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L'analisi

Fare della conoscenza un bene comune: il campo dell’innovazione e dell’impresa sociale

10 Settembre Set 2018 1755 10 settembre 2018
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L’affermarsi di una “società della conoscenza” ha generato un contesto nel quale lavoro e riproduzione sociale si esprimono sempre più in forma simbiotica attraverso intelligenze collettive che spesso agiscono in spazi informali attraverso meccanismi di cooperazione sociale che si collocano al di fuori del contesto di proprietà privata tipico della società capitalista. L’impresa sociale può agire abilitando la capacità di governo delle comunità e integrando la conoscenza come fattore economico all’interno di catene di produzione del valore

L'innovazione sociale ha acquisito una crescente popolarità tra policymaker ed esperti di scienze sociali, benché rimanga un concetto ancora controverso. Forse proprio per questa ragione la comunità degli innovatori sociali risulta tutt’oggi piuttosto frammentata (Nicholls et al., 2015); una segmentazione delle posizioni che, unita all’ambivalenza di significati, può rappresentare in realtà un’opportunità per ricercatori e practitioner se considerata uno stimolo alla condivisione, allo scambio e alla critica.

Un percorso costruttivo nella misura in cui contribuisce a ricomporre un nuovo scenario di sviluppo in un contesto economico, sociale e biologico dominato da una paradigma di accumulazione bio-economica che identifica la vita con il capitalismo, generando un’insicurezza generalizzata e un’incertezza al di fuori della sfera del lavoro senza alcuna mediazione sociale e/o istituzionale (López Petit, 2009; Turrini, Chicchi, 2013). In questo “realismo capitalista” (Fisher, 2009) le soluzioni alternative sul piano culturale, ambientale e sociale vengono fagocitate per ridare fiato a un modello ormai “esausto” a livello di impatto e di produzione di senso.

Tuttavia, l’organizzazione e la gestione della ricerca in Europa non sempre sembrano in grado di creare spazi alternativi a causa dell’aggressiva e costosa competizione per le risorse, ma anche dei limiti derivanti da modelli di gestione incentrati su consorzi temporanei destinati a sfaldarsi a fine progetto, oltre alle ben conosciute difficoltà a gestire le diverse fasi della ricerca operando anche al di fuori della comunità scientifica.

Nonostante ciò negli ultimi anni alcune pubblicazioni e progetti europei hanno tentato di invertire la tendenza. Un documento pubblicato di recente dalla Commissione Europea e intitolato “Social Innovation as a Trigger for Transformation” (Moulaert et al., 2017) ha approfondito l’impatto di questo “quasi-concetto” nel ridefinire gli apporti degli attori coinvolti (formali e informali, pubblici e privati, nonprofit e for profit) e le loro relazioni rispetto ad azioni e strategie riconosciute come di “interesse comune”.

Il sottotitolo dello stesso documento – “the role of research” – focalizza in particolare il contributo conoscitivo generato da una pluralità di indagini che guarda alla social innovation non solo come “oggetto di ricerca”, ma come contesto nel quale ridefinire approcci e metodologie d’analisi, modalità di raccolta ed elaborazione dati, strategie di trasferimento e disseminazione. Tutto questo grazie al coinvolgimento diretto di ricercatori e practitioner all’interno di comunità intenzionalmente costruite per favorire processi di innovazione aperta grazie a logiche di co-costruzione e forme di potere orizzontali. Insomma, una ricerca che accompagni processi sociali piuttosto che osservarli da una pretesa posizione di oggettività.

Ricercare sul campo nell’era dell’innovazione sociale
Il report di Moulaert e colleghi capitalizza una serie di apprendimenti scaturiti da progetti di ricerca rilevanti in termini di stakeholder coinvolti e temi trattati, ossia la creazione di comunità di innovatori sociali ad elevato contenuto di conoscenza. Si tratta nello specifico dei progetti WILCO (Welfare innovations at the local level In favour of cohesion), TEPSIE (The theoretical, empirical and policy foundations for building social innovation in Europe), e più di recente SIC (Social Innovation Community), preceduto da SIE (Social Innovation Europe).

Oltre agli obiettivi scientifici e ai deliverables, questi progetti – cofinanziati nell’ambito del Settimo Programma-Quadro – hanno contribuito in varia misura anche al processo di policy making della ricerca europea, assumendo in tal senso l’orientamento tipico dell’innovazione sociale volto a cambiare “le regole del gioco”.

Il consorzio che ha gestito WILCO, ad esempio, si è affiancato alla Direzione Generale “Ricerca e Innovazione” della Commissione Europea per portare avanti un primo tentativo di generare una riflessione collettiva sui temi chiave dell’innovazione sociale, oltre che tematiche correlate e dispositivi metodologici; il progetto ha coinvolto oltre 60 esperti di innovazione sociale provenienti da tutta Europa, oltre a due ricercatori canadesi – Jane Jenson e Denis Harrison – che hanno condotto un’analisi trasversale su 16 progetti finanziati dall’Unione Europea in tema di social innovation.

Il progetto TEPSIE, invece, ha proposto un portale di ricerca sull’innovazione sociale che rappresenta il primo tentativo di creare una community online dedicata a ricercatori e finalizzata allo scambio di documenti, approfondimenti e riflessioni sul tema.

I progetti SIE e SIC si sono focalizzati sugli aspetti sociali della creazione di una comunità di ricercatori e di altri stakeholder in grado di capitalizzare i risultati dei precedenti progetti di ricerca. Contestualmente a SIE, è stato lanciato un “esperimento” rivolto ai ricercatori, basato sul presupposto che, per facilitare il consolidamento di una comunità di ricerca emergente sarebbe stato necessario uno sforzo collaborativo per creare un programma di ricerca congiunto rappresentativo delle più rilevanti reti di stakeholder. Il risultato è stato co-SIRA (co-created Social Innovation Research Agenda) (Brandsen et al., 2016), un programma collaborativo di ricerca sull’innovazione sociale che offre uno strumento concreto sia per allineare le diverse visioni sia per esplorare nuovi percorsi, oltre che un mezzo per rilanciare il dibattito con i policymaker sulle future attività di supporto e coordinamento alla ricerca.

Il network accademico EMES è stato coinvolto in queste iniziative con diversi ruoli, oltre ad apportare il suo contributo “core”, ovvero la creazione di conoscenza in merito al ruolo dell’impresa sociale, dell’economia sociale e solidale, del terzo settore nello sviluppo socio-economico, dimostrando, anche in questo caso, come l’adozione (e non solo lo studio) di un approccio all’innovazione sociale solleciti anche la missione e l’assetto delle reti di ricerca.

Allo stesso tempo, queste iniziative hanno creato e incentivato partnership tra la comunità di ricerca (inclusi ricercatori esperti ed emergenti, ma anche dottorandi) e stakeholder europei e nazionali provenienti da diversi settori (nello specifico policymaker, professionisti e organizzazioni internazionali). Tuttavia il potenziale creato all’interno di queste partnership e la conoscenza accumulata corrono il rischio di andare dispersi se non attivamente supportati e stimolati da strategie e politiche di medio periodo.

La conoscenza sull’impresa sociale e l’impresa sociale per la conoscenza
Molti attori condividono ormai una definizione basilare delle tre caratteristiche principali che definiscono l’impresa sociale: una missione sociale a favore dell’interesse generale della società, un’attività economica sostenibile e una modalità di governance partecipativa.

Si tratta di una definizione “mission-oriented” perché richiama processi di trasformazione sociale che contribuiscono al benessere di un ampio gruppo sociale o della società nel suo complesso e la sua formulazione si può considerare ad elevata intensità di conoscenza in quanto scaturisce da progetti di ricerca che hanno mappato e riportato a sintesi diverse fenomenologie di esercizio sociale dell’attività d’impresa.

In una prima fase – che si colloca a ridosso del primo processo emersivo dell’impresa sociale – la sintesi è consistita nel riconoscimento di un modello giuridico organizzativo (cooperazione sociale) e nella delimitazione di settori di attività (servizi di welfare e inserimento lavorativo). Successivamente la ricerca si è orientata verso linee guida che hanno definito una qualifica adattabile a una pluralità di modelli, di ambiti di attività, spazi di policy e culture di riferimento...