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Libri

I figli del futuro

5 Ottobre Ott 2018 1554 05 ottobre 2018
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Cosa sarà possibile scrutare e cosa modificare, nelle poche cellule di un embrione in vitro, in un futuro che è già quasi presente? Come sta cambiando, e come potrebbe ancora cambiare, il concetto di maternità e paternità?

Il quadro che esce dall'ultimo libro di Marta Baiocchi, In utero. La scienza e i nuovi modi di diventare madre ( Sonzogno, 2018) è davvero preoccupante. D'altra parte, l'allarmismo e gli scrupoli morali sulla “neoeugenetica” legata alle tecniche di fecondazione artificiale, sembrano sorpassati, se non fuori luogo ormai. Non si tratta più di interrogarsi sul “se” e nemmeno sul “come”, ma soltanto sul “quando” quelle tecniche diventeranno davvero di massa. Così come, decenni fa, la scoperta degli anticoncezionali ha liberato le donne, separando il sesso dalla riproduzione, ora, davanti a noi, le scoperte delle nuove forme di procreazione e della genomica disegnano un mondo in cui la riproduzione sarà sempre meno una “questione sessuale”.

Storicamente, le persone, le famiglie con problemi ad avere dei discendenti, hanno sempre cercato dei “sistemi” per aggirare malattie ed impedimenti. Lo “scambio di gameti” (ad esempio ricorrendo a un partner occasionale per sostituire un marito sterile) è una pratica da sempre diffusa; oggi è però anzitutto una industria a essersi imposta, un sofisticato e redditizio dispositivo che rende sempre più manipolabile e programmabile la nascita di esseri umani. Non si tratta, dunque, di rifugiarsi in inutili nostalgie o di trincerarsi nel moralismo, che pure ha non poche ragioni.

Si tratta di immaginare un nuovo “diritto per i nascituri”, di studiare strumenti (scientifici e legali) che permettano di garantire dignità e autonomia ai nuovi nati. La GPA (gestazione per altri dietro “rimborso”, cioè dietro compenso), è solo il caso più eclatante di un ampio spettro di pratiche, oggi acquisite, volte a garantire al genitore/cliente il diritto di esserlo.

Nel mercato della procreazione nulla è ormai impossibile, e l'orizzonte delle tecniche a disposizione riesce a oltrepassare i confini nazionali e le barriere legislative.

La questione è: in questo campo, ha senso il semplice proibizionismo? O una qualche forma di regolamentazione permissiva potrebbe essere più utile? Ad esempio, di recente paesi come il Nepal o l'India, prima vere zone franche, hanno posto limitazioni alle gravidanze portate avanti per ricchi occidentali. Sono problemi contorti, per i quali servono limiti chiari: non resta che pensare alla vita di chi verrà al mondo, al suo bisogno di verità e di riconoscimento. La donazione “anonima” di sperma o di ovuli non riguarda soltanto i donanti e i beneficiari, ma riguarda anche i futuri bambini, ai quali è impedito conoscere non solo la propria origine, ma ache se e quanti fratelli possano essere al mondo con lui. Nulla di davvero nuovo, si dirà. Da sempre sono esistiti i figli illegittimi, i figli naturali, i fratellastri...

Ma l'industria procreativa oggi ha messo in campo un vero sistema che potrebbe fra l'altro essere effettivamente più utile alle esigenze delle società evolute, più adatto ai bisogni attuali delle famiglie, alla libertà (delle donne anzitutto) contemporanea. Non è detto che ciò sia per forza un male, ma occorre tenere ben presenti tutti i rischi.

Di sicuro, le tecniche di fecondazione artificiale mettono e metteranno sempre di più in questione i concetti stessi di genitorialità, e di maternità in particolare. Solo nei prossimi decenni, e solo forse fra qualche generazione, vedremo cosa cambierà nelle menti di bambini nati in provetta e dei loro “nuovi genitori”, vedremo quanto cambieranno i rapporti nelle famiglie, come vivranno adolescenti che inizieranno a interrogarsi sulla loro origine, sui loro genitori biologici o, semmai, sull'assenza (per contratto) della propria madre.

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