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Innovazione

Perché Ivrea è patrimonio dell’umanità

19 Settembre Set 2018 1222 19 settembre 2018
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«È il 54esimo sito italiano ad entrare nella lista. Nessun paese ne ha tanti. Ma questo ha un valore doppio: parla al futuro». Paolo Iabichino su “Invertising”, la rubrica che cura per VITA, celebra il riconoscimento sul numero del magazine di settembre

C’era del buono nell’aria, se durante i lavori del 42° Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco la città di Ivrea è stata ufficialmente iscritta nella lista dei Patrimoni Mondiali. Si tratta infatti di una città industriale, ma costruita seguendo i crismi d’avanguardia fortemente voluti da Adriano Olivetti che intorno alla fabbrica ha saputo realizzare il sogno di un ambiente visionario. A guidare le scelte urbanistiche e architettoniche di Ivrea fu una concezione umanistica del lavoro in cui la produzione non può prescindere dal benessere anche sociale e culturale di chi sta in fabbrica.

La nostra modernità oggi è costretta a fare i conti con il work-life balance, il wealth management e altre amenità anglofone: portiamo il Pilates nei nostri open space e inventiamo lo smart working, ma già all’inizio del secolo scorso l’utopia di un grande imprenditore si affidava al concetto di comunità per stare sul mercato in maniera competitiva. Oggi sono 200mila i metri quadrati della città di Ivrea che allungano la lista dei nostri Patrimoni Mondiali, portando a 54 i siti italiani Unesco e rinforzando un record che nessun altro Paese al mondo può vantare. Ivrea rappresenta un esempio distintivo della sperimentazione di idee sociali e architettoniche sui processi industriali, e un’esperienza innovativa di produzione industriale su scala mondiale che guarda con attenzione al benessere delle comunità locali. Fondata nel 1908 da Camillo Olivetti, la città industriale di Ivrea è un progetto industriale e socio-culturale del XX secolo.

Unità Residenziale Ovest (Talponia). Roberto Gabetti e Aimaro Oreglia d'Isola con Luciano Re, 1968

La maggior parte dello sviluppo di Ivrea avvenne nel periodo degli anni ’30 e ’60 sotto la direzione di Adriano Olivetti, periodo in cui l’azienda Olivetti produceva macchine da scrivere, calcolatrici meccaniche e computer. La forma della città e gli edifici urbani di Ivrea sono stati progettati da alcuni dei più noti architetti e urbanisti italiani di quel periodo e rappresenta un significativo esempio delle teorie dello sviluppo urbano e dell’architettura del XX secolo in risposta alle trasformazioni industriali e sociali, inclusa la transizione dalle industrie meccaniche a quelle digitali. Ecco perché è da salutare con ottimismo la scelta di Unesco nell’accettare la candidatura promossa dal Comune di Ivrea e dalla Fondazione Adriano Olivetti; perché in un momento di transizione come quello che stiamo attraversando la riflessione di Olivetti deve diventare un modello di riferimento più che mai attuale. Perché sono saltati tutti i paradigmi e stiamo ridefinendo modalità produttive, di interazioni sociali, culturali ed etiche. Mai come in questi giorni è diventata chiave una riflessione anche politica, sociale e antropologica sul lavoro e sulle persone. Sulla produzione e sul benessere. Sulla vita di chi produce e sulle scelte di chi fa impresa.

La tecnologia ha accelerato in maniera esponenziale e queste riflessioni sono diventate più che mai urgenti. Cento anni fa Ivrea aveva già alcune risposte. Che oggi sono patrimonio di tutti.

@iabicus


Nell'immagine di copertina: uno degli edifici dell’Ivrea olivettiana. Il centro polifunzionale progettato da Iginio Cappai e Pietro Mainardis (fonte: flickr)

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