamento attraverso azioni e progettualità concrete

Il Metodo Rondine è oggi codificato e riconosciuto a livello accademico, pronto per essere condiviso e applicato sui contesti più vari dal livello interpersonale al conflitto sociale fino ai contesti bellici o postbellici come dimostrano i risultati del progetto di ricerca “Studio e divulgazione del metodo Rondine per la trasformazione creativa dei conflitti” presentati. La ricerca è stata realizzata dalle Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Università degli Studi di Padova con il contributo di Fondazione Vodafone Italia.

In primo piano una studentessa di Rondine

18 mesi di osservazione, interviste, riflessioni; 2 gruppi di lavoro, 3 docenti e 3 ricercatori: se i numeri non colgono l’essenza aiutano però a capire l’investimento della ricerca. A partire da una “buona” pratica, che prevede la decostruzione della figura del nemico e l’articolazione della categoria del conflitto concretamente e nel quotidiano, la ricerca ha voluto indagare, con il supporto della psicologia e della filosofia, le peculiarità che caratterizzano la realtà di Rondine: da un lato “misurando” i cambiamenti che animano i conflitti intergruppi, dall’altro “verificando” la portata generativa delle categorie della giustizia riparativa fuori da un contesto penale.

«Questo è sicuramente l’inizio di un lungo percorso di ricerca interdisciplinare che vedrà il Metodo Rondine sotto la lente di molte altre università che la studieranno attraverso altre categorie», afferma il coordinatore della Ricerca, Luca Alici, professore associato di Filosofia Politica presso il Dipartimento di filosofia, scienze sociali, umane e della formazione dell’Università degli Studi di Perugia, «a partire dal peace building e dalla conflict resolution come dimostra l’interesse già manifestato da molti istituti e centri di ricerca statunitensi che rappresentano l’eccellenza nella ricerca e nello studio teorico di queste discipline».

«Abbiamo sostenuto la ricerca presentata oggi perché il modello e l’esperienza sviluppati nella Cittadella della pace sono un patrimonio che deve essere diffuso e condiviso», afferma Maria Cristina Ferradini, consigliere delegato della Fondazione Vodafone Italia «Venti anni di passione e metodo, di incontro e dialogo di giovani hanno permesso di sviluppare ed affinare, in un luogo unico come Rondine, il modello presentato. Da oggi diventa per tutti noi imperativo imprimere accelerazione alla diffusione del metodo Rondine e mettere a sistema un modello che porterà senza dubbio ricadute sociali tangibili e misurabili e che potrà a sua volte arricchirsi di nuove esperienze».

L’interesse crescente sul Metodo Rondine da parte delle Università americane è testimoniato anche dalla presenza di Susan Allen, Direttore Center for Peacemaking Practice della George Mason University che dichiara: «Come cittadina statunitense, e come professionista della risoluzione dei conflitti, voglio chiedere a Rondine di prendere in considerazione la possibilità di impegnarsi negli Stati Uniti, dove abbiamo profonde divisioni politiche e persino un razzismo e una violenza strutturale ancora più profondi. Il metodo di Rondine potrebbe essere utile in queste aree».

Maria Crisitina Ferradini, Franco Vaccari, Manuella Markaj

Il caso concreto della Sierra Leone

A ulteriore testimonianza delle nuove frontiere applicative del Metodo Rondine nel corso dell’incontro è avvenuta la presentazione dei risultati del progetto “Initiative for democratic and peaceful elections” che rappresenta la prima applicazione concreta del Metodo Rondine nei luoghi del conflitto. Un progetto di formazione e sensibilizzazione, realizzato dai giovani che si sono formati a Rondine, che ha fortemente contribuito a evitare episodi di violenza in occasione delle recenti elezioni presidenziali in un paese ancora fortemente instabile come la Sierra Leone che dopo una sanguinosa guerra civile che dal 1991 al 2002 ha visto 50.000 morti, una faticosa ricostruzione su cui si è abbattuto l’Ebola con altri 4.000 morti infine, lo scorso anno ha subito l’ultima tragedia del fiume di fango, che ha sommerso centinaia di vite umane alla periferia della capitale Freetown.

Sono state promosse attività di formazione rivolte a circa 360 leader della comunità locali che ancora oggi hanno grande autorevolezza e un ruolo determinante nella trasmissione di informazioni all’interno delle comunità locali associate. Accanto a questo una campagna di sensibilizzazione che ha attraversato i 14 distretti del paese con incontri pubblici nelle comunità, tavole rotonde nelle principali università del Paese, i mass media locali e i social network per poi costituire una commissione che ha supervisionato in modo informale il processo elettorale. Al grido di “One voice, one vote, no violence” la campagna è arrivata dalla capitale Freetown fino alle periferie più remote della Sierra Leone coinvolgendo circa 700 beneficiari diretti e circa 2,5 milioni di beneficiari indiretti.

Un progetto avvalorato dalla presenza di giovani coinvolti provenienti dalle tribù locali, insieme ai giovani di altri conflitti di tutto il mondo, che hanno operato nel contesto africano, in collaborazione con l’Università locale di Makeni sperimentando una vera e propria trasformazione sociale secondo le linee guida del Metodo.

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