Circo Solidale ©Ph Gregorio Patané
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Ridere fa bene: quando il circo diventa terapeutico

6 Novembre Nov 2018 1153 06 novembre 2018
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Un libro pubblicato dal Cesvot racconta storie e successi del circo sociale. Nato in Brasile oggi conta 25 realtà in Italia. Una pratica e una “cura” utile non solo per i ragazzi in difficoltà, ma ormai diffusa nel campo delle dipendenze, della disabilità, del carcere e della salute mentale

«Il circo mi ha aiutato a uscire da una vita molto difficile. Ho capito che il divertimento può esistere anche come cosa normale e non solo con l’uso di stupefacenti. Mi ha tirato dentro Giovanni, venendomi a prendere per strada. Il mio sogno è diventare un trapezista». Marco, 19 anni, cresciuto nel quartiere Barra di Napoli, racconta il suo incontro con Il tappeto di Iqbal, una cooperativa sociale che da anni promuove il circo sociale come metodologia pedagogica.

Quella di Marco è una delle testimonianze raccolte in "Ridere fa bene. Esperienze e riflessioni sul circo sociale" appena pubblicato da Cesvot - Centro di servizio per il volontariato Toscana. Un libro che nasce dall’esperienza diretta dell'associazione Carretera Central di Siena che dal 2008 porta avanti progetti in America Latina e Medio Oriente e che nel 2013 ha dato vita a Circomondo, festival internazionale del circo sociale a cui aderiscono 12 circhi provenienti da Europa, Sud America, Medio Oriente.

Nel mondo si contano almeno 500 organizzazioni che promuovono il circo sociale in 70 Paesi e coinvolgono, grazie all’impegno di migliaia di artisti professionisti e volontari, oltre 200mila ragazzi ogni anno. Questa forma di spettacolo rappresenta, infatti, uno straordinario strumento per combattere l'emarginazione e il disagio giovanile. Nato negli anni sessanta, il circo sociale trova una delle sue espressioni e tradizioni più significative con i cosiddetti "meninos de rua" del Brasile, dove sono attivi 22 circhi che complessivamente hanno coinvolto 10mila ragazzi di strada.

Dai dati Unesco sappiamo che in tutto il mondo sono 150 milioni i bambini che vivono o lavorano in strada, conoscendo nei vicoli più nascosti delle grandi città povertà, emarginazione e violenza. Bambini che vivono di espedienti, spesso senza genitori e non di rado vittime dei trafficanti di organi e della criminalità organizzata. Il circo sociale nasce per offrire loro, attraverso il gioco e il divertimento, un'opportunità di riscatto, un'occasione di accoglienza, socialità e crescita personale. Oggi sono tante le realtà in cui viene praticato: dalle carceri minorili ai centri di recupero per tossicodipendenti, dalle scuole alle associazioni che si occupano di disabilità o salute mentale.

Come racconta Ilaria Colò, autrice di “Ridere fa bene” e volontaria dell’associazione Carretera Central, il circo rappresenta per tanti adolescenti e bambini la possibilità di vivere un’esperienza di grandissimo valore, che li porta a guardare in modo positivo al futuro, aumentando l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità”. Ma attenzione, il circo sociale non fa bene solo ai più giovani: “La sua azione – precisa Ilaria – si estende anche alle famiglie e alle comunità in cui vivono i ragazzi, le quali vengono costantemente coinvolte nelle attività".

In Italia, secondo il Registro dei Progetti di Circo Sociale promosso dall'associazione Giocolieri e dintorni, esistono 25 realtà. Tra le più note, il Circo Corsaro a Napoli, una vera e propria scuola di arti circensi nata nel 2006 a Scampia che negli anni è arrivata a contare fino a 130 allievi, tra ragazzi provenienti dal quartiere e dai vicini campi rom. Racconta Giuseppe, 13 anni, “Scampia è un posto bruttissimo perché c’è lo spaccio. Nella nostra scuola di circo abbiamo incontrato i ragazzi rom e abbiamo fatto amicizia, prima ci siamo litigati e poi abbiamo fatto amicizia”.

Ma cos’è davvero il circo sociale? Una risposta la dà nel libro Adriano Scarpelli, presidente dell’associazione Carretera Central. «Un caro amico, Giovanni Savino, direttore de Il tappeto di Iqbal, ha scritto che il circo sociale è libertà», dice Scarpelli. «Forse si tratta della definizione più bella. Libertà di poter vivere una vita dignitosa, libertà di non dover vivere nella paura, libertà di poter avere un’infanzia felice, libertà di essere cittadini e non sudditi, libertà di poter sognare un futuro a colori, libertà di essere bambine e bambini e adolescenti che ci sorridono felici, libertà di non morire affogati in mezzo al mare o per mano di una mafia o a causa di una droga, libertà di non essere discriminati perché si ha un handicap. Libertà di poter costruire un mondo migliore”.

In apertura foto di Gregorio Patané

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