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Care Ong, è ora di fare politica

10 Settembre Set 2018 1131 10 settembre 2018
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L'editoriale che apre il numero di VITA in distribuzione a firma del segretario generale di Action Aid: «Molte Ong a livello globale sono intrappolate nella logica della crescita: aumentano il volume delle proprie attività, ricevendo grant o vincendo gare in ambito sociale e dunque fornendo servizi per conto degli Stati. Raccontano cosa sanno fare (che è prezioso in ogni caso), rinunciando però a spiegare (e forse spiegare a se stesse) perché esistono, per cambiare cosa a livello di sistema»

Marco De Ponte

La cosiddetta società civile si organizza per rispondere ad esigenze che sono politiche per definizione, perché sono ciò che interessa la polis. Spesso forme di mutualismo tra cittadini producono la fornitura diretta dei servizi per i quali emerge un bisogno; i cittadini cioè agiscono in vece dello Stato, che sarebbe deputato a garantire eque opportunità per tutti.

In alcuni casi poi i cittadini, oltre a “fare da sé”, si organizzano per reclamare diritti, resistere alla loro erosione, cercare di negoziare transazioni di potere. I cittadini attivi svolgono un ruolo politico, tanto che accettino semplicemente di auto-organizzarsi “arrangiandosi” dove lo Stato manca, quanto che chiedano alle istituzioni di re-distribuire, o meglio ancora di pre distribuire risorse, opportunità, diritti. In questo secondo caso però — organizzando protesta e proposta, entrando direttamente nel dibattito pubblico, prendendo posizioni, negoziando cambiamenti — si finisce con il mostrare, a mio modo di vedere, maggiore consapevolezza del proprio ruolo politico e forse dunque anche maggiore maturità.

Molte Ong a livello globale sono intrappolate nella logica della crescita: aumentano il volume delle proprie attività, ricevendo grant o vincendo gare in ambito sociale e dunque fornendo servizi per conto degli Stati. Raccontano cosa sanno fare (che è prezioso in ogni caso), rinunciando però a spiegare (e forse spiegare a se stesse) perché esistono, per cambiare cosa a livello di sistema. Queste realtà faticano a sfidare le cause profonde di povertà ed esclusione sociale perché hanno paura “della politica”, del conflitto sociale, della rivendicazione esplicita di diritti spesso calpestati o anche solo dimenticati. Offrono soluzioni al sistema prevalente senza provare a trasformarlo a fondo.

Alcune tentano di farlo, ma hanno basi associative poco rappresentative delle sfide che si propongono di affrontare perché non coltivano la partecipazione civica nemmeno al proprio interno e dunque in fondo eseguono politiche sociali pensate altrove, senza produrre capitale intellet- tuale autonomo, senza contribuire a costruire intelligenza collettiva, e senza accumulare — supe- rando la “comfort zone” di missioni definite su un problema o su un target group — nemmeno la rabbia che spesso è la molla per cui parte della società poi si mobilita.

Le Ong internazionali, in gran parte nate negli Usa o in Gran Bretagna e Francia, ma anche in Italia, in molti casi (certamente non sempre) sono passate al volgere del millennio dall’essere un sottoprodotto del “colonialismo bianco” all’essere funzionali, particolarmente in Asia o Africa, alla replica delle democrazie liberali occidentali. Finita l’era dell’esportazione dell’Occidente, pochi di questi soggetti hanno saputo radicarsi a fondo nelle società in cui operano ed hanno dav- vero sfidato le crescenti diseguaglianze prodotte dal capitalismo finanziarizzato.

Eppure questo oggi determina le sorti delle persone ben più radicalmente dell’esistenza o meno di regole formali sulle rappresentanze pubbliche comunemente identificate come il metro della democrazia. Le Ong che davvero intendono essere rilevanti e trasformative della società non possono fare a meno di dotarsi di una solida base ideologia, nel senso di chiarezza di come va il mondo e come vorrebbero che andasse. Questo perchè se una cosa è chiara è che il mondo non si cambia a suon di progetti commissionati e perfettamente eseguiti in logframe dati. In ogni caso le Ong devono provare ad essere utili nel rammentare ai concittadini di ogni dove, assolutamente partendo dalla costruzione di una propria base popolare, che negli ultimi settanta anni sono stati riconosciuti diritti: questi vanno rivendicati attraverso battaglie politiche in ogni quartiere, villaggio, comunità nazionale. Transitare donazioni della classe media occidentale verso i poveri del sud del mondo o gestire grant su basi tecnocratiche non produce alcuna trasformazione di per sé, anche quando continua a cambiare le vite di molti individui. Ovviamente salvo che si usino i progetti per dare concretezza ad una prospettiva trasformativa chiara e mai nascosta.

Solo accettare l’ingaggio politico su se stessi (non solo attraverso partners), con tutti i rischi del caso, può per esempio contribuire a frenare la dinamica autoritaria, che si alimenta altrimenti della percezione prevalente anche tra i perdenti della globalizzazione, ovvero che il nemico sia il diverso, che deve essere fermato con le parole d’ordine e le azioni dell’esclusione (come avviene oggi in Europa sulla questione migratoria). Purtroppo l’avversario del 99% dell’umanità è quell’élite che accumula capitale perché già ne ha e che invece che servire lo Stato nelle sue varie forme, se ne serve senza remore.

In realtà il “nemico” contro cui lottare non si riconosce per l’orientamento sessuale, il colore della pelle, la cittadinanza, l’età, il sesso... No. La battaglia per un mondo più giusto va articolata sulle opportunità di redistribuzione, sulla capacità degli esclusi di essere resilienti e reclamare i propri diritti, sulla capacità delle persone di organizzarsi, produrre capitale intellettuale, chiarezza di orientamento e quindi impegno sociale...


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