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Il caso

Di cosa il mondo arabo ha più bisogno? La libera espressione. L'ultimo editoriale di Khashoggi

18 Ottobre Ott 2018 1126 18 ottobre 2018
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Il Washington Post ha pubblicato l'ultimo articolo del giornalista saudita sparito a Istanbul. Le ricostruzioni delle autorità turche avvalorano l'ipotesi che l'editorialista sia stato ucciso nel consolato del proprio Paese per volere diretto di Mohammed bin Salman. E le sue parole in questo articolo dimostrano come le sue critiche al mondo arabo fossero nette e chiare

Una nota di Karen Attiah, redattore di Global Opinions
Ho ricevuto questo scritto dal traduttore e assistente di Jamal Khashoggi il giorno dopo la scomparsa di Jamal a Istanbul. Il Post ha ritenuto di non pubblicarlo perché speravamo che Jamal sarebbe tornato da noi in modo che lui e io potessimo editarlo insieme. Ora devo accettare il fatto che non succederà. Questo è l'ultimo suo pezzo che metterò in pagina per il Post. Questa colonna cattura perfettamente il suo impegno e la sua passione per la libertà nel mondo arabo. Una libertà a cui apparentemente ha dato la vita. Sarò per sempre grata che abbia scelto il Washington Post come sua ultima casa giornalistica un anno fa e ci abbia dato così la possibilità di lavorare insieme.


Jamal Khashoggi

Recentemente ho letto online il rapporto del 2018 “Freedom in the World” pubblicato da Freedom House. C'è solo un paese nel mondo arabo che è stato classificato come "libero". Quella nazione è la Tunisia. Giordania, Marocco e Kuwait arrivano secondi, con una classificazione di "parzialmente liberi". Il resto dei paesi del mondo arabo è classificato come "non libero".

Di conseguenza, gli arabi che vivono in questi paesi sono non informati o disinformati. Non sono in grado di affrontare adeguatamente, né tanto meno discutere pubblicamente, le questioni che riguardano la regione e le loro vite quotidiane. Una narrativa statale domina la psiche pubblica, e mentre molti non ci credono, una grande maggioranza della popolazione cade vittima di questa falsa narrazione. Purtroppo, è improbabile che questa situazione cambi.

Il mondo arabo era al colmo della speranza durante la primavera del 2011. Giornalisti, accademici e la popolazione generale erano pieni di aspettative per una società araba brillante e libera nei rispettivi paesi. Si aspettavano di essere emancipati dall'egemonia dei loro governi e dalle continue interferenze e censure dell’informazioni. Queste aspettative furono rapidamente infrante; queste società sono tornate al vecchio status quo o hanno affrontato condizioni ancora più difficili di prima.

Il mio caro amico, l'eminente scrittore saudita Saleh al-Shehi, scrisse una delle colonne più famose mai pubblicate sulla stampa saudita. Sfortunatamente ora sta scontando una condanna ingiustificata di cinque anni per presunti commenti contrari all'istituzione saudita. Il sequestro da parte del governo egiziano dell'intera tiratura di un giornale, al-Masry al Youm, non ha fatto arrabbiare né provocato una reazione da parte dei media. Queste azioni non portano più la conseguenza di un contraccolpo della comunità internazionale. Invece, queste azioni scatenano rapide condanne rapidamente seguite dal silenzio generale.

Di conseguenza, i governi arabi hanno avuto via libera per continuare comprimere e ridurre i media a un ritmo crescente. C'è stato un tempo in cui i giornalisti ritenevano che Internet avrebbe liberato le informazioni dalla censura e dal controllo associato ai supporti di stampa. Ma questi governi, la cui esistenza stessa si basa sul controllo delle informazioni, hanno bloccato in modo molto aggressivo anche Internet. Hanno arrestato reporter locali e messo sotto pressione inserzionisti per danneggiare le entrate di alcune pubblicazioni specifiche.

Ci sono alcune oasi che continuano a incarnare lo spirito della primavera araba. Il governo del Qatar continua a sostenere la copertura delle notizie internazionali, in contrasto con gli sforzi dei suoi vicini per sostenere il controllo delle informazioni a sostegno del "vecchio ordine arabo". Persino in Tunisia e in Kuwait, dove la stampa è considerata almeno "parzialmente libera", i media si concentrano su questioni interne, ma non su questioni affrontate dal mondo arabo in senso lato. Esitano a fornire una piattaforma per giornalisti dall'Arabia Saudita, dall'Egitto e dallo Yemen. Perfino il Libano, il fiore all'occhiello del mondo arabo quando si parla di libertà di stampa, è caduto vittima della polarizzazione e dell'influenza degli Hezbollah filo-iraniani.

Il mondo arabo sta affrontando la sua versione di una cortina di ferro, imposta non da attori esterni ma attraverso forze interne in lizza per il potere. Durante la Guerra Fredda, Radio Free Europe, trasformandosi negli anni in un'istituzione critica, ha svolto un ruolo importante nel favorire e sostenere la speranza della libertà. Gli arabi hanno bisogno di qualcosa di simile. Nel 1967, il New York Times e The Post presero la proprietà congiunta del quotidiano International Herald Tribune, che divenne una piattaforma per voci provenienti da tutto il mondo.

Il mio editore, The Washington Post, ha preso l'iniziativa di tradurre molti dei miei pezzi in arabo e pubblicarli. Per questo gli sono grato. Gli arabi hanno bisogno di leggere nella loro lingua in modo che possano capire e discutere i vari aspetti e le complicazioni della democrazia negli Stati Uniti e in Occidente. Se un egiziano legge un articolo che espone il costo reale di un progetto di costruzione a Washington, allora lui o lei sarebbe in grado di capire meglio le implicazioni di progetti simili nella sua comunità.

Il mondo arabo ha bisogno di una versione moderna dei vecchi media transnazionali in modo che i cittadini possano essere informati sugli eventi globali. Ancora più importante: dobbiamo fornire una piattaforma per voci arabe. Soffriamo di povertà, cattiva gestione e scarsa istruzione. Attraverso la creazione di un forum internazionale indipendente, isolato dall'influenza dei governi nazionalisti che diffondono odio attraverso la propaganda, la gente comune nel mondo arabo sarebbe in grado di affrontare i problemi strutturali che le loro società affrontano.

Da The Washington Post del 17 ottobre