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Riconoscimenti

A Isabella Schiavone del Tg1 il premio Lamberti per il giornalismo sociale

14 Settembre Set 2018 1052 14 settembre 2018
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Firma del Tg del primo canale Rai, attiva da anni nel volontariato, verrà premiata a Nisida il 22 settembre. Al suo attivo anche un romanzo, Lunavulcano, portato nel carcere di Rebibbia. «L'attenzione dei media per il sociale sta aumentando, vorrei vedere più persone con disabilità nelle redazioni giornalistiche»

È Isabella Schiavone, firma del Tg1, la vincitrice del Premio della Responsabilità Sociale “Amato Lamberti” nella categoria Giornalismo. Sabato 22 settembre nel Centro di Studi Europeo di Nisida la consegna del premio dedicato al fondatore dell’Osservatorio sulla Camorra, a lungo presidente della Provincia di Napoli. Isabella Schiavone, appassionata di inchieste ambientali, sociali e di storie di vita, viaggiando molto per lavoro, raccoglie materiale, vede e vive situazioni, che non si esauriscono nel minuto televisivo. Così decide di scrivere anche un romanzo, Lunavulcano (Lastaria Edizioni, 2017) i cui diritti d’autore sono interamente devoluti a favore di progetti per bambini in difficoltà in Kenya. Lunavulcano viaggia nelle scuole e viene portato fra i detenuti del carcere di Rebibbia. È una favola moderna che parla di vita e amicizia, di solidarietà e dialogo tra le persone, di viaggi, quelli che facciamo in una terra lontana e quelli che compiamo nell’animo di un’altra persona che ci concede confidenza e fiducia.


Isabella Schiavone

Isabella Schiavone, con il Premio Responsabilità Sociale “Amato Lamberti”, sezione giornalismo, viene premiata la tua capacità di raccontare le storie del sociale in televisione. Un altro riconoscimento ad un lavoro sul campo prezioso. Che spazio c'è oggi nel giornalismo italiano per i temi sociali?
Sta aumentando considerevolmente l’attenzione dei media sui temi sociali. La parola “inclusione” non è più solo uno slogan, ma inizia ad avere effetti concreti e tangibili nell’informazione e, di conseguenza, sulla società. Persone speciali, con disabilità, trovano spazio a più livelli: diventano esempi ed icone di coraggio e determinazione. Pensiamo ad Alex Zanardi o a Bebe Vio, campioni che il mondo ammira: hanno saputo rappresentare un modello di persona che va oltre la disabilità, sfidandola e vincendola, imparando a convivere con essa e a valorizzarla, da veri sportivi. Ma la sfida più difficile è parlare di storie comuni, che possano entrare nella narrazione quotidiana come normalità. Sempre più organi di informazione si dedicano esclusivamente al terzo settore: esistono ormai agenzie specializzate che fanno solo quello, programmi radiofonici tematici e trasmissioni tv. Talvolta restano spazi di nicchia ben realizzati ma poco seguiti, eppure riescono ad affrontare la sfida della prima serata, come testimonia la recente trasmissione “Inviati speciali” su Rai Tre, realizzata da persone con disabilità. Mi piacerebbe che queste persone entrassero maggiormente nelle redazioni, come sta avvenendo in nuovi progetti editoriali, dove vengono valorizzate sindromi, come quella di Asperger.

Il cinico non è adatto a questo mestiere è un libro, diventato quasi un aforisma, di Ryszard Kapuściński. Per fare buon giornalismo oggi serve anche immedesimarsi in ciò che si racconta, svelandone in profondità il senso e il significato che va oltre la notizia per diventare qualcosa di più grande, di più umano. Cosa significa per te, nel tuo lavoro da inviato, raccontare queste storie?
Ho scelto questo mestiere per raccontare i più deboli. Credo sia lo scopo profondo di questo lavoro. Aiutare con il proprio racconto a penetrare la sensibilità altrui, la diffidenza, talvolta - e troppo spesso - l’indifferenza. Era forse il modo più ampio di poterlo fare, attraverso il giornalismo. Ogni storia che racconto porta poi con sé un mondo che scopro e al quale rimango inevitabilmente legata anche dal punto di vista umano, oltre che professionale. Il volontariato ha sempre fatto parte della mia vita sin da ragazza, grazie anche alle esperienze che mi ha dato modo di vivere la scuola cattolica che ho frequentato (il San Leone Magno a Roma). Avevo due possibilità: fare la missionaria o fare la giornalista. Poiché credo che ognuno di noi abbia una missione, la mia ho deciso di realizzarla ad ampio raggio e da indipendente laica, unendo al volontariato che ancora pratico in Italia e all’estero, la passione per il racconto e la scrittura. Anche per questo è nato il mio blog (www.isabellaschiavone.com): le storie che racconto al Tg1 hanno lo spazio circoscritto ad un servizio giornalistico. Sul web, rimangono lì e possono essere condivise anche dopo tanto tempo. Se è stato possibile portare tanti temi del terzo settore nel telegiornale di massimo ascolto in Italia, è stato anche grazie a chi ha creduto nei miei stessi valori. Con Elisa Anzaldo, il capo redattore della società, ci siamo più volte dette di perseverare su questa strada. La ringrazio per aver avuto questa sensibilità.

Non solo giornalismo. Anche con la narrativa, il romanzo Lunavulcano, sei riuscita a scrivere una storia che parla in modo così reale del tempo in cui viviamo. Perché hai deciso di scrivere questo libro e come è nata l'idea di raccontare una storia di incontro fra due donne così distanti eppure così vicine?
Il romanzo era nel cassetto da qualche anno. Raccontavo le difficoltà, e talvolta le contraddizioni, di una donna dei nostri tempi, sempre in bilico tra il desiderio di realizzarsi e quello di stabilizzare la propria vita. Esigenze talvolta contrapposte. Poi c’è stato un incontro illuminante con un artista disabile. Il suo laboratorio e l’atmosfera che ho vissuto in quel contesto hanno fatto nascere in me il desiderio di riprendere quel lavoro e concluderlo. I temi sono più attuali che mai: la maternità, che può essere vissuta anche come forma di amore verso il prossimo e scopo di vita, la disabilità, così difficile a volte da capire e spesso da vivere, i social, l’adozione, le esperienze in Africa con i bambini orfani. Il romanzo, seppur breve, contiene molti temi che ho affrontato negli ultimi dieci anni, con leggerezza, ma certamente con profondità.

Chi sono nella realtà le due protagoniste del tuo romanzo?
Isabella potrei essere io (ed in molti capitoli lo sono certamente, quelli dove parlo del mio lavoro e del volontariato), ma potrebbe essere qualunque donna moderna di oggi. Maria esiste nella realtà, l’ho davvero incontrata in chat e fa realmente la parrucchiera, ma la sua vita non corrisponde minimamente alla storia del romanzo. Sono due persone nelle quali tante donne possono riconoscersi e attraverso le quali molti uomini possono riflettere su se stessi. Sono l’una l’altra faccia dell’altra. E sono molto più vicine di quanto non si possa immaginare.

Lunavulcano è anche un progetto sociale. Il libro diventa un pretesto per un percorso culturale ed educativo nei "luoghi del sociale". Ce lo racconti?
Volevo che questo libro lasciasse qualcosa di vero e di concreto, in tempi tanto vacui e liquidi. Innanzitutto, ho deciso di devolvere i diritti d’autore ad opere in Africa, terra che ho vissuto con intensità negli ultimi anni e che mi ha travolto con le sue storie e la sua umanità. E poi ho voluto che i temi sociali del libro arrivassero ovunque: dai festival letterari alle scuole di periferia, fino alle carceri. Grazie al progetto “Libriamoci” ho avuto la possibilità di parlare ai ragazzi, che rimangono sempre il vero motore del nostro Paese, oltre che il futuro. Ho trovato dei giovani curiosi, brillanti ed appassionati. Non nei licei di cui parlano troppo spesso le cronache, ma in scuole di periferia, dove - mi hanno detto i docenti - nessuno voleva andare. Non sanno cosa si perdono, ahimè. Poi, insieme all’amico e collega Paolo Di Giannantonio, abbiamo inaugurato degli incontri nel carcere di Rebibbia per confrontarci con i detenuti. Anche lì, è stata una battaglia, fortunatamente sostenuta dal Direttore del carcere. C’era chi diceva che i detenuti non fossero in grado di comprendere i temi di Lunavulcano, un pensiero a mio parere miope. L’umanità che è emersa in carcere, i confronti acuti e profondi, le testimonianze che ne sono uscite, ancora accompagnano spunti e riflessioni nei miei pranzi con il grande Paolo.

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