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Com'è conformista il Terzo settore quando va in Europa

29 Ottobre Ott 2018 1111 29 ottobre 2018

La riflessione del segretario generale di Euricse dopo la riunione del Geces della scorsa settimana a Bruxelles: "Se questo organo rischia di prendere la strada di un formalismo partecipativo, il motivo, più che dall’atteggiamento dei membri pubblici, dipende proprio dagli esperti non governativi. Vale a dire noi altri, che partecipiamo a nome di centri di ricerca, organizzazioni di Terzo settore, reti di rappresentanza"

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Gianluca Salvatori
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La riflessione del segretario generale di Euricse dopo la riunione del Geces della scorsa settimana a Bruxelles: "Se questo organo rischia di prendere la strada di un formalismo partecipativo, il motivo, più che dall’atteggiamento dei membri pubblici, dipende proprio dagli esperti non governativi. Vale a dire noi altri, che partecipiamo a nome di centri di ricerca, organizzazioni di Terzo settore, reti di rappresentanza"

L’europeismo non si rinnega, tanto meno di questi tempi. Però di ritorno da una riunione convocata dalla Commissione europea è impossibile liberarsi da una sensazione. O, per dirla tutta, da una considerazione frustrante. Alla ricerca di un minimo comune denominatore, che a forza di stringere il perimetro di fatto coincide con il mercato unico e le sue esigenze, si è troppo spesso sacrificata la volontà di interrogarsi sui fini facendo invece prevalere il discorso sui mezzi. Presentati oltretutto come sintesi di buone pratiche, e quindi apparentemente inoppugnabili. Perché – in una realtà complessa come quella europea, dove la ricerca delle convergenze non è un esercizio facile – si ritiene che ciò che ha già funzionato una volta abbia in sé la propria giustificazione e si possa replicare come modello. Evitando così discussioni altrimenti ingestibili. Lo spunto per questa riflessione viene dalla prima riunione del nuovo Gruppo di esperti sull’economia sociale. Il Gecec, com’è chiamato in gergo, è un organismo dalle dimensioni quasi assembleari. Un centinaio di membri di cui metà rappresentanti tecnici dei governi nazionali e metà selezionati dalla Commissione europea a seguito di avviso pubblico. Quindi, come qualcuno sarebbe tentato di pensare, la quintessenza della vituperata tecnocrazia che governa l’Europa.

Il Geces è un organismo dalle dimensioni quasi assembleari. Un centinaio di membri di cui metà rappresentanti tecnici dei governi nazionali e metà selezionati dalla Commissione europea a seguito di avviso pubblico. Quindi, come qualcuno sarebbe tentato di pensare, la quintessenza della vituperata tecnocrazia

Il Geces in realtà governa ben poco. La sua è una funzione di consulenza, in teoria rivolta ai decisori ma in pratica al servizio soprattutto dei funzionari. Una posizione non esattamente strategica ma che potrebbe comunque svolgere un compito utile se funzionasse come un forum in cui interrogarsi e confrontarsi, senza remore, sullo stato e le prospettive dell’economia sociale nei paesi dell’Unione. Sfuggendo al rischio di fungere da simulacro di una partecipazione formale in cui ci si limita a commentare decisioni assunte altrove.

Qui sta però il motivo del senso di leggera ma penetrante frustrazione che ho percepito alla mia prima riunione. Dettato dalla sensazione che se il Geces rischia di prendere la strada di un formalismo partecipativo, il motivo, più che dall’atteggiamento dei membri pubblici, dipende proprio dagli esperti non governativi. Vale a dire noi altri, che partecipiamo a nome di centri di ricerca, organizzazioni di Terzo settore, reti di rappresentanza. Noi, che dovremmo portare nelle stanze di Bruxelles le voci della realtà esterna e che invece finiamo per adeguarci ad una neo-lingua esoterica farcita di playfield leveling, promozione di ecosistemi e cluster, accesso alla finanza e ai mercati, social public procurement, valutazione di impatto.

Sembra che ogni conversazione non riesca a staccarsi dalla dimensione strumentale, dal “come”, incapace di retrocedere un passo e chiedersi “perché?”. Quasi che questi ultimi anni non avessero terremotato gli schemi di pensiero che riguardano le strategie di sviluppo, gli strumenti di policy, le aspettative e i timori dell’opinione pubblica. Con effetti rilevanti anche sull’economia sociale. Davanti alla quale si sono aperti nuovi e inaspettati spazi, per cogliere i quali non basta ripetere le giaculatorie riprese da una visione del futuro europeo come progressivo e inarrestabile adattamento alle regole del libero mercato.

Alla riproposizione dell’armamentario di concetti, come il Social Business, che hanno lastricato le politiche europee nella stagione in cui il problema sembrava fosse innanzitutto quello di adeguare l’economia sociale alle regole di funzionamento dell’economia di mercato, bisogna reagire argomentando che oggi il problema è semmai quello opposto, cioè ripensare le regole del mercato a partire dalle sollecitazioni mosse dall’economia sociale e dai valori di cui è portatrice

Il pericolo maggiore dal quale dobbiamo guardarci viene da questo conformismo al quale ci siamo adeguati quasi inconsapevolmente. Dinanzi a funzionari europei che compilano l’agenda seguendo il tracciato che hanno sempre seguito, non dovrebbe essere normale limitarsi a fare loro da eco. Alla riproposizione dell’armamentario di concetti, come il Social Business, che hanno lastricato le politiche europee nella stagione in cui il problema sembrava fosse innanzitutto quello di adeguare l’economia sociale alle regole di funzionamento dell’economia di mercato, bisogna reagire argomentando che oggi il problema è semmai quello opposto, cioè ripensare le regole del mercato a partire dalle sollecitazioni mosse dall’economia sociale e dai valori di cui è portatrice.

Con un cambiamento profondo di prospettiva, motivato dal fatto che gli argomenti per sostenere le ragioni dell’economia sociale oggi non sono più gli stessi di dieci o venti anni fa. Perché il ruolo che essa può svolgere non è puramente interstiziale, o “terzo”, come conseguenza dei fallimenti dello Stato e del mercato. Ma va dritto al cuore del tema di quella rigenerazione del “modello sociale europeo” da cui dipende il futuro oggi incerto della democrazia liberale nei nostri Paesi. Mettere in fila le questioni, risalendo dalle ragioni per sostenere l’economia sociale alle questioni che riguardano i nostri futuri assetti istituzionali (e in definitiva il futuro stesso del progetto europeo), significa appunto interrogarsi sui fini e non solo sui mezzi. Chiedersi “perché”, e non soltanto “come”. Per lasciarsi alle spalle le formule rituali e trovare parole convincenti. In grado di spiegare che la posta in gioco non riguarda soltanto la ricerca di nuovi strumenti per finanziare le imprese sociali o agevolare l’accesso alle commesse pubbliche, bensì – più radicalmente – riguarda un approccio all’economia in cui la generazione del capitale sociale è il fine, e il capitale finanziario lo strumento.

Chiamare a raccolta degli esperti di economia sociale dovrebbe servire appunto a questo: ricordare di cosa si sta parlando veramente, ridisegnando una visione d’insieme. Rispetto alla quale gli strumenti devono essere conseguenti. Altrimenti la condanna è un inutile conformismo. Se saprà stare al passo con questo impegno, anche il Geces potrà essere il tassello di una strategia di ripensamento della prospettiva europea. Non per allontanarci da Bruxelles, ma per ridare forza a quell’ideale comunitario cui abbiamo fortemente creduto per sessant’anni e la cui crisi è troppo recente perché ci si possa rassegnare.


*Gianluca Salvatori - segretario generale di Euricse - fa parte del nuovo Geces che si è riunito mercoledì a Bruxelles. È l'unico italiano presente in questa commissione di esperti sull'economia sociale e solidale

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