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Solo entrando nel labirinto delle paure, possiamo sperare di uscirne

10 Dicembre Dic 2018 1704 10 dicembre 2018
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Come siamo passati dal "bisogno" di sicurezza, generata dalla paura, a una radicale domanda di violenza politica, innescata da un immotivato rancore? Il fenomeno - cruciale per comprendere che ciò ci sta accadendo non è una semplice richiesta di "protezione sociale" - è al centro dell'ultimo libro di Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino

Nel nostro tempo segnato da «passioni tristi», incertezza e insicurezza fanno nascere in forme non strutturalmente inedite, ma in inedite modalità pervasive il bisogno di protezioni sociali. Non solo aspiriamo al controllo, ma pretendiamo il controllo. Desideriamo di essere controllati e protetti.

Minacciati perché protetti

Intevitabile una domanda: ma se la paura nascesse proprio da questo bisogno continuo, ossessivo di protezione sociale? II sociologo francese Robert Castel ci ha insegnato a distinguerne di due tipi.

In primo luogo, le cosiddette protezioni civili. Sono protezioni che tutelano le libertà fondamentali e assicurano la sicurezza di beni e persone all’interno di uno spazio giuridico omogeneo. Lo Stato di diritto ne è, al contempo, la forma e l'esempio.

In secondo luogo, vi sono protezioni sociali che “coprono” contro i principali rischi di degrado della condizione degli individui. Dalla malattia all’infortunio, al rischio di una vecchiaia senza mezzi di sostentamento: è il grande tema del welfare.

Su entrambi i fronti, welfare e Stato di diritto, le nostre sono state forse le società più protette di sempre. Ma Castel non è un ingenuo ottimista e ricorda che essere protetti significa essere continuamente minacciati. Il serpente si morde la coda. La paura entra nel suo labirinto.

Anche perché imentre entrambi i poli di questo dispositivo socio-politico sono drammaticamente in crisi - ma è una crisi che appare senza fine-, la richiesta di protezione aumenta.Un paradosso? O l'inevitabile conseguenza di una logica sociale che, ancora, stentiamo a comprendere?

Nel labirinto delle paure

Parla di questo Nel labirinto delle paure, il libro di Aldo Bonomi e Pierfrancesco Majorino. Sociologo da sempre attento ai territori e alle passioni (e tensioni) che li abitano il primo, assessore alle Politiche sociali,salute e diritti del Comune di Milano il secondo. Un bel connubio,

Non di paura al singolare, ma al plurale parlano gli autori. Ossia delle paure che, a contatto con politica, precarietà e immigrazione, diventano terribilmente concrete. Il clinamen le muta in rancore.

L’ossessione securitaria, lungi dall’essere un fantasma, rivela così un tratto tipico del nostro rapporto — di soggetti volenti o no calati nel moderno — con l'alterità. L’individuo pretende sempre più sicurezza, valorizzando il legame verticale (dipendenza dallo Stato) a discapito dei legami forti orizzontali (famiglia, gruppo, vicinato), ma proprio questa ipervalorizzazione lo rende fragile e dipendente. Lo vediamo in Francia, dove la start-up nation vagheggiata da Emmanuel Macron ha ingenerato l'insorgere degli ultimi corpi intermedi rimasti. E, alla fine, li disgregherà.

Aldo Bonomi - Pierfrancesco Majorino

Nel labirinto delle paure (Bollati-Boringhieri. 2019)

Come soggetti presi nella loro forma di individui, denudati cioè di ogni legame originario che non sia la paura dell’altro («l’enfer, c’est les autres» di Sartre), la domanda di protezione dei soggetti, sempre più monadi sociali, si rivela infinita. Infinita perché l’individuo in quanto tale è collocato fuori dalle protezioni di prossimità».

Collocare l’individuo fuori dai legami di prossimità — a titolo di esempio: la linea che va dalla dissoluzione della famiglia come gruppo, favorendo prima la famiglia mononucleare, poi dissolvendo anche la stessa trasformando il patto in contratto — significa, di fatto, rendere inutile il sociale. È in questo paradosso circolare (insicurezza, paura, richiesta di protezione, ipervalorizzazione dell’individuo, vulnerabilità sociale dell’individuo, richiesta di sicurezza, paura di perdere questa sicurezza ovvero le protezioni “sociali/civili”) che si contorce il paradosso della paura.

Il performativo della paura

La paura crea la propria realtà, non si limita a deformarla. Solo che, oggi, la deformazione avviene anche dal lato opposto e l'imprenditoria post-politica del rancore (è il grande tema del deep fake, evoluzione integrale delle fake news) possiede strumenti tecnologicamente inediti per una costruzione sociale delle paure.

C'è stato un tempo, osserva Aldo Bonomi nel suo saggio, in cui la paura per lo sconosciuto e il misconosciuto non si addensava in rancore. Oggi, il passaggio è immediato: dallo sconosciuto al rancore. Tanto in termini logici, quanto in termini sociali è un salto qualitativamente radicale. L'accoglienza nasce dall'incapacità critica di accogliere le proprie paure, di disinnescarle. Al contrario, come osserva acutamente Majorino nella seconda parte del libro, oggi il rancore viene iniettato dall'alto, anche quando sembra generarsi dal basso. Ma questo non ci esime dall'ascoltare i territori e il loro grido. Solo entrando nel labirinto, possiamo sperare di uscirne.

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