Impact Investing Makes A Difference
Impact investing

Come evitare l’impact washing? Ecco i tre criteri

14 Settembre Set 2018 0900 14 settembre 2018
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«Servono radicalità sia nell’approccio, sia nella definizione. Se tutto è impatto, l’impatto diventa il nulla assoluto». L’analisi del fondatore e direttore di Tiresia il centro di ricerca della School of Management del Politecnico di Milano

Mario Calderini

Per investimenti ad impatto sociale (o impact investing) si intende genericamente un’ampia gamma di strategie di allocazione del capitale basate sull’assunto che i capitali privati possano intenzionalmente contribuire a creare — in taluni casi in combinazione con i fondi pubblici — impatti sociali positivi e, al tempo stesso, rendimenti economici per chi investe. Questo insieme di strategie e strumenti finanziari stanno vivendo una stagione di grande popolarità e di oggettiva crescita in termini di asset gestiti e di investimenti effettuati. Ciononostante, ogni volta che mi capita di leggere numeri e previsioni di crescita sempre più roboanti per l’impact investing, comincio a calcolare quanta parte di quei numeri sia attribuibile a una vera espansione del mercato ad impatto e quanto invece non sia mera riclassificazione di asset che con l’impact investing poco o nulla hanno a che vedere. Comincio a sospettare di trovarmi di fronte ad un massivo fenomeno di impact washing, che alimenta una bolla che cresce divergendo dalla missione sociale e trasformativa che dovrebbe al contrario essere l’obiettivo imprescindibile di questi investimenti.

Intendiamoci, nulla di male nel fatto che si sia innescata una frenetica rincorsa al carro dell’impact investing e che moltissimi investitori costruiscano nuove identità impact ai loro portafogli recuperando nei cassetti ogni minima traccia di verde, sociale, etica o moralità: meglio questo che il contrario. Tuttavia, prima di indulgere nella celebrazione di questa nuova giovinezza della finanza sostenibile, sulla base della banale idea che in fondo in fondo più ce n’è meglio è, o, come argomentano i più sofisticati, che in questa fase del ciclo di vita dell’industria occorre fare massa prendendo a bordo tutti per creare un grande movimento planetario, è d’altra parte necessario interrogarsi sul costo di questa operazione di ecumenismo definitorio.

Credo che il costo stia principalmente nella diluizione del concetto e nella conseguente perdita di quell’intento trasformativo che ha ispirato i pionieri dell’industria ed ancora oggi dovrebbe costituire l’elemento imprescindibile di ogni investimento a impatto propriamente detto. In altre parole, andrebbe semplicemente ricordato che è l’intento di trovare nuove soluzioni ai problemi sociali emergenti e di fare scalare l’impatto di queste soluzioni in modo da coinvolgere il massimo numero di beneficiari possibile sono le uniche cose che contano. Ed è il fatto di essere al servizio di questi obiettivi che qualifica gli strumenti, non la tecnicalità.

Se si perde l’ancoraggio a questo principio, ricadremo rapidamente nel paradosso di cercare di risolvere i problemi con i soldi ricavati dalle attività che quei problemi li hanno generati.

Questo è un costo molto alto, che potrebbe minare alle fondamenta la nascita di una asset class al servizio di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Da qui l’invito alla radicalità nell’approccio e nella definizione, per evitare che tutto diventi impatto e che quindi alla fine l’impatto diventi il nulla assoluto. Radicalità significa in primo luogo avere il coraggio di chiamare esternalità positive e non impatto ciò che ogni investimento in un’impresa ben gestita è in grado di generare, senza intenzionalità. Radicalità significa dire che la responsabilità d’impresa è dovuta e non accessoria o qualificante. Radicalità significa non ghettizzare o svilire le altre forme di finanza sostenibile, ma semplicemente dare i nomi giusti alle cose giuste...


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