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Il sociale non basta più

1 Novembre Nov 2018 0900 01 novembre 2018
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L’editoriale di Stefano Zamagni che apre il nuovo numero del magazine in distribuzione da venerdì 2 novembre. «Oggi siamo alla quarta rivoluzione industriale e le tecnologie convergenti sono la cifra che la caratterizza. Il Terzo settore ha oggi il compito storico di preparare la digitalizzazione della società, utilizzare l’intelligenza artificiale di terza generazione come forza di bene e arrivare a una Convenzione Internazionale di Ginevra sul Digitale»

Stefano Zamagni

Dopo la prima, la seconda e la terza rivoluzione industriale viviamo oggi la seconda “Grande Trasformazione” per riprendere il titolo di un libro fondamentale uscito nel 1944 a firma di Karl Polanyi. Oggi siamo alla quarta rivoluzione industriale e le tecnologie convergenti sono la cifra che la caratterizza. Come sempre capita nei periodi di crisi emergono due fazioni: da una parte i fanatici delle tecnologie che non si pongono problemi e che dicono che tutto andrà per il meglio e dall’altra i pessimisti, capaci solo di inquadrare i rischi connessi al cambiamento. La mia tesi è che il Terzo settore ha oggi il compito storico di collocarsi nel mezzo. Una funzione cruciale, ancora più importante che nel passato.

Storicamente il Terzo settore è nato per assolvere una funzione eminentemente sociale: per alzare il tasso di giustizia sociale. Oggi però questa impostazione diventa riduttiva e rischiosa. Il suo ruolo da oggi in poi è molto più sottile e importante.

Devo però constatare che il nostro Terzo settore è un po’ in ritardo sulla tabella di marcia. Non ha capito che la quarta rivoluzione industriale non solo modifica radicalmente i processi produttivi, ma sta cambiando anche il modello culturale e il mindset delle persone. La quarta rivoluzione è nota come rivoluzione delle tecnologie convergenti. Cosa vuol dire tecnologie convergenti? Vuol dire che la novità di questa fase storica è portare a convergenza i diversi tronconi che già nella stagione della terza rivoluzione industriale — iniziata negli anni ’70 — si erano affermati. Si tratta del gruppo Nbic (Nanotecnologie, Biotecnologie, Intelligenza Artificiale, Scienze Cognitive). È qui che il Terzo settore deve entrare in campo. Come? Ecco gli ambiti che mi paiono prioritari.

Il primo è quello di adoperarsi per preparare la digitalizzazione della società. Sembra una banalità, ma non è così. Non possiamo pensare che la digitalizzazione interessi soltanto le industrie, i colletti bianchi, il modo di produrre. La digitalizzazione ha a che fare con i rapporti umani, con le relazioni intrafamiliari, per esempio. I migranti digitali hanno difficoltà a dialogare con i nativi digitali. È cambiato infatti il modo di arrivare a formulare le categorie del discorso: i circuiti neuronali dei nativi digitali si stanno sempre più differenziando da quelli dei migranti digitali. Un compito che il Terzo settore deve saper assolvere è quello di aiutare il processo di digitalizzazione della società, operando in modo da evitare che si crei una nuova forma di discriminazione tra una élite altamente professionalizzata e la grande massa di persone alla quale insegniamo solo a battere i tasti di un computer. Un libro recentissimo pubblicato negli Stati uniti da Tyler Cowen, intitolato “La classe compiaciuta” descrive assai efficacemente come la classe compiaciuta non sia più la classe dei ricchi, come una volta, ma è la classe di coloro i quali conoscono tutte le sottigliezze e le potenzialità delle nuove tecnologie e se ne servono per indirizzare le scelte della grande massa dei cittadini. Chi se non il Terzo settore deve intervenire per evitare che questo accada?

Un secondo compito non meno importante è quello di utilizzare l’intelligenza artificiale di terza generazione come forza di bene. L’intelligenza artificiale come ogni novità nelle tecnoscienze può essere usata per il bene o per il male. Penso al contributo che il Terzo settore pò dare per mitigare o curare la sindrome teleopatica. È questa la sindrome che colpisce coloro i quali nel proprio agire perseguono un solo e unico obiettivo alla volta. È la sindrome di chi svolgendo una determinata azione di per sé buona, non si rende conto che possono esserci situazioni contigue che necessitano di un’attenzione speciale. Il guaio insuperabile dei robot è che sanno fare solo un lavoro alla volta! Bisogna che il Terzo settore si attrezzi per combattere questa incapacità di inquadrare i bisogni nella loro globalità.

Un terzo punto è quello di tenere alta la guardia sulle dinamiche, già in atto, di una ristatalizzazione del Terzo settore. A tale scopo, occorre alzare la voce e rigettare ogni tentativo di compromesso. Un recente pronunciamento del Consiglio di Stato nel luglio scorso di fatto ha stabilito, con la sponda dell’Anac di Raffaele Cantone, che poiché il Terzo settore svolge attività di natura economica allora è necessario che anch’esso sia sottoposto al regime dei bandi. Pura follia, il cui unico risultato sarebbe quello di tarpare le ali a tutti quei soggetti che si stanno battendo per rendere più civile la nostra economia di mercato. Cosa dovrebbe fare allora il Terzo settore? Battersi affinché, così come già avviene per l’ambito sanitario, anche per quello sociale venga accantonato il regime dell’affidamento che postula le gare d’appalto, per lasciare spazio al sistema dell’accreditamento. Il Terzo settore deve potersi liberare dei vincoli, asfissianti, che non gli hanno consentito di affermare la propria identità e di realizzare la propria missione profetica.

Da ultimo, non posso non fare parola del decisivo ruolo che gli Ets devono iniziare a svolgere per arrivare, in tempi rapidi, ad una Convenzione Internazionale di Ginevra sul Digitale. Nel luglio scorso, la Camera dei Lord inglese ha approvato unanime una “Magna Charta” per le tecnologie. Penso alla regola “human in command” che deve essere accolta dalla Convenzione; al divieto assoluto di produrre “robot-killer”; al diritto della società civile e delle sue organizzazioni di conoscere la matrice etica che sta alla base degli algoritmi che fanno funzionare le “nuove macchine”. Le ragioni della libertà e della democrazia non possono essere sacrificate sull’altare di una supposta efficienza algoritmica. Chiudo con una frase del poeta indiano Rabindranath Tagore, premio Nobel della letteratura di un secolo fa circa: “Quando il sole tramonta, non piangere perché le lacrime ti impedirebbero di vedere le stelle”. Noi oggi viviamo in una fase in cui il sole sta tramontando. Passiamo infatti da un modello di ordine sociale a un altro. Questo genera apprensione e anche paura, ma non dobbiamo piangere, perché anche in questa stagione nelle notti di sereno, se non piangiamo, è possibile vedere il luccichio delle stelle. E il Terzo settore è una di queste stelle.

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